E ancora,

 

il bello consiste nella debita proporzione; poiché i nostri sensi si dilettano nelle cose ben proporzionate, come in qualche cosa di simile a loro; il senso infatti come ogni altra facoltà conoscitiva ha una sua ratio []. Per la bellezza si richiedono tre doti. In primo luogo integrità e perfezione: poiché le cose incomplete, proprio in quanto tali, sono deformi. Quindi debita proporzione o armonia (tra le parti). Finalmente chiarezza e splendore: difatti diciamo belle le cose dai colori nitidi e splendenti.

 

Il bello è evidente, luminoso, trasparente nella forma, per cui si può percepire con facilità senza il procedimento analitico tipico della scienza.

È dotato anche di integrità, ovvero la compiutezza in tutte le sue parti permette di cogliere la forma dell’oggetto:

 

mentre in un oggetto naturale la mutilazione è sempre brutta, in un’opera d’arte può anche non esser tale.

Infine, fondamentale per la bellezza di un’opera è la proporzione delle parti, che determina l’armonia nel suo insieme.

Dicevamo prima che, per san Tommaso, bello è ciò che, visto, piace. Si rimane, quindi, affascinati e avvinti nella contemplazione della bellezza, ancor prima di conoscerla. Certo, questa attrattiva della diventa strumento di conoscenza, perché ci sprona ad una intelligenza del reale, cioè ad una «lettura in profondità» (il termine «intelligenza» deriva per l’appunto da intus legere).

Questo aspetto distanzia l’estetica cristiano-medioevale da quella contemporanea: oggi, come abbiamo visto, spesso l’opera viene valorizzata come artistica in seguito ad un’analisi intellettuale e cerebrale o per un consenso tributato dalla categoria dei critici, mentre manca, spesso, la fase preliminare dell’attrattiva che l’opera d’arte deve esercitare sull’uomo.

Il piacere estetico deriva dalla contemplazione dell’oggetto bello: è un piacere disinteressato, che non mira al possesso. Il possesso porterebbe ad un deturpamento della cosa bella e alla scomparsa dell’atteggiamento estatico che porta a goderne. Si avrebbe, così, un decadimento ovvero una corruzione del primigenio impatto che il bello produce  alla sua vista.

Il bello desta una potente attrazione proprio perché richiama alla verità e alla bontà dell’Essere. È diabolico fermarsi solo al piacere che il bello produce senza metterlo in relazione con l’Essere di cui l’oggetto o la persona bella è riverbero. Il diabolico consiste, infatti, nella separazione del particolare dal significato, dall’universale.

S. Tommaso arriva, poi, ad affermare che, in realtà, ogni ente è dotato delle prerogative del bello (ovvero della claritas, della  integritas, della debita proportio) e ha, perciò, una sua intrinseca bellezza, anche se non sempre noi riusciamo a coglierla.

Qualcosa di simile affermerà pochi decenni dopo Dante (1265-1321), nel I canto del Paradiso, quando scrive che

 

[] Le cose tutte quante

hanno ordine tra loro, e questo è forma

che l’universo a Dio fa simigliante.

Qui veggion l’alte creature l’orma

de l’etterno valore, il qual è fine

al quale è fatta la toccata norma.

Ne l’ordine ch’io dico sono accline

tutte nature, per diverse sorti,

più al principio loro e men vicine:

onde si muovono a diversi porti

per lo gran mar de l’essere, e ciascuna

con istinto a lei dato che la porti.

Questi ne porta il foco inver’ la luna;

questi ne’ cor mortali è per motore;

questi la terra in sé stringe e aduna.

Né pur le creature che son fore

d’intelligenza quest’arco saetta,

ma quelle c’hanno intelletto e amore.

 

Beatrice spiega, cioè, a Dante che

 

tutte le cose create si coordinano fra loro secondo un principio armonico che conforma ed assimila l’universo a Dio, armonia suprema. In quest’ordine vicendevole fra creature, le più alte (angeli e uomini) leggono l’impronta di Dio, fine ultimo cui il principio in parola è informato. Sì: tutte le cose create concorrono per propensione naturale all’ordine di cui ti sto parlando, ma ciascuna a misura propria, secondo che le sia toccato in sorte d’esser più o meno prossima al creatore. Così, per entro l’oceanica molteplicità dell’esistente […], questa s’indirizza ad un fine, quella ad un altro, ciascuna orientata (ad attuarsi in identità) dall’impulso suo proprio: impulso che orienta appunto il fuoco verso la propria sfera, soggiacente il cielo della Luna; imprime moto di vita nell’anima sensitiva e peritura degli animali; compatta la terra serrandola al centro. L’arco dell’istinto, d’altronde, non saetta a bersaglio soltanto le creature destituite di ragione, ma anche quelle dotate di intelletto e amore.

Bellissima affermazione è contenuta in queste parole: l’uomo è l’unica creatura che sa cogliere in tutte le cose l’impronta di Dio, ovvero la bellezza. Parole che, a chi volesse ben intenderle, hanno anche il sapore di aspro rimprovero nei confronti di chi non cogliesse la bellezza delle cose: è uomo solo chi sa intravederla, anche se pur in controluce.

Anche per Dante, quindi, se le cose hanno un ordine e tendono al bene, allora tutte quante portano impresso, in maniera più o meno evidente, un riflesso della bellezza del Creatore.

Secondo la lettura cristiana anche l’arte classica è, in un certo modo, riverbero dell’Essere. L’artista cristiano, allora,  non censura l’arte classica, anzi la rilegge, la ripropone e la reinterpreta cogliendo anche nelle opere del passato i semi di verità ivi presenti, ovvero i semi del Logos per usare un’immagine del filosofo cristiano Giustino.

Così, immagini tipiche della tradizione pagana vengono, talvolta, ripresentate nella nuova arte con un significato nuovo. Celebre è la rilettura che nel Medioevo si è proposta della IV egloga delle Bucoliche ove Virgilio scrive:

 

L’ultima età giunge oramai della profezia cumana, la serie dei grandi secoli nasce da capo, oramai torna persino la Vergine, tornano i regni di Saturno, ormai una nuova razza s’invia dall’alto cielo. Tu al fanciullo che ora nasce, per cui cesserà finalmente la razza del ferro e sorgerà in tutto il mondo la razza dell’oro, sii benevola, casta Lucina: già regna il tuo Apollo.

 

L’esegesi cristiano-medioevale legge nel puer (fanciullo) l’anticipazione di Cristo. In questo caso, la lettura è, però, erronea: il puer (sono concordi tutti gli studiosi contemporanei) non è certo Gesù, ma probabilmente il figlio di Asinio Pollione, console nel 41 a. C., uno degli artefici degli accordi di Brindisi che cercano di porre fine alle ostilità tra Ottaviano e Marco Antonio.

 

 



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