L’opera teatrale ripercorre alcune tappe centrali nel romanzo. Bellissimo è il punto in cui Renzo afferma che quando ha incontrato l’amore (quello di Lucia) ha capito perché è venuto al mondo. Siamo, infatti, nati per amare. Bellissime sono anche la semplicità e la concretezza con cui Agnese, Renzo, Lucia vivono il cristianesimo. Di fronte alle difficoltà, Agnese consiglia: «Invece di finir allagati dalle lacrime, diciamo su un rosario». Grande attenzione è rivolta al dramma che vive l’Innominato e alla sua conversione: il turbamento provato da tempo dall’Innominato, il «sì» pronunciato ancora una volta di fronte ad un piano di iniquità, l’incontro con Lucia e il ventilarsi di una speranza nelle parole di lei. Così quell’uomo parla riguardo al suo male: «Ci sono momenti, ore ci sono, in cui sembra essere stato il niente, proprio e solo lui, il niente, ciò che abbiamo corteggiato, desiderato ed amato».

 

Il maestro si sofferma, poi, in particolar modo su tre personaggi: Gertrude, Renzo e Lucia. Gertrude, il «pilastro nero» centrale, quello attorno al quale si può costruire un castello di menzogne, è una vocazione abortita, una persona che non ha potuto aderire alla chiamata del Mistero con libertà. La sua persona è stata travolta anzitempo dalla violenza di chi pensava di usare il proprio potere per plasmare la coscienza altrui. Renzo e Lucia sono, invece,  i due «pilastri bianchi» ai quali verrà assegnato da Manzoni il compito di esporre il «sugo della storia» nella conclusione del romanzo. In maniera simile si concluderanno I promessi sposi alla prova con una sorta di testamento spirituale del maestro/regista. Questi si congeda dagli attori/discepoli auspicando che siano ora loro a creare nuove compagnie e a diventare a loro volta maestri: «Cari, cari ragazzi! Così, ecco, così, come nelle scuole d’un tempo! Anzi, di tutti i tempi! […] Qui, su quel ramo; ma anche, altrove; lontano; ovunque; proprio, ovunque; ecco, ovunque, sull’immensità sterminata della terra, può nascere, sempre, qualcosa come un chiarore, una luce, un’alba…[…] Superata questa lunghissima prova, potete andar pel mondo, costruire altrettante compagnie, diventar, ecco, voi stessi maestri… Ve n’è bisogno».

Parlando di questo testo teatrale, Testori si soffermerà sulla figura del maestro che «scopre che insegnare, oggi, è ritornato necessario». Il maestro «cerca di recuperare i ragazzi al senso del loro mestiere, […] alla loro umanità. Cerca di farli tornare uomini in quella “parola” che è il loro mestiere. […] Il maestro, dunque, non è servito a spiegare il Manzoni, a metterlo in scena, quanto a verificarlo oggi, a svelare a questi interpreti il mistero della parola: la parola come metafora dell’incarnazione». (pubblicato su La nuova bussola quotidiana dell’8-6-2014)

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