altDa quanto si legge nell’ultima pagina del romanzo, comprendiamo che diverso è l’atteggiamento di Renzo e Lucia nei confronti di quanto accaduto: quest’ultima, più discreta e meno moralista, mossa da una fede e da un abbandono al Mistero e a Dio più totali, custodisce e medita l’accaduto in cuor suo senza eccessivi trionfalismi, mentre lo sposo racconta ovunque quanto è loro capitato soffermandosi su quanto ha imparato.

Dice: «-Ho imparato… a non mettermi nei tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardar con chi parlo: ho imparato a non alzare troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che ne possa nascere». Insomma, Renzo fa il moralista, si pone di fronte all’accaduto con uno sguardo tutto proteso su di sé più che sul Mistero di chi fa tutte le cose, sforzandosi di migliorare e cambiare e non ripeter più gli errori di prima. La visione di Renzo appare agli occhi di Lucia parziale, in quanto l’esperienza ci insegna che spesso quanto accade non è conforme ai nostri progetti e alle nostre aspettative, anche quando il nostro comportamento è stato dettato dal buon senso: «-E io- disse un giorno al suo moralista -cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercare me. Quando non voleste dire- aggiunse, soavemente sospirando, -che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi».

 

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