Come si vede, la questione che Giovanni aveva posto ai suoi ragazzi, e ripreso in quell’ingombrante manoscritto in Word che teneva in mano perché lo esaminassi, non era affatto secondaria e, così, qualche mese più tardi, nell’estate 2008, le Edizioni Ares davano alla luce il saggio «Che cos’è, dunque, la felicità, mio caro amico?», che mutua il titolo dalla domanda che Leopardi pose all’amico Jacopssen in una lettera del 1823: «Che cos’è, dunque, la felicità, mio caro amico? E se la felicità non esiste, che cos’è dunque la vita?».

 

Il tentativo sviluppato dall’Autore era, coerentemente con le premesse qui riportate, quello di analizzare la natura dell’animo umano, attraverso la tradizione letteraria e soprattutto attraverso Leopardi, uno fra i poeti che meglio ha saputo descrivere la brama di infinito, «il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera, considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio» (Pensieri LVIII).

 

L’anno dopo, incoraggiato dal successo in libreria e anche della critica ottenuto dal suo primo libro, il giovane professore di Liceo (Giovanni, sposato con due figlie è nella pienezza dei suoi trent’anni), molto attivo anche nel Dipartimento di Filologia dell’Università degli Studi di Milano, si presentò ancora alla mia porta con un secondo involucro, più voluminoso del primo. «Stavolta», mi disse, «parliamo della Bellezza», pigiando il tasto su un secondo argomento su cui ciascun uomo non può restare indifferente. La dimensione estetica è, infatti, ugualmente primaria nella vita umana. A detta di Dostoevskij (I demoni), la bellezza è «il vero frutto dell’umanità intera e, forse, il frutto più alto che mai possa essere». Non si può, quindi, eliminare la bellezza dall’orizzonte umano se non a rischio di mettere in serio pericolo la sopravvivenza dell’umanità; nei fatti anche il giudizio su ciò che è bello è distintivo della dignità umana rispetto al mondo animale e vegetale.

Il titolo del volume, uscito nell’agosto 2009, è «La Bellezza salverà il mondo», dove la celebre domanda, peraltro implicita, contenuta nell’Idiota di Dostoevskij – appunto «La bellezza salverà il mondo»? –, viene sciolta in un’affermazione: in questo modo Fighera indica fin dal frontespizio il Protagonista che il suo saggio arriva a riconoscere dopo un’ampia ricognizione del bello nella creazione e in particolare nell’uomo, passando inevitabilmente attraverso le sue opere, con la dovuta attenzione alle Arti figurative, alla Musica e alla Letteratura, al pensiero filosofico, … Conclusione: Dio è il principio costitutivo e il modello della Bellezza. Dio è il Bello nel senso compiuto e assoluto; l’unico Bello adorabile perché Creatore; l’approdo necessario e l’espressione più alta che un uomo, un artista possa concepire. Quello stesso Dio che, incarnato nel grembo di una donna, tornando al titolo del libro, si è fatto uomo e ha redento il mondo.

 

Alcuni mesi più tardi – durante i quali i primi due saggi sono stati interamente letti e trasmessi da Radio Vaticana e hanno colto recensioni molto lusinghiere su importanti periodici fra cui Avvenire, Liberal, La Civiltà Cattolica, L’Osservatore romano… – e per il terzo anno consecutivo, Fighera mi ha portato un nuovo manoscritto, dedicato all’Amore, alla Caritas.

In redazione qualcuno ha avuto da obiettare sul titolo proposto: «Amor che move il sole e le altre stelle» sembrava un titolo ambizioso per un volume non «tecnico», per di più di un giovane insegnante agli inizi della carriera e in un contesto di cui Dante è un riferimento, ma non l’unico oggetto dell’indagine. Per mio conto ho difeso la proposta dell’Autore per due ragioni: la prima, per coerenza e rimando ai precedenti volumi, i quali anche hanno preso per titolo la citazione di un Letterato illustre; nel secondo caso, perché entrando nel tema di questo ultimo saggio, trovo assolutamente efficace che quanti ne affronteranno la lettura giungano, infine, accompagnati dall’Autore, a condividere il giudizio sulla realtà che fu di un poeta sommo, di un cervello più fino del mio, probabilmente anche di quello di Giovanni, qual è Dante.

Queste pagine ci insegnano, in definitiva, che qualunque uomo si interroghi sul significato profondo della vita ha gli strumenti per scoprire la verità. Giovanni Fighera con semplicità e senza ambizione, se non quella di andare a fondo delle sue stesse domande fondamentali, ha percorso l’indagine da tre prospettive diverse: quella del desiderio della felicità, quindi del Bene; quella della contemplazione di ciò che universalmente piace, risalendo al Canone supremo di ogni bellezza; infine, quella del comandamento primo dell’amore, che è insieme dare e ricevere, compenetrazione di Amore e Carità offerta.

 

La peculiarità di questo volume e di quelli che lo hanno preceduto sta dunque nella proposta del tutto personale dell’Autore che ha scritto, in primo luogo, per sé stesso. E volendo riordinare la propria vita, i valori, le priorità e i sentimenti, è entrato in un dialogo serrato con la conoscenza… Con quanto ha studiato, con i poeti e gli autori amati fin da bambino, con la Musica che gli ha fatto vibrare il cuore, con la razionalità dei Filosofi e la fede dei Papi, dei santi, dei Padri della Chiesa… Nell’incontro con don Giussani ha fatto proprio il metodo che fu suo secondo la sua celebre affermazione che «anche la Matematica conduce a Dio», e a Lui conducono perfino i sassi e la polvere del deserto come il numero dei capelli che crescono sulla testa di un uomo.

Fighera non ha la pretesa di spiegare tutto lo scibile né l’intenzione di redigere un commento filologico agli autori citati, ma è mosso dal desiderio di accendere una scintilla di curiosità e di insegnarci un metodo nel nostro rapportarci all’esperienza. Citando Leopardi e parlando delle doglie del parto di sua moglie, raccontando dei suoi studenti in mezzo a una discussione su Dante, Giovanni ci fa capire che lo scibile non è distinto dalla vita, dandoci il peso di una maturità raggiunta, di un giudizio consapevole sulla realtà e incarnato nel quotidiano. Buona lettura!

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