«È forse cambiato il destino dell’uomo con i cambiamenti radicali della tecnologia?» si chiede Hadjadj nel magnifico saggio Risurrezione. Istruzioni per l’uso (edizioni Ares). Due secoli fa, a conclusione del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, Giacomo Leopardi si chiedeva se la questione della felicità umana sarebbe mutata nel momento in cui l’uomo avesse imparato ad errare di giogo in giogo. Di fronte alla vertigine, di fronte al senso di sproporzione che si fatica a reggere,  la tentazione è quella di pensare che il progresso, le nuove acquisizioni tecnico – scientifiche possano risolvere il problema umano: è il mito dello scientismo che tanto imperversava al tempo di Leopardi come imperversa ora.

«Le magnifiche sorti e progressive» dello scrittore Terenzio Mariani corrispondono, infatti, al neopositivismo contemporaneo ben incarnato nella pubblicità di qualche anno fa che recitava «l’ottimismo è il profumo della vita» (nel cui messaggio è ben chiaro che la ragione per cui si deve essere ottimisti è la possibilità di usufruire di strumenti tecnici sempre più sofisticati, sempre più moderni, impensabili un tempo).

L’uomo non è divenuto immortale oggi, né tantomeno la questione della felicità è oggi mutata.

Il filosofo Fabrice Hadjadj constata, però, un’evidenza di oggi: «Quello che ieri costituiva il destino umano – nascere figlia o figlio di un padre e di una madre, lavorare con le proprie mani, condividere un pasto attorno ad una tavola, generare a propria volta per far posto alla generazione successiva quando lasceremo questo mondo – tutto questo sembra reso opzionale dalla tecnologia».

Oggi, continua Hadjadj, ci viene chiesto se noi preferiamo un figlio per via sessuale o in provetta, o ancora se sia nostro desiderio morire oppure essere immortali oppure se rimanere umani o «essere upgradati verso una presunta umanità 2.0».

Il filosofo francese parla al riguardo di «contro-annunciazioni». Qual è l’annuncio portato dal tecnicismo? «Le tecnologia NBIC (Nanotechnology, Biotechnology, Information technology and Cognitive science) verranno su di te e la potenza dell’Ingegneria ti adombrerà»

Per questo «non basta più dire come una volta: -Dio si è fatto uomo affinché l’uomo diventi Dio- Occorre aggiungere che Dio si è fatto uomo perché l’uomo resti umano, e che essendo divinizzato sia sempre più umano ancora».

All’uomo contemporaneo interessa ancora la resurrezione di Cristo? Ad un uomo che si è abituato agli avatar, agli oggetti in 3D che non «sono né nati, né morti né viventi» che risposta può dare Cristo che ha sconfitto la morte? Ad un uomo che in tutti i modi ha esorcizzato la paura della morte che cosa può dire Colui che ha sconfitto per sempre il male e la morte? L’uomo medioevale era molto più concreto del «cittadino multimediale» odierno ed era molto più positivo. Certamente non conosceva tutto del sole e della terra, non conosceva le cause scientifiche della pioggia come l’uomo di oggi, ma era molto più vicino alla terra, al sole e alla pioggia, sapeva come avvalersi di loro, li guardava ed osservava bene e per questo li conosceva meglio.

Hadjadj vuole rispondere con la sua esperienza personale della conversione avvenuta nel 1998 di fronte alla statua della Vergine Maria nella Chiesa di San Severino a Parigi. Fin quando non era convertito viveva il tempo della credulità: credeva ai suoi genitori come se fossero dei, agli idoli presentati dal panorama culturale e televisivo, alla Rivoluzione francese e a quella socialista, a Nietzsche e a Hegel e via dicendo. Un bel giorno ha scoperto che Dio si era fatto ebreo. Così diventa cristiano e cattolico. Finisce così il tempo della sua credulità e inizia il tempo «di una molto profonda – e umiliante – oggettività». Così, nelle pagine di Risurrezione. Istruzioni per l’uso scopriamo che la risurrezione di Cristo, avvenuta duemila anni fa, opera ancora oggi nella mia vita, cambia il mio presente e la vita ordinaria.

Così, «la resurrezione» scrive Hadjadj «non è più solo il luogo della fede nella vita eterna, ma è anche la ragione per dare la vita temporale a dei piccoli mortali».

Il risorto ha insegnato nei quaranta giorni in cui è rimasto con i suoi discepoli «a non vedere più lui, ma a vedere ogni cosa in lui, e riconoscere la sua gloria ovunque affiori nel quotidiano».

Dopo l’ascensione la carne inizia ad appartenere al Cielo e lo Spirito fa parte delle realtà visibili.

Gesù Cristo non è venuto a fare il superuomo, ma ha voluto sposare il quotidiano e dopo la resurrezione «non trova di meglio che ritrovarsi con i suoi amici e mangiare con loro». Il fatto che voglia apparire semplicemente umano prova che fosse Dio, perché «un semplice umano non vuole apparire come un semplice uomo». Lui «non gioca con le stelle, perché le stelle sono già il suo gioco».

Al contempo, come scrive Giovanni Testori, è vero che «dopo la passione di Cristo e dopo la sua resurrezione, il dolore dell’uomo non è più un dolore cieco, un dolore muto, un dolore demente, folle e disperato; bensì un dolore che conduce l’uomo nel grembo stesso della sua speranza; è dunque un dolore che conduce l’uomo a raggiungere il senso primo ed ultimo della sua vita. È dunque un dolore santo, […] un dolore, ecco, felice».

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