Recensioni libro felicità 2015
STUDI CATTOLICI. Recensioni di febbraio 2015 sul libro Che cos'è dunque la felicità, mio caro amico? PDF Stampa E-mail

altIl numero di febbraio del mensile Rogate ergo ha recensito il saggio di Giovanni Fighera che s’intitola proprio: Labellezza salverà il mondo (Edizioni Ares, Milano 2009, pp. 272, euro 16), rilevando come «attraversando la storia dell’estetica con analisi puntuale e rigorosa il libro giunga alla conclusione – coraggiosa – che la bellezza dell’arte è superata dalla bellezza della santità dei santi, quindi dell’essere umano, che di Dio è immagine». La seconda edizione appena edita del volume di Fighera «Che cos’èdunque la felicità, mio caro amico?» (Edizioni Ares, Milano 20152, pp. 248, euro 14) è stata recensita da Andrea Vannicelli sul numero della Croce del 24 febbraio, evidenziando come da esso emerga «un altro Leopardi» rispetto a quello pessimista più celebre, ossia un poeta che ha «l’intuizione dell’esistenza di una felicità infinita, di un Ideale che dà senso al vivere», che «capisce che nell’esistenza, più che abbandonarsi ad amori volgari, occorre ricercare l’amore vero, quello che tocca il cuore». Nella poesia Allasua donna questo Ideale coincide con la Bellezza concepita quasi come un’Idea platonica e in un passo dello Zibaldone Leopardi «afferma che le sue idee si completano con il cristianesimo», di cui avverte la profonda ragionevolezza. Queste riflessioni leopardiane vengono «completate grazie al confronto con altri grandi autori della tradizione letteraria, che Fighera ha saputo rileggere con rara competenza ed eccezionale capacità interpretativa». Il libro è recensito anche su Tempi del 18 febbraio, che cita un passo della prefazione di mons. Luigi Negri nel quale si rileva come Fighera abbia «saputo leggere con profondità, utilizzando come ermeneutica della letteratura la domanda religiosa che anima il cuore dell’uomo e la grande, definitiva risposta che Dio ha dato». Lo stesso settimanale il 19 febbraio ha pubblicato un capitolo di un altro volume di Fighera, Tra i banchi di scuola. Un’avventurasempre nuova (Edizioni Ares, Milano 2014, pp. 208, euro 14,80), presentando anche l’incontro con l’autore del 20 febbraio presso l’auditorium delle scuole del Comune di Sulbiate, organizzato dall’Associazione Centro Culturale «Le Radici» di Sulbiate con la partecipazione del Centro Culturale di Carnate, delle associazioni «Benedetto XVI» di Cornate d’Adda, «Lumen Gentium» di Pozzo d’Adda e «Dimensione Cultura – pensare per agire» di Ronco Briantino. Il libro è stato menzionato anche sul settimanale Vita trentina dell’8 febbraio.

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La nostra vita è attesa di un’Avventura. Leopardi e la felicità PDF Stampa E-mail

altLa vita è perenne attesa di un compimento e il genio di Leopardi ha saputo cogliere nell’animo umano questo incessante e insopprimibile desiderio di senso e realizzazione. Pubblichiamo il sesto capitolo del libro Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico? di Giovanni Fighera (qui il suo blog su tempi.it). Il volume, già uscito nel 2008, è stato rieditato dalla casa editrice AresQui trovate la prefazione di monsignor Luigi Negri e alcuni capitoli.

kCapitolo VI         L’attesa e il desiderio. La speranza. Il futuro

 

Nel “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere” di Leopardi il venditore cerca di diffondere gli almanacchi con l’auspicio di un anno bello. Il passeggere con un’ironia sottile, che ne fa lo specchio di Leopardi, allora incalza il suo interlocutore con una serie di domande miranti a demistificare l’ottimismo irragionevole, cioè senza ragioni fondate, dell’altro. Il venditore si rende conto che lui, come tutti gli altri, vorrebbe un anno diverso da tutti quelli che ha vissuto fino a quel momento, migliore degli ultimi vent’anni che si ricorda e che se dovesse tornare indietro per vivere la stessa vita che ha vissuto non vorrebbe. Vorrebbe rinascere, ma solo per vivere una vita diversa da quella che ha vissuto. Allora il passeggere fa riflettere il venditore sul fatto che noi diamo per scontato che la vita sia una cosa bella senza chiederci i motivi.

“PASSEGGERE A quale di codesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?

VENDITORE Io? non saprei.

PASSEGGERE Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?

VENDITORE No in verità, illustrissimo.

PASSEGGERE E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?

VENDITORE Codesto si sa.

PASSEGGERE Non tornereste voi a vivere codesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?

VENDITORE Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.

PASSEGGERE Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?

VENDITORE Cotesto non vorrei.

PASSEGGERE Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?”.

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Il problema non è esistere, ma vivere. Leopardi e il mito del ritorno allo stato di natura PDF Stampa E-mail

altIl ritorno alla stato di natura: il mito del primitivismo ovvero “un tempo eravamo felici”. Quando ci si dimentica del peccato originale.

 

È una delle tentazioni maggiori per l’uomo. Attraversa, infatti, tutta la storia del pensiero e della cultura da tempi immemori: è la tentazione di attribuire la causa dell’infelicità umana alle condizioni contingenti e storiche in cui si è costretti a vivere, al progresso, all’incivilimento.

Un tempo l’uomo, vivendo a contatto con la natura, non corrotto e non inquinato dagli elementi artificiosi del progresso e della civiltà, sapeva vivere; oggi non più. Una simile analisi, che individua chiaramente le cause del problema, fornisce indubbiamente una soluzione categorica e indefettibile, quella di rimuovere le ragioni che ci hanno allontanato dallo stato incorrotto e primigenio originario ritornando ad un rapporto diretto e spontaneo con la natura, sorgente della nostra realizzazione, “madre benevola”, quasi idolatrata e, quindi, Natura.

Secondo tale linea di pensiero l’uomo allo stato di natura è buono. Si noti bene “buono”: non si pone tanto la questione della felicità, ma della bontà. Si rimanda ad una autosufficienza dell’uomo, ad una autonomia di un essere che basta a se stesso: se siamo buoni per natura, che bisogno c’è di qualcuno che ci redima, che ci salvi, che redima il nostro male. L’uomo egocentrico, autonomo, sostituisce il proprio cuore con il proprio progetto, con la propria ideologia, con il proprio pensiero di essere buono ed evade così la domanda di felicità: alla situazione reale viene sostituito uno schema del pensiero, un’ideologia. Non occorre più essere felice. All’epoca di Leopardi questa linea di pensiero trova la sua espressione migliore nel mito del buon selvaggio di J. J. Rousseau, che viene corroborato dalle relazioni confezionate ad arte dagli esploratori sulle popolazioni incontrate a Tahiti nella seconda metà del Settecento. I ricercatori sulle nuove popolazioni non raccontarono quello che effettivamente videro (tendenza a guerreggiare, …), ma, istruiti alla perfezione dalla madrepatria, costruirono l’immagine di popoli che non conoscevano ancora il male, l’egoismo, lo sfruttamento, la corruzione dell’Europa. Del resto, più di due secoli prima lo stesso Bartolomé De las Casas aveva contribuito a creare il mito del buon primitivo e, nel contempo, la leyenda nera sulla conquista spagnola, che una più imparziale ricerca storica già da tempo ha aiutato a sfatare. Non è, certo, questo lo spazio per approfondire la genesi e le ragioni di determinate posizioni che trascurano che una ferita è presente nell’animo dell’uomo fin dalla nascita, anche nei popoli che non hanno conosciuto la nostra civiltà: in termini cristiani questa ferita viene denominata peccato originale.

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LEOPARDI E PIRANDELLO, ANTIDOTI ALLE IDEOLOGIE PDF Stampa E-mail

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Pubblicato su tempi.it

Il genio di Leopardi e quello di Pirandello mostrano molto bene la falsità di tutte le ideologie che non tengono conto dell’umano e della persona. Pubblichiamo un capitolo del libro Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico? di Giovanni Fighera (qui il suo blog su tempi.it). Il volume, già uscito nel 2008, è stato rieditato dalla casa editrice AresQui trovate la prefazione di monsignor Luigi Negri e alcuni capitoli.

 

Capitolo III

Le ideologie

Il ritorno allo stato di natura, teorizzato come panacea ai mali della società in cui si vive, diventa un’ideologia, un sistema costruito a tavolino partendo da uno sguardo non realista su un animo umano che è portato per natura a desiderare una felicità infinita e, nel contempo, per il peccato originale a vacillare, a sbagliare, a confondere il vero bene con i piccoli beni, ad affermare sé. Questo tipo di ideologia trova un terreno fertile laddove il clima culturale manifesta un odio alla propria tradizione, al cristianesimo: è un’ideologia tipicamente occidentale.

È bene notare che qui il termine “ideologia” non viene utilizzato nell’accezione neutra di Weltanschauung che spesso si incontra nei testi scritti o nelle discussioni, ovvero di visione del mondo o pensiero di un autore o personaggio.

La parola è qui utilizzata nell’accezione negativa di pensiero o sistema di pensiero pregiudiziale, senza un fondamento di verifica nella realtà. Quindi, lo sguardo ideologico è quella modalità di trattare il reale non partendo dall’osservazione e dal desiderio di conoscenza dello stesso, bensì dall’idea preconcetta che si può già avere. Nelle Riflessioni sullacondotta della vita il premio Nobel per la medicina Alexis Carrell scrive: “Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”.

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La felicità, i ragazzi del sabato sera e Leopardi PDF Stampa E-mail

fighera-felicita-amicoIl genio di Leopardi descrive molto bene la società contemporanea, che propone la cultura della distrazione, dell’evasione e dell’assopimento dell’io. Ma, come scrive Leopardi, «solo chi non ha smesso di desiderare la propria felicità, può ancora volere la felicità altrui».
Pubblichiamo un capitolo del libro
Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico? di Giovanni Fighera (qui il suo blog su tempi.it). Il volume, già uscito nel 2008, è stato rieditato dalla casa editrice AresQui trovate la prefazione di monsignor Luigi Negri e uno stralcio del primo capitolo.

Capitolo settimo
Il divertissement la moltitudine dei piaceri

 

Nell’operetta morale “Dialogo di Malambruno e Farfarello” Malambruno, dopo aver chiesto la felicità al demone e aver ottenuto una risposta negativa, desidererebbe almeno togliere l’infelicità. Farfarello risponde che ciò è impossibile a meno che non smetta di volersi bene. Per Leopardi la benevolenza per sé presuppone la non saturazione del proprio animo, del proprio cuore, così come è fatto, nel suo desiderio infinito di felicità, nel suo status ontologico, perché altrimenti si rinnegherebbe quel desiderio di amore e di felicità infinito. Se ciò che ci procura tristezza è la domanda che sembra non trovare appagamento, è sufficiente smorzare la tensione di questa attesa, del desiderio per stare, solo apparentemente, meglio.

Ecco perché un assopimento dell’animo è, in generale, piacevole, perché consiste in uno stordimento della ragione, in un annebbiamento delle domande del cuore.

“Il desiderio del piacere diviene una pena, e una specie di travaglio abituale dell’anima. Quindi... un assopimento dell’anima è piacevole. I turchi se lo procurano coll’oppio, ed è grato all’anima perché in quei momenti non è affannata dal desiderio, perché è come un riposo dal desiderio tormentoso, e impossibile a soddisfar pienamente; un intervallo come il sonno nel quale se ben l’anima forse non lascia di pensare, tuttavia non se n’avvede”.

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SU "TEMPI" segnalazione NUOVA EDIZIONE 2015. Che cos'è, dunque, la felicità, mio caro amico? PDF Stampa E-mail

alt"Che cos'è dunque la felicità, mio caro amico? E se la felcità non esiste, che cos'è dunque la vita?", chiede Giacomo Leopardi all'amico belga A. Jacopssen. Perchè l'uomo sia protagonista della sua storia, occorre che mantenga viva questa domanda nella sua forma primigenia, come esigenza di felicità infinita. Questo libro, frutto di molteplici letture e di anni di insegnamento, si propone come un originale percorso letterario ed esistenziale, nel tentativo di riproporre in tutta la sua ampiezza la domanda del Recanatese e di suggerire un'ipotesi di ricerca nel confronto costante fra lui e altri grandi autori della tradizione, da Dante a Manzoni, da Cesbron a Mounier, Calvino, Milosz: autori le cui "espressioni significative, singolari, commoventi", scrive mons. Luigi Negri nella Prefazione, Fighera "ha saputo leggere con profondità, utilizzando come ermeneutica della letteratura la domanda religiosa che anima il cuore dell'uomo e la grande, definitiva risposta che Dio ha dato".

 

 

 

 

 

 

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L'animo umano e la domanda di felicità PDF Stampa E-mail

fighera-felicita-amicoPubblichiamo parte del primo capitolo di Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico? di Giovanni Fighera, ripubblicato in questi giorni da Ares. Dello stesso volume abbiamo già anticipato la prefazione di monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio.

Capitolo Primo

L’animo umano e la domanda di felicità

Un personaggio del romanzo di I. Turgenev Padri e figli, Odincova, chiede all’amico Bazarov perché “anche quando godiamo, ad esempio, di una musica, di una buona serata, della conversazione con gente simpatica, perché tutto ciò sembra piuttosto un’allusione a non so che smisurata felicità che esiste in qualche luogo, anziché una felicità reale, cioè, tale che la possediamo noi”.

Per provare a rispondere alla sua domanda dobbiamo tentare di impostare bene il problema della felicità, ovvero risalire alla natura dell’animo umano. Partiremo, quindi, dall’analisi che G. Leopardi conduce sulla questione.

Pochi autori, infatti, sono stati così lucidi nel descrivere la natura del nostro animo, assetato di una felicità piena, assoluta, infinita, proprio perché il nostro animo è “capacità di Infinito”. Noi abbiamo un cuore (nel senso biblico del termine), ovvero un complesso di esigenze originarie (l’esigenza di felicità, di amore, di giustizia, di bellezza) per cui ciascuno di noi è attratto dal bello, dal vero, dal giusto, dal bene, almeno quando siamo nella nostra posizione più autentica e vera. È questo cuore che ci fa sobbalzare all’ascolto della sinfonia n. 40 di Mozart, che ci fa provare un sentimento di ebbrezza e, nel contempo, inquietudine alla rappresentazione del Don Giovanni alla Scala o che, ancora, ci fa rimanere in estasi, presi da ammirazione e tremore, di fronte alla Cappella Sistina. È sempre questo cuore che ci fa palpitare alla vista di un tramonto o di un cielo stellato o al ritorno dal lavoro della donna a cui ci siamo uniti per tutta la vita. È sempre questo cuore che ci fa restare rapiti di fronte alle parole pronunciate con verità da qualcuno che magari mai avevamo incontrato prima: il nostro cuore, infatti, coglie la corrispondenza tra quanto desidera e quanto incontra.

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