In una lettera del 23 giugno 1823 all’amico belga A. Jacopssen, Leopardi poneva questi interrogativi: “Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico? E se la felicità non c’è, che cos’è dunque la vita?” (p. 141). Da queste battute prende lo spunto l’autore per proporre il problema della felicità, le risposte date ad esso  ed indicare alcune linee di percorso per una rispsota soddisfacente.  la sua preparazione letteraria (è professore di italiano e di latino in un liceo) gli permette puntuali e felci carrellate letetrarie sì che il volume abbia scioltezza e ricchezza di contenuto. Ed è da notare subito che le molte citazioni che lo caratterizzano sono di prima mano, scelte e convincenti.

Più della metà del volume è dedicato al pensiero di leopardi sulla felicità.  Con l’intuizione tipica degli uomini di genio, egli parte da una premessa: l’uomo è assetato di infinito e, non potendolo raggiungere, ricorre a surrogati che gli diano l’impressione di placare la sete del cuore. la sua domanda di felicità infinita resta sempre inappagata e persistente. l’uomo è caratterizzato dall’attesa. attesa vana “a meno che non ci sia una Presenza vera e viva che attiri tutto il nostro sguardo a lei nell’attimo, nell’hic et nunc” (p. 192). manzoni ha incontrato e descritto questa presenza; Leopardi l’ha intuita e sospitata soltanto. Posizione, questa del recanatese (aggiungiamo noi) che corrisponde al piano letterario, non a quello esistenziale, data l’alta probabilità dell’incontro con dio negli ultimi tempi di vita. A Leopardi L’Autore accosta Pirandello, Camus, Montale; a Manzoni fanno eco O. Milosz, Claudel, Mounier, Cesbron. su tutti dominano Dante e Pascal. Ilo volume si legge con interesse sia per l’importanza del tema, sia per la chiarezza e l’onestà dell’indagine, sia per il coraggio dell’autore di anadre contro corrente su talune impostazioni critiche su Leopardi.

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