Giovanni Fighera, “Che cos ‘è dunque la felicità, mio caro amico – Edizioni Ares. ‘Milano 2008, pp. 248 – € 14.00.
Giovanni Fighera. professore liceale a Milano propone un excursus letterario sulla definizione che è
stata data al concetto di ‘i’elicità”, nonché sui metodi reputati necessari per raggiungerla. opponendosi a LJuanti riducono la questione a un “problema fisiologico o chimico o psicologico». e ancora di più a chi preferisce “censurare» anche solo la parola. considerandola foriera di speranze nocive per la società dei consumi. Per Fighera «il cuore dell’uomo è nato per la felicità», che non è una condizione elitaria. riservata a pochi fortunati capaci di conseguire traguardi lavorativi ed economici. ma una possibilità accessibile a chiunque. la vera molla dell’agire umano. “Che cos’è dunque la.ti’liciflÌ, mio caro amico?» è la celehre domanda epistolare che Giacomo Leopardi rivolge a un corrispondente belga, La prima parte del volume si concentra infatti sulla produzione del poeta marchigiano, della quale viene offerta una lettura che si discosta dalla l’II/gara: nella sua maturità. questi non avrebbe assunto un atteggiamento passivo o pessimista. arrivando invece, tramite una ricerca profondamente velleitaria. a riconoscere l’esigenza di un “Cdeale». Solo l’incontro con il «Mistero». l’ammissione di una realtà trascendente permette di conferire significato alla vita, dì superare la dialettica fra appagamento del desiderio e la successiva, immediata insoddisfazione.
Solo ,d’illuminazione» che permette di abbracciare il Cristo consente di scorgere una «felicità infinita». solo l’amore assoluto e disinteressato di riempire l’altrimenti insopprimibile senso di vuoto, Fighera analizza poi l’opera di Dante, Manzoni, ltalo Calvino e altri autori,ravvisandove risposte analoghe a LJuelle fornite da Leopardi, nonché a quelle veterotestamentarie, dal momento che esiste una «grande sintonia tra la visione antropologica giudaiço-cristiana e quella leopardiana».

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