Giovanni Fighera: così Leopardi parla ai giovani
DI MAURIZIO SCHOEPFLIN

 

Tu puoi non morire»: è in questa splendida e fulminante sentenza di Gabriel Marcel che monsignor Luigi Negri ha trovato la chiave di lettura del bel volume di Giovanni Fighera. Egli lo dice nella prefazione, laddove ringrazia l’autore proprio perché dal suo libro traspare quell’amore per gli uomini, e per i giovani in particolare, che permette di dischiudere davanti a loro la possibilità della felicità radicale, di quella beatitudine che inizia nel tempo e si protende verso l’eternità. Le riflessioni sviluppate lungo le pagine del volume non perdono mai di vista tre elementi essenziali, profondamente legati alla vita stessa dell’autore: la letteratura, di cui Fighera è studioso e docente, l’universo giovanile, con il quale egli, in qualità di insegnante, è in continuo rapporto, le fede cristiana, che funge da stella polare del suo intero percorso letterario ed esistenziale.
Particolarmente significativo appare dunque il partecipato e coinvolgente richiamo a Giacomo Leopardi: secondo Fighera, il  Recanatese ha saputo, come pochi altri, dar voce alle più autentiche invocazioni presenti nell’animo  umano, prima fra tutte quellarelativa alla felicità. Altrettanto importante è il fatto, per certi versi sorprendente eppure verificato personalmente da Fighera nel ricco dialogo che ogni giorno egli svolge nelle aule scolastiche, che i giovani si sentono vicini al poeta di A Silvia e avvertono di essere da lui autenticamente interpretati nelle loro più profonde aspettative. Ma Leopardi è anche colui che svela l’illusorietà di tante risposte che l’uomo si è dato e
continua a darsi per placare la sete di felicità che gli arde nel cuore: egli perviene a questo decisivo svelamento meditando sulla sproporzione esistente tra l’infinità dell’universo e la finitezza dell’uomo, tra la grandezza delle umane speranze e la limitatezza delle umane possibilità. Ed è proprio qui che si apre il varco luminoso della fede, nella quale – scrive Fighera – «la tristezza diventa consapevolezza che quella fragilità che noi non possiamo sconfiggere è stata vinta da Colui che ha vinto la morte».
Oltre all’inconfondibile voce di Leopardi, nel libro si odono anche quelle, spesso non meno suggestive, di Dante, di Manzoni, di Cesbron, di Mounier, di Calvino, di Milosz, che, secondo quanto opportunamente rileva ancora Negri, l’autore «ha saputo leggere con profondità, utilizzando come ermeneutica della letteratura la domanda religiosa che anima il cuore
dell’uomo e la grande, definitiva risposta che Dio ha dato».
Giovanni Fighera CHE COS’È DUNQUE LA FELICITÀ, MIO CARO AMICO?
Ares. Pagine 248. Euro 14,00

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