altI classici sono nostri amici e contemporanei, come scrive Machiavelli nella bellissima lettera al Vettori del 10 dicembre 1513, perché sanno esprimere quello che anche noi viviamo e proviamo, le nostre stesse ansie e le nostre aspirazioni, l’ardore e la paura del vivere, l’horror vacui e il desiderio dell’assoluto.

            «I classici – scrive Raffaele Vacca in Il finito nella luce dell’infinito. Percorsi di lettura attualizzata (edizioni Ares) – sono quei testi che vengono dal passato, e che nel leggerli, oltre al godimento, ci rivelano vita vivente, e nel rileggerli sempre qualcosa di nuovo […]. I classici possono aiutare a dare concrete risposte alle domande, fondamentali dell’uomo: chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Come vivo? Come debbo vivere? Aiutano a essere se stessi, a conoscere gli altri, a comprendere il finito nella luce dell’infinito e a guardare verso l’infinito conoscendo il finito. Hanno parlato agli uomini del proprio luogo e del proprio tempo; parlano agli uomini di ogni luogo e che si succedono nei tempi».

             Schopenhauer ci ricorda che «esistono, in tutti i tempi, due letterature, che procedono una accanto all’altra quasi estranee fra di loro: una letteratura vera e propria e un’altra solo apparente. La prima crescendo diventa la letteratura permanente. La scrivono persone che vivono per la scienza o per la poesia». Questa letteratura procede lentamente e produce una dozzina di opere in un secolo nel continente europeo. Sono quei testi che rimangono nel tempo e che abbiamo prima chiamato classici. «L’altra letteratura, esercitata da coloro che vivono della scienza o della poesia, va avanti al galoppo, con grande chiasso degli interessati, e annualmente mette sul mercato molte migliaia di opere», che non durano al tempo.

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