RADIO MATER

3 aprile ore 17:30. TRASMISSIONE sulla figura del papà.

CONVERSAZIONE TRA NERELLA BUGGIO E GIOVANNI FIGHERA.

C’è un breve aneddoto familiare che nella sua semplicità testimonia la dinamica della crescita e dell’educazione. Un giorno mia figlia maggiore ammonì la sorellina: “Tu guarda me, perché io faccio come fa papà”. Fui colto da un brivido, da una profonda emozione e, nel contempo, da un senso di responsabilità e di inadeguatezza. Mi chiesi: “Chi guarda papà? Chi segue? Dove va?”.

Ogni uomo si muove per imitazione. Tutti abbiamo modelli di riferimento. I primi esempi che guardiamo come fondamentali per la nostra vita sono papà e mamma. Sono loro i nostri primi maestri. I nostri figli guardano quello che guardiamo noi, capiscono bene dov’è il nostro tesoro, cioè a cosa davvero teniamo, i nostri valori, le ragioni per cui fatichiamo. Per questo la prima vera educazione del genitore non è un’azione rivolta verso il figlio, ma verso se stesso. È il genitore che deve camminare, crescere, educarsi. Scrive sant’Ignazio di Antiochia: “Si educa bene con quel che si dice, meglio con quel che si fa, ancor meglio con quel che si è!”. E sant’Ambrogio: “Tutti i discorsi sulla carità non mi insegneranno di più del gesto di mia madre che fa posto in casa per un vagabondo affamato”.

A scuola come a casa il ragazzo deve essere catturato dall’amore e dalla passione, dal fascino della bellezza che l’insegnante o il genitore ha incontrato e cerca di comunicare. La bellezza è il metodo, la giusta strada perché il ragazzo si metta in cammino. Nel film Le vite degli altri la spia che controlla la vita di un artista esclama: “Come si fa ad essere cattivi dopo aver sentito una musica così bella”.  Per questo è importante coltivare nei ragazzi il gusto per il bello. Perché i ragazzi non siano distratti, è indispensabile che siano attratti e solo la bellezza ha il potere di avvincere e conquistare. Sto parlando evidentemente di quella bellezza che è, al contempo, bontà.

La cultura e la società di oggi sono, invece, invase dal brutto, dal cattivo, dal non senso che, spesso, permeano di sé il mondo della musica, del cinema, degli spettacoli. Tutti si nutrono di questo cibo pensando che non produca conseguenze, ma in realtà tutto quanto leggiamo, vediamo, sentiamo, ascoltiamo s’insinua in noi influenzandoci e cambiandoci nel tempo.

La difficoltà maggiore per i genitori di oggi è la cultura relativistica, materialistica, edonistica in cui viviamo che ci porta ad assopire le nostre domande e quelle dei figli, a bombardare i figli di opportunità suscitando in loro dei bisogni indotti e a non offrire loro l’essenziale.

La crisi attuale è forse la più grave che abbia vissuto il mondo occidentale, perché l’uomo assiste, dopo aver visto la perdita nell’aldilà, alla perdita di fede nell’aldiquà. In mezzo alla scomparsa dei grandi valori, trionfa una gaia disperazione. I ragazzi, però, alla ricerca di sogni da realizzare, delusi dal cinismo e dallo scetticismo degli adulti, assopiscono spesso i loro desideri, le domande, in fondo il loro io nello sballo del sabato sera, nell’alcool e nella droga. Scrisse un giorno un mio studente sul suo diario personale: “Il dramma dei giovani d’oggi è che sopravvivono in settimana per vivere il fine settimana”.

La maggior parte degli adulti si chiede che cosa sia successo ai giovani, così cambiati, così irresponsabili, così poco capaci di sopportare la fatica. L’esperienza di questi anni mi ha portato a verificare come i giovani si coinvolgano, quando viene fatta loro una proposta forte e bella. Purtroppo, gli adulti non hanno più il coraggio del pensiero forte. Raramente propongono valori e ideali che davvero vivono. La forza della persuasione e del coinvolgimento deriva da una vita vissuta.

L’etica dell’utile ha ormai coinvolto tutti gli ambienti e tutti gli atteggiamenti, creando uno scetticismo di fondo, un’incapacità di vivere bene e pienamente le esperienze.

Qualche tempo fa fui contattato dalla mamma di un mio allievo, preoccupata per l’impassibilità del ragazzo davanti ad una grave insufficienza in Latino, materia per la quale non si intravedeva lo scopo di studio. Esposi alla donna la mia preoccupazione per il fatto che il ragazzo pochi giorni prima, commentando la gita scolastica in una bella città, avesse giudicato l’esperienza inutile. La madre si sentì in colpa, perché mi disse che probabilmente era stata lei che, sola di fronte al grave compito educativo, aveva inculcato nel figlio quest’etica dell’utilitarismo.

L’episodio è emblematico. Spesso noi genitori siamo interessati più all’andamento scolastico dei nostri figli che alla loro vita e al loro vero bene. Non intendo certo affermare che non sia importante che i figli vadano bene a scuola. Spesso, però, noi riduciamo le nostre domande alla fatidica richiesta: «Com’è andata la scuola?». Il ragazzo non può che trincerarsi dietro una risposta brevissima che chiude ogni comunicazione. Chiediamo loro, invece: “Cos’è successo di bello oggi?”. Se alle mie figlie chiedo se abbiano imparato qualcosa di interessante e di bello, sono più propense a parlare. A tavola, a cena, ognuno di noi racconta che cosa sia capitato d’interessante durante la giornata. Mi sembra un modo per spalancarsi di fronte all’avventura della vita alla ricerca di ciò che ci capita e che renda bella e interessante la vita stessa.

L’etica dell’utilitarismo sta seriamente intaccando la capacità dell’uomo di vivere con intensità la realtà. Così, non si conoscono più davvero le cose e le persone, ma le si sfruttano. Non può rimanere, al fondo, che tristezza. All’etica dell’utile «economico» si dovrebbe sostituire l’etica del conveniente e corrispondente a livello umano.

 

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