Siamo ormai giunti alla settima e ultima balza del Purgatorio, quella dei lussuriosi. Abbiamo già incontrato questi peccatori all’Inferno, trascinati dalla bufera infernale, che mai non ha sosta.

Ora, le anime purganti, che devono purificare il vizio della lussuria, si trovano nelle fiamme ardenti, divise in due gruppi. In un senso procede chi ha peccato secondo natura, in direzione opposta, invece, si muovono quanti hanno peccato contro natura.

Un’anima chiede l’identità a Dante, ma lo sguardo del poeta è tutto preso dall’accorrere di altre anime.

Quando si incontrano, si baciano. I primi esclamano: «Ne la vacca entra Pasifae,/ perché ‘l torello a sua lussuria corra». Gli altri: «Soddoma e Gomorra». Poi si allontanano in direzione opposta. Le esclamazioni dei peccatori eterosessuali richiamano la storia di Pasifae, moglie di Minosse, che si innamorò di un toro e fece costruire una vacca in legno per avere un rapporto carnale con lui («colei/ che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge»). L’espressione «Soddoma e Gomorra» richiama, invece, le vicende bibliche delle due città distrutte dal fuoco disceso dal Cielo.

Alla curiosità delle anime che vogliono sapere la sua identità e la sua condizione Dante replica che è ancora vivo e che può salire verso la cima del Purgatorio non per meriti personali, ma grazie all’intervento del Cielo

Le anime purganti sono stupite, sono come il montanaro che arriva in città:

Non altrimenti stupido si turba
lo montanaro, e rimirando ammuta,
quando rozzo e salvatico s’inurba,                                 69

che ciascun’ombra fece in sua paruta;

Il poeta vuole, però, a sua volta conoscere il vizio di cui si è macchiata l’anima con cui sta parlando e la sua identità.

Chi risponde è Guido Guinizzelli, considerato unanimemente il maestro del Dolce Stil Novo. Guido Guinizzelli è cosciente di aver peccato di idolatria, ovvero di aver scritto e parlato della donna amata come se fosse un bene assoluto, un idolo. Lo stesso Dante, che sta riflettendo in questi canti sulla poesia e sul suo valore, sta ripensando alla sua esperienza poetica giovanile e medita sul fatto che tante volte la donna amata non è stata per lui il ponte per salire verso il Cielo o la compagnia di viaggio nel percorso che porta verso Dio.

Quando Dante viator sente nominare Guido Guinizzelli, il padre suo e di tutti i poeti stilnovisti, si vorrebbe buttare nel fuoco per salvarlo e portarlo fuori dalle fiamme, così come i due figli di Ipsifile si gettarono nella mischia per salvare la madre che era stata condannata a morte dal re di Nemea Licurgo, come ci racconta Stazio nella Tebaide. Per negligenza la donna aveva lasciato incustodito il figlio del re che poi aveva trovato la morte soffocato da un serpente. Il timore della fiamma tiene lontano Dante dal maestro, ma non gli impedisce di mostrare tutta la sua stima per quel padre. Guinizzelli, pieno di umiltà, chiede al poeta fiorentino quali siano le ragioni di una stima così sconfinata. Allora, Dante replica:

[…] «Li dolci detti vostri,

che, quanto durerà l’uso moderno,

faranno cari ancora i loro incostri».

Allora Guinizzelli addita dinanzi a sé il più grande nel suo parlar materno, il provenzale Arnaut Daniel (1150 ca, 1210 ca), l’inventore della sestina, interprete del trobar clus. Le persone stolte, che non comprendono nulla dell’arte, pensavano che il miglior trovatore fosse «quel di Lemosì» («lascia dir li stolti/ che quel di Lemosì credon ch’avanzi »), ovvero Giraut de Bornelh (1138 ca – 1215), così come in Italia molti credevano che il maggior poeta fosse Guittone Del Viva d’Arezzo («Così fer molti antichi di Guittone,/  di grido in grido pur lui dando pregio,/ fin che l’ha vinto il ver con più persone»), ma alla fine ha trionfato la verità. Se Dante apprezza l’esperienza della lirica siciliana e reputa come un padre Guido Guinizzelli aderendo per alcuni anni alla poesia stilnovista, è anche vero che il Fiorentino non mostra alcuna stima per Guittone.

Commenta questo Articolo