Saliamo con Dante al terzo Cielo, quello di Venere, dove si trovano gli spiriti amanti. Come Venere è la dea dell’amore, allo stesso modo il pianeta che porta lo stesso nome influenza l’inclinazione ad amare, secondo le dottrine astrologiche del tempo.

L’anima principale è Carlo d’Angiò, soprannominato Martello a memoria del celebre nonno di Carlo Magno, che nel 732 sconfisse i musulmani a Poitiers. Nato nel 1271, figlio di Carlo II di Napoli e di Maria Arpad d’Ungheria, creato reggente a soli quattordici anni durante la prigionia del padre in Aragona, fu incoronato a ventuno anni sovrano d’Ungheria, ma non prese mai il posto. Probabilmente conobbe personalmente Dante nel 1294, quando soggiornò per una ventina di giorni a Firenze. Morì giovanissimo nel 1295.

Per quale ragione è collocato in questo Cielo? Perché ha governato non mosso dalla cupidigia, vizio che spesso accompagna i luoghi del potere, ma dall’ardore della carità.

Il poeta non si accorge di essere salito al terzo Cielo. Lo comprende solo quando vede la sua guida, Beatrice, ancor più bella di quanto non l’avesse vista prima. Se nel primo Cielo Piccarda gli era apparsa come riflesso in uno specchio e nel secondo Giustiniano era ormai flebile immagine, ora, le anime gli appaiono solo come luci. Hanno perso definitivamente qualsiasi parvenza umana. Dante potrà ritornare a vedere fisionomie umane solo nell’Empireo, quando i santi appariranno finalmente col volto umano che hanno avuto in Terra, reso, però, splendente e ancor più bello perché si trovano in Paradiso.

Alcune luci ruotano in maniera più o meno rapida e si dirigono verso di lui, cantando «Osanna».

Un’anima in particolare si fa incontro a Dante manifestando il desiderio di soddisfare le sue domande perché lui possa esserne contento. L’ardore della carità dei santi fa sì che vogliano condividere l’immensa gioia di cui godono con tutti gli altri. Lo spirito rivela di appartenere al terzo Cielo, nel quale si volgono anche gli angeli denominati Principati. Nel De coelesti ierarchia Dionigi scrive che questi angeli appartengono alla terza gerarchia, custodi del tempo e delle epoche storiche. San Paolo fa riferimento a loro nelle lettere ai Colossesi e agli Efesini. Quando Dante ha composto la canzone Voi ch’intendendo il terzo ciel movete, commentata nel II libro del Convivio, credeva che fossero i Troni a muovere il terzo Cielo.

Carlo d’Angiò esclama:

 

Noi ci volgiam coi principi celesti

d’un giro e d’un girare e d’una sete,

ai quali tu del mondo già dicesti:

Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete’;

e sem sì pien d’amor, che, per piacerti,

non fia men dolce un poco di quïete.

 

In poche parole, l’anima si presenta così piena d’amore che sarà contenta di fermarsi un po’ per rimanere con lui.

Rassicurato da Beatrice, Dante chiede all’anima l’identità. Con un’efficace agnizione l’anima si rivela

 

[…] Il mondo m’ebbe
giù poco tempo; e se più fosse stato,
molto sarà di mal, che non sarebbe.
La mia letizia mi ti tien celato
che mi raggia dintorno e mi nasconde
quasi animal di sua seta fasciato.
Assai m’amasti, e avesti ben onde:
ché s’io fossi giù stato, io ti mostrava
di mio amor più oltre che le fronde.

Dante ha conosciuto questo personaggio, morto molto giovane, e gli si è molto affezionato, e a ragione, perché se ne avesse avuto tempo anche colui che sta parlando avrebbe ricambiato e mostrato tutto il proprio amore.

Fu atteso invano come signore dalla Provenza dopo esser già stato cinto della corona della terra d’Ungheria. La stessa Sicilia, definita qui come «bella Trinacria», sarebbe ancora retta dai suoi discendenti se non fosse scoppiata nel 1282 la rivolta dei vespri, a causa della quale venne cacciato Carlo I d’Angiò col suo malgoverno.

L’anima che parla è, quindi, Carlo Martello che medita sul fatto che il fratello Roberto d’Angiò dovrebbe riflettere sulle possibili conseguenze del malgoverno.

Dalla stessa famiglia sono nati due figli decisamente differenti e Dante non capisce come ciò possa accadere.

Lo spirito amante risponde che a ciascuno è stato donato un talento. Per questo sulla Terra esistono compiti e mansioni differenti: c’è chi nasce legislatore, come Solone ad Atene, chi nasce condottiero, come Serse, re persiano, chi nasce sacerdote, come Melchisedech, chi artefice, come Dedalo.

Purtroppo, spesso, le persone non assecondano i talenti e le capacità e capita che          chi è adatto a combattere ricopra cariche religiose, mentre chi ha doti di predicatore diventi re. In questo caso Carlo sta facendo un’allusione sferzante al fratello Roberto d’Angiò che amava predicare in pubblico, addirittura dal pulpito delle chiese. Ci rimangono di lui quasi trecento sermoni in latino.

 

RIFLESSIONE SUI TALENTI

 

I talenti vengono assegnati dal Cielo, senza alcuna relazione con la famiglia di origine.

Non è la prima volta che leggiamo nelle opere dantesche concetti così innovativi e rivoluzionari per la mentalità dell’epoca. Nel Convivio il poeta aveva già espresso una concezione di nobiltà non di sangue, ma proveniente dal cuore, quindi dalla sensibilità, dalla bontà, dalla gentilezza d’animo.

Carlo Martello invita a seguire la natura, se le agissero così sarebbero migliori. «Naturam sequi» scriveva Seneca. Nella società possiamo verificare che molto spesso le persone non occupano il posto che più si addice loro, perché nella scelta lavorativa non hanno assecondato passioni, capacità e talenti, ma hanno perseguito guadagno, opportunità di prestigio e di carriera. Così, è come se avessimo un puzzle in cui molti pezzi non occupano il loro posto corretto. L’esempio non è di Dante, ma nostro.

Già la parola evangelica ci ha invitato a riflettere sul fatto che ciascuno di noi possiede almeno un talento che non può essere depositato sotto terra, ma va messo a frutto. La fiaccola non deve essere collocata sotto il tavolo, ma sopra, perché possa illuminare tutta la stanza.

Chi scopre anche solo uno dei propri talenti, se ne avvale e lo mette a disposizione di tutti, produce molto frutto. Ne ottengono beneficio anche la comunità e tutti quanti hanno la grazia di vivergli vicino.

Chi segue i talenti e persegue i doni che Dio gli ha donato porta sul volto i segni di una grande letizia.

Quando Madre Teresa di Calcutta, appena dodicenne, sentì il desiderio di diventare suora, si recò dal proprio padre spirituale padre Franjo e gli chiese consiglio. Questi gli rispose:

 

Lo saprai dalla tua felicità interiore. […] La profonda letizia del cuore è la bussola che indica il sentiero da seguire. Dobbiamo farlo, anche quando la strada non è chiara e il cammino disseminato di difficoltà.

 

Non dobbiamo mettere a tacere la domanda di compimento e di felicità. Al contrario, dobbiamo rimanere attenti agli indizi e ai segni che arrivano dalla realtà. Tra questi vi sono anche i desideri e i sogni che albergano nel nostro cuore, come pure le passioni e i talenti che emergono dalla nostra persona.

In questa prospettiva che accomuna un genio come Dante Alighieri e una santa della carità come Madre Teresa di Calcutta la vita diviene così assunzione di responsabilità, compito, un «prendersi cura di». La vita diventa allora bella, perché è una continua scoperta, e la strada che percorreremo ci sorprenderà, perché ci mostrerà paesaggi e mete che supereranno ogni nostra aspettativa.

A distanza di settecento anni Dante è sempre attuale. Raramente i giovani scelgono quale strada intraprendere nella vita dal punto di vista scolastico e lavorativo partendo dai talenti e dalle passioni più vere. Quasi sempre, invece, hanno come riferimento le aspettative di carriera e di guadagno insinuate nel loro animo da un contesto culturale in cui l’esito economico è prospettato come l’unica possibilità di compimento personale.

Commenta questo Articolo