Che cosa cercano i giovani al sabato sera, quando passano da un locale all’altro, quando si «sballano» tra alcol, droga e musica assordante? Forse non saprebbero rispondere in maniera precisa, forse non saprebbero rispondere a questa domanda neanche quegli adulti che li censurano senza chiedersi che cosa stia al fondo di quel comportamento.

Durante un’ora di lezione, ad inizio anno, ho chiesto ai ragazzi quali fossero le loro aspettative sulla vita, i desideri più profondi nelle loro giornate. Le risposte furono le solite: laurea, carriera, lavoro, ragazza. Allora chiesi loro se non fosse più bello desiderare di essere felice, bramare la felicità sempre e ovunque, rispettando tutta l’ampiezza del loro desiderio.

Quando mi capita di chiedere agli studenti: «Perché ci si alza al mattino? Qual è la cosa per voi più importante della vita? Qual è la cosa che desiderate di più, il fuoco che arde quando vi muovete nelle vostre tante attività?», raramente mi accade di sentir nominare la parola «felicità». È un termine censurato, innominabile. I giovani, a diciotto anni, non possono già aver rinunciato alla ricerca della felicità. Spesso, però, i loro discorsi rivelano come la domanda sia già stata rimpiazzata da risposte recuperate dal mondo degli adulti, in cui raramente si discute della felicità. Anzi, spesso sono gli stessi adulti che mettono subito a tacere le domande dei figli, come se fossero inopportune e adolescenziali.

Che cosa può bastare all’animo umano? Il cuore dell’uomo è nato per la felicità, piena e infinita, non ridotta a formule. Ecco perché, non appena qualcuno ha il coraggio di rimetterla a tema, l’attenzione di molti sobbalza e rimane in ascolto.

Nel 2006 il film La ricerca della felicità di Gabriele Muccino ha sbancato i botteghini. Il protagonista deve crescere il figlio da solo e cerca un lavoro che gli permetta di vivere in una situazione più agiata. In una scena ripensa alla Dichiarazione di indipendenza di Thomas Jefferson, laddove si citano il diritto alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità. Allora ripensa così tra sé e sé: «Come faceva a sapere che la felicità è qualcosa che possiamo solo inseguire e che forse non riusciamo mai a raggiungere, qualunque cosa facciamo. Come faceva a saperlo?». Si chiede come mai la parola «felicità» venga citata un paio di volte in un documento simile.

Il film esalta la volontà e lo sforzo umani, l’uomo che non si arrende e che ottiene ciò che desidera. «Se vuoi una cosa, vai e inseguila» dice il padre al figlio. «Non permettere a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa!». Per quanto sia positivo che il film esalti sentimenti come quello paterno e l’inesauribile desiderio di compimento dell’uomo, l’accento è posto in maniera esagerata sugli sforzi umani, sulla volontà, sull’eroismo del self-made man, sul raggiungimento dei propri obiettivi, sull’idea che «volere è potere».

Manca senz’altro qualcosa. Altrimenti la questione della felicità riguarderebbe pochi ed escluderebbe i più. In ogni caso, poi, qualsiasi abilità umana rivela la propria insufficienza a rendere felice l’uomo. Nessuno si può dare la felicità da sé.

Dobbiamo avere il coraggio di guardare in fondo al nostro animo e provare a chiederci che cosa possa davvero soddisfarlo. Anche quei giovani che spesso si «sballano» rappresentano questa domanda insopprimibile di felicità. Per questo è un segno allarmante dei nostri tempi il fatto che gli adulti abbiano spesso paura delle domande di pienezza e dei sogni dei giovani.

Potremmo affermare che il mondo degli adulti sembra essersi scordato di questa domanda, sostituendola con altre risposte: ricchezza, carriera, donne. La felicità viene spesso ridotta a un problema fisiologico o chimico o psicologico e a molti sembra che esistano delle ricette per ottenerla. Felicità in pillole, dunque: come se esistessero delle componenti chimiche che possano davvero rispondere alle nostre aspirazioni più profonde.

Anni fa in una trasmissione televisiva dedicata allo scudetto appena vinto dall’Inter furono invitati ospiti importanti del mondo del calcio. Uno di questi era un noto redattore di una testata sportiva. Gli fu posta la domanda su come avesse iniziato l’articolo di fondo del quotidiano sulla vittoria nerazzurra. Rispose: «Credo di aver usato la parola felicità, una parola che un adulto utilizza sempre con molto pudore, ma è come se fossi tornato bambino e allora la pronuncio». Con quale tristezza ho sentito pronunciare questa parola, come se fosse una bella favola da raccontare ai bambini, ma quasi innominabile da un adulto. Sembra oggi essersi avverata la profezia di Teilhard de Chardin: «Il pericolo maggiore che possa temere l’umanità non è una catastrofe che venga dal di fuori, non è né la fame né la peste, è invece quella malattia spirituale, la più terribile perché il più direttamente umano dei flagelli, che è la perdita del gusto di vivere».

Nel romanzo di I. Turgenev Padri e figli, Odincova, pone all’amico Bazarov: «Perché anche quando godiamo, per esempio, di una musica, di una buona serata, della conversazione con gente simpatica, perché tutto ciò sembra piuttosto un’allusione a non so che smisurata felicità che esiste in qualche luogo, anziché una felicità reale, cioè, tale che la possediamo noi». Leopardi chiese all’amico Jacopssen in una splendida lettera: «Se la felicità non esiste che cos’è dunque la vita?». Può esistere un’esistenza umana senza felicità, può esistere un uomo che non desideri la felicità?

Da dove ripartire allora? Il nostro desiderio si deve tradurre nella domanda di incontrare «luoghi» di un’umanità più affascinante e viva, in cui il nostro io possa riscoprirsi e rinascere.  È motivo di grande speranza l’incontro con uomini che siano felici. Abbiamo bisogno di uomini assetati di felicità. Se il cuore è sgombro da incrostazioni, se lo sguardo è attento, allora la realtà ci sorprenderà.

In un mondo in cui sembrano dominare l’homo oeconomicus, che pensa a soddisfare i suoi bisogni e i piaceri, e l’homo technologicus, che provvede a fare e a realizzare sempre meglio, Leopardi riporta in primo piano l’unico uomo che sia veramente tale, che non sia bestia e gregge. Quell’homo religiosus con le sue domande sulla vita e sul destino, che permangono oggi come un tempo con tutta la loro urgenza di risposta e che riecheggiano con potenza nei versi del Canto notturno quando il poeta si rivolge alla Luna: «Ove tende/ Questo vagar mio breve,/ Il tuo corso immortale? […] Che fa l’aria infinita, e quel profondo/ Infinito sereno?[…] E io che sono?».

Nella società dove comandano i bisogni Leopardi chiarisce il vero e originario desiderio dell’uomo (di felicità, di amore e di bellezza) e ci parla di un cuore che è capacità di Infinito, proprio come se fosse un contenitore che non può mai essere colmato da beni terreni finiti.

 

 

 

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