L’epoca contemporanea ha un triste privilegio. In tutte le epoche gli intellettuali hanno dissertato sull’esistenza di Dio. Molti hanno cercato anche di confutarne l’esistenza.  Sono sempre esistiti gli atei. Nelle epoche passate, però, la negazione dell’esistenza di Dio raramente si è accompagnata ad una presuntuosa tracotaggine e ad una gaia spensieratezza totalmente dimentica del limite umano e della morte. Quella di oggi è, invece, una gaia disperazione, propria di un uomo che, pensando di poter fare a meno di Dio, deve anche dimenticarsi del destino. Vuole vivere sereno,  tranquillo, ottimista, anche se senza ragioni di speranza.

Il desiderio è la chiave perché si possa affrontare il lavoro, la scuola, lo studio universitario, le amicizie, il rapporto con il fidanzato o con la fidanzata animati da quello stesso entusiasmo e da quella trepidazione che provavamo il primo giorno. Altrimenti, come non farsi prendere dalla monotonia, dal cinismo, dal sentimento comune che tanto non cambierà mai nulla? Come si può costruire qualcosa di grande e di bello, come far sì che questa giornata, questo mese, quest’anno scolastico o lavorativo siano un’occasione di costruzione di umanità, di incontri di umanità?

Chesterton ci ricorda: «La vita è la più grande delle avventure, ma solo l’avventuriero lo scopre». Come è provocatoria questa frase in un panorama in cui l’abitudine principale è quella di lamentarsi, di vivere il lavoro e la scuola come carceri, luoghi tetri e pesanti da cui evadere o in cui stare solo se si guadagna adeguatamente o si può far carriera.

La più grande delle avventure non è il viaggio nella solitudine dell’Alaska come nel film «Into the wild», ma la vita che ora, in questo preciso istante, è data a me e a te da vivere. Come può accadere ciò? La nuova trasmissione

 

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