Nella puntata di sabato 16 febbraio parleremo ancora del Caffé letetrario, di valutazioni e verifiche, della cultura relativistica insegnata a scuola.

VALUTAZIONI E VERIFICHE

«Non possiamo dare per scontato il soggetto che vuole imparare» (M. Bocchini, Colloqui con una professoressa). Nella scuola di oggi si assiste alla

pretesa delirante di una didattica standard fondata non sulla cura della persona nella sua reale situazione, ma su un’astrazione del concetto di allievo.

Si guarda «il ragazzo senza tener conto della sua posizione umana di passività, disinteresse, demoralizzazione dell’io». Che cosa si deve fare? Bisogna ricostruire l’io

farlo diventare consapevole di sé sotto due aspetti fondamentali: innanzi tutto nella capacità logica, cioè nella capacità di ragionare. In secondo luogo nella sua capacità affettiva, cioè nella curiosità amorosa verso la realtà, le cose e le persone.

I ragazzi devono cioè sperimentare che sono capaci. Gli insegnanti devono valorizzare le capacità e la verità. Nella spiegazione «occorre rendere i contenuti il più possibile accessibili, senza rinunciare alla parola viva». Mirella Bocchini, inoltre, suggerisce «concrete modalità didattiche che hanno contribuito a ricostruire l’umanità degli studenti, come, ad esempio, la valutazione o lo svolgimento del tema». Il voto va discusso di fronte a tutta la classe, nel senso che il docente deve chiarire a tutti i criteri con cui viene assegnato, quali siano i criteri di valutazioni e le richieste dell’insegnante. Il ragazzo, così, si sentirà sempre più protagonista, non subirà la valutazione, ma comprenderà il metodo, il percorso che deve fare. La chiarificazione dei criteri di valutazione deve avvenire all’inizio dell’anno. L’insegnante dovrà chiarire in maniera concreta e precisa (non fumosa, ricorrendo a categorie non ben comprensibili dai ragazzi) gli obiettivi che si devono raggiungere. Sarà opportuno nel primo mese di scuola commentare le interrogazioni degli studenti al momento della valutazione, non mortificando le prove, valorizzando gli aspetti positivi e, al contempo, sottolineando il percorso che si deve compiere per conseguire i miglioramenti richiesti. La valutazione dovrà essere in primo luogo chiara all’insegnante, non soggetta ad arbitrarietà. L’insegnante potrà ricorrere, ad esempio, al metodo della scrittura delle domande poste e della valutazione di ciascuna risposta. Ad esempio, una mia interrogazione sulla Commedia si compone sempre di tre parti: una in cui lo studente dovrà presentare un canto da me scelto tra quelli assegnati; una seconda in cui il ragazzo esporrà a memoria i versi di un canto (di ogni canto lo studente impara a memoria alcune terzine); una terza in cui l’interrogando legge, parafrasa e commenta dei versi. Alla fine dell’interrogazione, quando assegno il voto, spiego al ragazzo come ho valutato le tre distinte parti e cerco di far comprendere i miglioramenti avvenuti (se vi sono) e quelli auspicati.

Questo è solo un esempio per far comprendere che cosa significhi che la valutazione deve essere condivisa. Non significa che il criterio del docente venga messo in discussione o che il ragazzo sia messo sullo stesso piano dell’insegnante. Vuol dire permettere al ragazzo di comprendere con chiarezza il percorso che il docente si aspetta da lui. Una delle ragioni della sfiducia che si ingenera negli studenti non è tanto dovuta alla fatica nello studio, come spesso si crede, ma al fatto che il ragazzo si trova spesso a faticare senza comprenderne il senso o senza vedere premiati i propri sforzi.

Per questo è altresì importante che l’insegnante sappia valorizzare al massimo il percorso del ragazzo, i suoi sforzi sottolineando i suoi miglioramenti con parole di stima e di fiducia, mostrandosi come un alleato o, se vogliamo, un allenatore contento del conseguimento di buoni risultati. Il fallimento dello studente è, infatti, un fallimento anche per l’insegnante che non potrà non mettersi in discussione sempre. Non significa certo che le colpe siano da ascriversi sempre all’insegnante o che il ragazzo debba essere sempre giustificato secondo un buonismo che spesso impera in alcune scuole oggi. Anzi. Significa, però, che l’atteggiamento sovente assunto dal corpo docenti di colpevolizzare i giovani di fronte a risultati non soddisfacenti dovrà sempre interrogare l’adulto insegnante che dovrà chiedersi: riesco davvero a trasmettere il mio amore per la disciplina? Come è possibile che io presenti questi argomenti in maniera più affascinante? Come posso recuperare un atteggiamento passivo dei ragazzi di fronte alle lezioni?

Nulla accade che sia casuale. La mancanza di studio, l’indifferenza di fronte alle lezioni, la passività, la disattenzione e tante altre manifestazioni che possono verificarsi durante le lezioni sono tutte palesi segnali di comunicazione di un disagio o di una ribellione o di un malessere o ancora di una domanda di senso più profonda. Compito dell’insegnante è ancora una volta quello di partire da sé, dalla propria domanda di senso e di significato e scommettere sul ragazzo.

Potrebbe anche accadere, però, che un ragazzo si trovi ad affrontare un percorso scolastico del tutto inadeguato alle sue capacità o alle competenze acquisite negli anni precedenti o ai suoi desideri. Importante sarà che la serietà del lavoro degli insegnanti e l’attenzione costante dei genitori si pongano di fronte allo studente innanzitutto come ad una persona senza la pretesa di incanalarlo in un percorso del tutto inadeguato a lui.

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