altL’ultima raccolta di Lauretano si pone sulla scia dell’Inferno dantesco, per usare un’immagine cara a Mario Luzi, che ne L’Inferno e il Limbo (1949)aveva parlato della duplice tendenza della letteratura italiana, quella intimista, spiritualista, rarefatta e indefinita, incline a «commentare l’esistente», rappresentata dal Petrarca, che ha segnato la tradizione letteraria italiana successiva, e quella dantesca, tendente al racconto e, quindi, ad «accrescere l’esistente» con la sua concretezza e il suo realismo.

Nel Racconto della riviera prevalgono la vena affabulatrice, la dimensione del racconto e della storia, come già denuncia il titolo, la «dolcezza», come scrive Francesca Serragnoli nell’introduzione. Il protagonista, ragazzo come tanti, vissuto senza un vero padre, si trova un po’ come Dante nella selva oscura, ha smarrito il senso, ha necessità di recuperare la sua Beatrice, quella Chiara che ha incontrato anni addietro. Marco vive cercando di coprire il vuoto. Trascorre le serate col branco, «i compagni di nessuna cosa, […] deflagrati. Implosi. Morti/ segretamente», in attesa che qualcosa accada, «ma nulla poi accade e ognuno rimane dov’è nel suo pezzo di babele». E al «cuore adolescente di Marco» nulla basta: «non bastano gli amici animali/ il sangue appannato dalla birra/ il cervello dirottato dall’istinto». Non tutto nella vita di Marco era stato vuoto. Marco aveva incontrato Chiara, una ragazza che «amava libera/ come chi sa che l’amore viene/ da oltre un mare misterioso,/ […] come se sapesse cose antiche».

 

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