Saggista, traduttore, insegnante, giudice di pace, deputato. Dedicò la sua vita al bene comune, impegnandosi a operare secondo il “mondo della ragione” della sua Utopia.

“Non si deve abbandonare la nave in piena tempesta, solo perché non po­tete comandare ai venti… Se non potete far andar bene tutte le cose, dovete al­meno aiutare perché vadano il meno male pos­sibile”, scrisse Tommaso Moro in Utopia, impe­gnandosi a vivere questo “mondo della ragione” durante tutta la sua vita. Santo e martire di cui conoscevamo solo il nome prima di scoprirne l’esistenza mirabile nella mostra Tommaso Mo­ro: il sorriso della libertà, realizzata dalla fonda­zione Costruiamo il Futuro e dall’associazione Le Radici, che hanno voluto presentare in que­sto modo a Sulbiate il patrono dei politici, esempio dell’amore a Cristo e all’uomo.

Instancabile nei numerosi impegni

Nato a Londra nel 1478, affiancato all’età di 12 anni al cardinale Morton, divenne avvocato a Oxford nel 1501. Fu conferenziere, traduttore e saggista. Sposò Jane Colt, dalla quale ebbe quattro figli, e rimasto vedovo nel 1511, spinto dalla necessità di affidare i bambini a cure pre­murose, sposò Alice Middleton. Da marito non usò mai la violenza, nemmeno quando il suoce­ro lo invitava a “usare i suoi diritti”. Padre dol­cissimo ed educatore esigente, visse l’amicizia come “ottavo sacramento”, come testimonia il rapporto con Erasmo da Rotterdam, che scrisse di lui: “Non vi fu ingegno più grande”.

Fu insegnante, deputato e giudice di pace; svolgeva così assiduamente quest’ultimo lavoro alla Corte delle Richieste che un giorno, quan­do “chiamò la successiva, si sentì rispondere che non c’era più nessuno che attendesse giudizio”.

Pur nella dedizione al lavoro, affrontò la vi­ta intera con letizia. L’umorismo lo accompagnò fino al patibolo (concessogli come amico del Re, poiché per tradimento si veniva squar­tati), dove disse ai boia: “Per favore, aiutatemi a salire, che per scendere non disturberò nessuno”.

All’umorismo seppe unire la libertà. Libero perché “servo fedele del re, ma prima di Dio”, come lui stesso si definì. Fu nominato da Enri­co VIII Gran Cancelliere del Regno per la pro­fessionalità, ma soprattutto per la franchezza con cui gli parlava. Quando il sovrano volle an­nullare il matrimonio con Caterina d’Aragona per sposare Anna Bolena, Moro, analizzato il Diritto canonico, la Bibbia e la Magna charta, gli confidò l’infondatezza delle tesi, mantenen­do il silenzio in pubblico per rispetto delle isti­tuzioni che ricopriva.

 

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