Che cosa può bastare all’animo umano? Il cuore dell’uomo è nato per la felicità, piena e infinita, non ridotta a formule. Ecco perché, non appena qualcuno ha il coraggio di rimetterla a tema, l’attenzione di molti sobbalza e rimane in ascolto.

Nel 2006 il film La ricerca della felicità di Gabriele Muccino ha sbancato i botteghini. Il protagonista deve crescere il figlio da solo e cerca un lavoro che gli permetta di vivere in una situazione più agiata. In una scena ripensa alla Dichiarazione di indipendenza di Thomas Jefferson, laddove si citano il diritto alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità. Allora ripensa così tra sé e sé: «Come faceva a sapere che la felicità è qualcosa che possiamo solo inseguire e che forse non riusciamo mai a raggiungere, qualunque cosa facciamo. Come faceva a saperlo?». Si chiede come mai la parola «felicità» venga citata un paio di volte in un documento simile.

Il film esalta la volontà e lo sforzo umani, l’uomo che non si arrende e che ottiene ciò che desidera. «Se vuoi una cosa, vai e inseguila» dice il padre al figlio. «Non permettere a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa!». Per quanto sia positivo che il film esalti sentimenti come quello paterno e l’inesauribile desiderio di compimento dell’uomo, l’accento è posto in maniera esagerata sugli sforzi umani, sulla volontà, sull’eroismo del self-made man, sul raggiungimento dei propri obiettivi, sull’idea che «volere è potere». 

Manca senz’altro qualcosa. Altrimenti la questione della felicità riguarderebbe pochi ed escluderebbe i più. In ogni caso, poi, qualsiasi abilità umana rivela la propria insufficienza a rendere felice l’uomo. Nessuno si può dare la felicità da sé.

Dobbiamo avere il coraggio di guardare in fondo al nostro animo e provare a chiederci che cosa possa davvero soddisfarlo. Anche quei giovani che spesso si «sballano» rappresentano questa domanda insopprimibile di felicità. Per questo è un segno allarmante dei nostri tempi il fatto che gli adulti abbiano spesso paura delle domande di pienezza e dei sogni dei giovani.

Potremmo affermare che il mondo degli adulti sembra essersi scordato di questa domanda, sostituendola con altre risposte: ricchezza, carriera, donne. La felicità viene spesso ridotta a un problema fisiologico o chimico o psicologico e a molti sembra che esistano delle ricette per ottenerla. Felicità in pillole, dunque: come se esistessero delle componenti chimiche che possano davvero rispondere alle nostre aspirazioni più profonde.

Anni fa in una trasmissione televisiva dedicata allo scudetto appena vinto dall’Inter furono invitati ospiti importanti del mondo del calcio. Uno di questi era un noto redattore di una testata sportiva. Gli fu posta la domanda su come avesse iniziato l’articolo di fondo del quotidiano sulla vittoria nerazzurra. Rispose: «Credo di aver usato la parola felicità, una parola che un adulto utilizza sempre con molto pudore, ma è come se fossi tornato bambino e allora la pronuncio». Con quale tristezza ho sentito pronunciare questa parola, come se fosse una bella favola da raccontare ai bambini, ma quasi innominabile da un adulto. Sembra oggi essersi avverata la profezia di Teilhard de Chardin: «Il pericolo maggiore che possa temere l’umanità non è una catastrofe che venga dal di fuori, non è né la fame né la peste, è invece quella malattia spirituale, la più terribile perché il più direttamente umano dei flagelli, che è la perdita del gusto di vivere». 

Nel romanzo di I. Turgenev Padri e figli, Odincova, pone all’amico Bazarov: «Perché anche quando godiamo, per esempio, di una musica, di una buona serata, della conversazione con gente simpatica, perché tutto ciò sembra piuttosto un’allusione a non so che smisurata felicità che esiste in qualche luogo, anziché una felicità reale, cioè, tale che la possediamo noi». Leopardi chiese all’amico Jacopssen in una splendida lettera: «Se la felicità non esiste che cos’è dunque la vita?». Può esistere un’esistenza umana senza felicità, può esistere un uomo che non desideri la felicità?

Da dove ripartire allora? Il nostro desiderio si deve tradurre nella domanda di incontrare «luoghi» di un’umanità più affascinante e viva, in cui il nostro io possa riscoprirsi e rinascere.  È motivo di grande speranza l’incontro con uomini che siano felici. Abbiamo bisogno di uomini assetati di felicità. Se il cuore è sgombro da incrostazioni, se lo sguardo è attento, allora la realtà ci sorprenderà.

Nel quadro di Pistoia Capitale italiana della Cultura 2017, l’11 febbraio alle ore 16 Giovanni Fighera interviene presso la Scuola Comunale di Musica Mabellini di Pistoia. È parte di una serie di incontri organizzati dall’associazione culturale di Pistoia To groove dal titolo La bellezza salverà il mondo, in collaborazione con psicopedagogisti, psicologi, scrittori ed esperti del mondo giovanile.  (La Nuova bussola quotidiana del 10-2-2017)

 

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