Nella cultura comune, quella letteraria, scolastica e cinematografica (si pensi al recente film Robin Hood di Ridley Scott), l’immagine dei «secoli bui» è ben lungi dal morire. La visione dominante è, infatti, quella che lo scrittore Umberto Eco ha trasmesso ne Il nome della rosa: superstizione, roghi, streghe, ignoranza, chiesa corrotta ed eresie sono gli ingredienti dominanti per un mondo di intrighi che sembra più rispondere ad esigenze costruttive di un giallo che ad un’ipotesi di ricostruzione storica veritiera.

Ben diversa è l’immagine che il romanzo del poeta Davide Rondoni trasmette sull’epoca, sull’uomo medioevale e soprattutto su quel poveruomo rattrappito, Hermann lo storpio, che è il protagonista del romanzo. L’«uomo è un peccatore che dipende da Dio» aveva svelato il santo eremita nel Perceval di Chretien de Troyes, o, se vogliamo, con definizione altrettanto felice, un «nulla capace di Dio», secondo la bellissima espressione del saggista e romanziere francese Daniel Rops. In una miniatura realizzata nel 1163 santa Ildegarda di Bingen inscrive in una Terra la figura di un uomo, circondato da Dio con il suo abbraccio misericordioso. Poco più di cent’anni prima, nell’XI secolo, vive Hermann il rattratto o lo storpio. Alla nascita la famiglia aristocratica vorrebbe liberarsi di lui, viste le sue condizioni di salute e fisiche, ma poi decide di affidarlo alle cure del monastero di Reichenau.

Nel riconoscimento della sua dipendenza da un Mistero amorevole Hermann compie tutta la sua umanità, riconosce che nel suo corpo rattrappito sono presenti dei talenti che non tiene per sé, ma mette al servizio degli altri. Hermann si istruisce, diviene autore di preghiere, tra cui la bellissima  Salve Regina, e di trattati. Lui stesso è punto di riferimento per tutto il monastero e per l’intera cristianità. Nel dialogo col Papa, come immagina Rondoni nel romanzo, il povero monaco esclama:

La nostra debolezza umana… È così semplice. Sì, fa piangere e fa ridere. Io non so come aiutarti, padre. Ormai sono stanco, e quel poco che potevo l’ho scritto in pagine che forse il tempo disperderà… Sono l’ultimo dei ciuchi di Cristo, cosa posso fare per te che hai un peso così grande sulle spalle?

A tali parole

il Papa guarda l’omuncolo di cui ormai si parla come «miracolo dell’epoca». Gli guarda le mani contratte. Forse anche la Chiesa intera deve lottare e vivere con un corpo che è rattratto e però è anche un miracolo?

Hermann è esempio limpido di come l’uomo diventi strumento di fecondità, di cultura e di nuova umanità quando riconosce che Dio ci ha amati nonostante il nostro niente e la nostra fragilità. Un afflato poetico percorre le righe del romanzo che in maniera delicata e lirica ci fa percepire anche il respiro faticoso di Hermann e la sofferenza fisica e affettiva che l’ha accompagnato fin dalla nascita. Il romanzo commuove, ad esempio nella scena in cui Hermann viene informato della morte della madre oppure quando parla all’abate della sua preferenza per l’amico monaco Bertold, l’unico che sappia leggere «i suoi silenzi».

Rondoni non vuole raccontare tutta la vita di Hermann, vuole bensì descrivere in alcuni  particolari della sua storia il Mistero del tutto e dell’universale. Nella coscienza che Dio ci ha amati da sempre Hermann vive con pienezza tutta la sua umanità e il grido che alberga nel suo cuore.  Ancor oggi venerato come beato, è «l’emblema stesso della santità cattolica» (Don Luigi Giussani). (pubblicato su La bussola quotidiana)

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