La grande novità della seconda cantica non consiste solo nei colori, ma anche nei canti soavi di un popolo che sale verso la cima della montagna, canti che denunciano la gioia del cuore che scaturisce dalla speranza (che è certezza) di incontrare Dio. Le anime che dalla foce del Tevere giungono in Purgatorio su un vascello bianco e luminoso cantano all’unisono «In exitu Israel de Aegypto» (Israele all’uscita dall’Egitto), salmo biblico della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù dell’Egitto, simbolo della Pasqua ebraica e profezia di quella cristiana (la liberazione dell’uomo dal carcere del peccato e della morte attraverso la passione e la resurrezione di Cristo). Di fronte al canto di Casella le anime purganti rimangono estasiate per la bellezza della melodia. Ma in ogni balza salmi e canti saturano l’aria che carezza le pareti della montagna.

Il lettore potrà contemplare un popolo coeso, in cammino, animato dalla speranza del Cielo e, perciò, lieto. Ora dominano gli affetti, le amicizie, il senso della coralità e della comunità. Dante viator incontra i grandi amici già defunti (Casella, Forese Donati), i poeti che gli sono stati maestri nell’arte della scrittura (a Virgilio si aggiungono Stazio, Guido Guinizzelli, Arnaut Daniel, …). Per ben sei canti (dal XXI al XXVI) l’autore mette a tema la sua passione più grande, la poesia, in attesa di ritrovare Beatrice, colei che gli ha cambiato la vita in gioventù (Vita nova) e che è andata in suo soccorso ora che si è smarrito nella selva oscura, a metà della sua vita.

Il Purgatorio è il regno della purificazione dal peccato e, quindi, è il regno della libertà. Dante «libertà va cercando» e propone anche al lettore di oggi di intraprendere con serietà il viaggio con lui. Vi sono, però, due condizioni indispensabili: la prima è quella di armarsi di umiltà, la seconda di lavarsi il viso (ovvero purificarsi). Simbolicamente, alla fine del canto primo, il poeta sarà cinto di un giunco schietto e Virgilio gli pulirà il viso con la rugiada. La condizione per camminare è quella della mendicanza: riconoscere di essere bisognosi di aiuto e peccatori, desiderosi di salvezza e di purificazione.

Il Purgatorio è ancora la cantica della misericordia di Dio, che attende al varco chiunque decida di arrendersi a Lui anche all’ultimo momento. Basta, quindi, anche un solo istante di riconoscimento dell’onnipotenza divina, del nostro peccato e del nostro bisogno di salvezza perché per noi si aprano le porte del regno della purificazione. Il principe Manfredi, che ha addirittura lottato contro la Chiesa ed è stato scomunicato, non accederà direttamente al Paradiso, ma dovrà purificare quelle colpe di cui si è macchiato in Terra e che non ha espiato nel viaggio terreno. Dante si immagina che rimanga nell’antipurgatorio trenta volte il tempo in cui è stato scomunicato in Terra. A confronto sono poste giustizia umana e misericordia di Dio. La prima misura l’operato dell’uomo e non concepisce una bontà che possa premiare allo stesso modo persone che abbiano lavorato differentemente. La misericordia di Dio è, invece, oltre ogni umana misura e giustizia, non premiando, però, chiunque, bensì chi con contrizione e verità di cuore riconosca il Mistero buono e si affidi a Lui con tutta la propria fragilità. Nella storia dell’umanità Cristo è il solo che abbia saputo valorizzare il limite umano e il peccato in prospettiva della nascita di un uomo nuovo. Il volto misericordioso di Dio Padre è il vero protagonista nel Purgatorio.

L’impostazione morale che presiede il Purgatorio è mutuata dal sistema tomista per cui l’amore può sbagliare per «malo obbietto» (l’amore è rivolto al male del prossimo), «per poco vigore» (quando insufficiente è l’intensità dell’amore verso Dio) o «per troppo vigore» (quando l’amore per i beni terreni è oltre il giusto limite). Di conseguenza, la montagna del Purgatorio presenta sette balze, dal vizio capitale più grave al meno grave: superbi, invidiosi, iracondi, accidiosi, avari e prodighi, golosi e lussuriosi. Giunte sulle rive del Purgatorio, le anime purganti iniziano a salire tutte insieme attorno alla montagna e rimangono nelle balze relative ai vizi capitali di cui si sono macchiati in proporzione alla gravità del vizio. Le pene del Purgatorio, assegnate per analogia o per contrasto alle colpe commesse in Terra, hanno un valore espiatorio e riabilitativo. Alla dimensione fisica si aggiunge anche la meditazione di esempi del peccato punito e dell’opposta virtù premiata. Infine, le anime pregano all’unisono mentre camminano.

Cosa vuole comunicare Dante nel viaggio nel secondo regno? Cosa ci vuole ricordare? Non c’è verso del poeta che non sia intriso di saggezza. Ecco solo qualche esempio: «perder tempo a chi più sa più spiace», «fretta […] l’onestade ad ogn’atto dismaga» (la fretta nel compiere un’azione le toglie la bellezza), «O dignitosa coscïenza e netta,/ come t’è picciol fallo amaro morso!» (quanto più la coscienza di una persona è pulita, tanto più sente rimorso per quanto accade e si sente responsabile di tutto, non tende a scusarsi).

Su tutto, però, Dante ci affida alcuni insegnamenti. In primis dobbiamo purificare i nostri vizi capitali già su questa Terra partendo proprio dal vizio che vediamo in noi più radicato. Per questo è importante il sacramento della confessione. All’ingresso della porta del Purgatorio stanno tre gradini di tre colori differenti: il primo è bianco, il secondo scuro, il terzo rosso. Essi rappresentano le tre fasi della confessione: la contritio cordis (la contrizione del cuore), la confessio oris (la confessione a parole) e la satisfactio operis (la soddisfazione per mezzo delle opere). Evidente è il riferimento al fatto che la purificazione può avvenire solo passando attraverso il sacramento della confessione. Ciascun lettore può incorrere nei vizi capitali ed è bene che, come Dante, si purifichi finché è in vita. La lettura della seconda cantica è, dunque, l’avventura della lotta quotidiana dell’uomo contro il proprio male nell’affermazione dell’amore a Cristo.

In secondo luogo,la compagnia della Chiesa con cui camminiamo verso la vera patria che è il Cielo sollecita in noi il desiderio di purificazione, rende più bella la strada e ci richiama alla vigilanza di fronte alle tentazioni e in attesa del Signore. (Il timone, novembre 2015)

Commenta questo Articolo