Sentita la notizia che Lucrezia, la più bella donna del mondo, si trova a Firenze, un giovane studente di nome Callimaco decide di ottenere le grazie di  lei, anche se sposata. Il furbo Ligurio si offre di aiutarlo nell’impresa. Escogita, così, l’espediente di presentare Callimaco al marito di Lucrezia (Messer Nicia), perché, nella qualità di medico, consigli alla donna l’assunzione di una pozione tratta dalla pianta mandragola, atta a rendere gravida la donna. Il primo che giacerà con lei, però, morirà. Ovviamente questa è la finzione da raccontare al credulone Nicia. L’intento è quello di permettere a Callimaco, vestito da garzone e truccato a dovere fino ad essere irriconoscibile, di andare a letto con Lucrezia. Il marito acconsentirà facilmente, perché, secondo le persuadenti parole di Callimaco, il ragazzo con ogni probabilità morirà in seguito al rapporto, mentre la coppia avrà il tanto sospirato figlio.

 

Se Messer Nicia facilmente viene convinto della necessità di un tale subdolo inganno, Lucrezia, al contrario, non vuole in nessun modo accondiscendere ai disegni prospettati.

Allora, le due figure che tradizionalmente hanno sempre costituito due saldi e sicuri punti di riferimento, la madre e il confessore, operano in modi diversi per persuaderla. Nella scena in questione (atto III, scena XI) Machiavelli rappresenta lo stravolgimento, direi il ribaltamento, della morale tradizionale. Infatti, la crescita e l’educazione non possono avvenire che attraverso la presenza di figure di cui possiamo fidarci. Quando non si ripone fiducia in alcuno, non possono esistere né educazione né cultura: lo scetticismo, infatti, non permette di addentrarsi nel reale con una ipotesi esplicativa.

Disonesto e abile nella retorica, Fra Timoteo è stato pagato da Ligurio perché parli con Lucrezia e la convinca ad avere un rapporto con lo sconosciuto che morirà subito dopo. Il confessore le rivelerà:

 

Voi avete, quanto alla conscienzia, a pigliare questa generalità: che dove è un bene certo e un male incerto, non si debba mai lasciare quel bene per paura di quel male. Qui è un bene certo: che voi ingraviderete,  acquisterete una anima a messer Domenedio. El male incerto è che colui che iacerà dopo la pozione con voi, si muoia. E’ si truova anche di quelli che non muoiano, ma perché la cosa è dubia, però è bene che messer Nicia non corra quel pericolo. Quanto allo atto che sia peccato, questo è una favola: perché la volontà è quella che pecca, non el corpo; e la cagione del peccato è dispiacere al marito, e voi li compiacete; pigliare piacere, e voi ne avete dispiacere. Oltra di questo, el fine si ha a riguardare in tutte le cose: e ’l fine vostro si è riempiere una sedia in paradiso e contentare el marito vostro. Dice la Bibbia che le figliuole di Lotto, credendosi essere rimase sole nel mondo, usorono con el padre; e perché la loro intenzione fu buona, non peccorono.

 

Di solito, i manuali di scuola e la maggior parte degli studiosi di Machiavelli affermano che il principio machiavellico «il fine giustifica i mezzi» sia stato affermato dal Segretario fiorentino solo nell’ambito politico ovvero solo nel campo della «ragion di stato». Nel discorso teorizzato da Fra Timoteo viene, però, asserito tale principio anche in una prospettiva privata laddove i due coniugi desiderano avere un figlio, ma le loro condizioni non lo permettono: «El fine si ha a riguardare in tutte le cose». Profeticamente, Machiavelli affronta un ambito della realtà (quello della procreazione) in cui oggi molti «lavorano» per soddisfare i desideri di tante coppie e, nel contempo, per guadagnare ingenti somme di denaro.

É evidente che in una simile logica, in cui ogni azione è valutata non in sé, bensì in relazione ad un fine, viene meno il valore oggettivo dell’azione stessa. Di conseguenza, bene e male diventano relativi e, quindi, dipendono dalla situazione e, in ultima analisi, dal nostro desiderio, ovvero dall’arbitrio, dal comodo, dall’interesse del momento. Una volta che noi siamo schiavi dei nostri impulsi o dei nostri desideri, è anche più facile per il «sistema» indirizzarci, perché comandare al cuore non è possibile, ma agevole è pilotare gli impulsi e le tensioni.

É bene, qui, ricordare che la morale tradizionale chiaramente si esprime, invece, in nome del  peso oggettivo di ciascuna singola azione: uccidere è sempre negativo, chiunque sia il malcapitato e qualsiasi sia il motivo dell’azione perpetrata. «Non c’è capello del vostro capo che vada perduto» così come non c’è azione insignificante che non abbia un peso eterno. I nostri atti ci seguono come recita un famoso romanzo dello scrittore francese Paul Bourget (1852-1935). É l’idea di merito cristiano, per cui non c’è azione umana che non possa servire per la nostra salvezza, come per la salvezza altrui. Di qui, del resto, deriva la necessità della vigilanza.

Un’altra affermazione di Fra Timoteo merita una particolare attenzione: «La volontà è quella che pecca». Quindi, se una persona non vuole commettere il male, allora non lo compie, neanche in caso di delitti gravi. Pensiamo ad un giovane che si sia ubriacato e che la notte, tornando a casa tardi, assonnato e in stato di ebbrezza, abbia sterminato una famiglia in un incidente stradale. Evidentemente, non aveva la volontà di uccidere, ma noi potremmo affermare che per questo motivo la strage non sia oggettivamente un’azione malvagia? L’azione è in sé cattiva, a prescindere dalla volontà di chi la compie.  É evidente che oggi, al riguardo, si assiste ad una totale confusione che dalla morale si estende anche al diritto. Assistiamo, per questo, ad una sorta di giustificazione di ogni cattiveria umana tanto che ogni attenuante sembrerebbe togliere il peso oggettivo del male commesso.

Fra Timoteo afferma, poi, che a peccare è la volontà, non il corpo. Con tale asserzione viene in maniera subdola espressa la «schizofrenia contemporanea» che tende a separare lo spirito dal corpo, l’amore dal sesso, la volontà dall’azione. L’uomo ha perduto quell’integrità della persona che la tradizione cristiana ha sempre promosso.

Un’ultima considerazione su questo capolavoro retorico di malignità: il frate si rende autonomamente interprete della Sacra scrittura per i propri fini. É l’attestazione dell’uomo che, fuori dalla tradizione e dall’esegesi ecclesiale, arrogando a sé il diritto di esprimere la propria opinione, di fatto sgretola le fondamenta della «cattedrale già costruita nei secoli passati» per costruirsi la propria casetta destinata a durare, quand’anche andasse bene, lo spazio della propria vita.

La Mandragola profetizza l’avvento di un mondo nuovo, un mondo in cui non si è più  buoni o cattivi cristiani. Il problema non è che i peccatori trionfino e siano in maggior numero dei santi. L’uomo è sempre stato peccatore, ma un tempo, in epoca cristiana, il peccato era giudicato come tale, secondo il discrimine bene/male, iscritto nel cuore dell’uomo e rivelato a noi nel corso della storia della salvezza. Il male non è più male, quindi può assumere nomi differenti: quello della volontà, quello del desiderio, quello del diritto, quello del piacere. Nomi in un certo senso asettici, perché afferiscono alla sfera personale, individuale e, talvolta, intima, non pubblica e oggettiva. Quando manca il punto di riferimento in relazione al quale giudicare tutto, tutto è permesso. Se il Mistero non è riconosciuto presente all’interno del consorzio umano, allora ciascuno di noi può imporre il proprio arbitrio o, forse, ancor peggio, pensando di realizzare la propria volontà, in realtà compie il disegno del potere o del sistema. (pubblicato su Clandestino, n. 2, 2012)

 

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