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"La piccola San Pietro tornata a splendere dopo il sisma" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per duomo di carpiUna grande festa, nel marzo scorso, ha celebrato la riapertura al culto del Duomo di Carpi, fortemente danneggiato dalle scosse del terremoto del maggio 2012. 

La storia della chiesa locale ha origine antiche, longobarde. Era, infatti, l’VIII secolo quando qui fu fondata la Sagra di Santa Maria, divenuta, in seguito, collegiata e, poi ancora, commenda della famiglia feudale dei Pio di Savoia. Proprio ad Alberto III Pio, a cavallo tra Quattro e Cinquecento, si deve la trasformazione urbanistica di Carpi e, in forme monumentali, di tutti i suoi edifici, tra cui la pieve di Santa Maria che, nel frattempo, era divenuta inadeguata alle necessità liturgiche della comunità.

E’ Vasari ad attribuire, nelle sue Vite, a Baldassarre Peruzzi, architetto classicheggiante formatosi a Roma all’ombra di Bramante e Raffaello, il progetto della nuova chiesa, che venne realizzata sulle ceneri di quella precedente, riutilizzando i materiali recuperati dalla sua demolizione. Al 1512 si può fare risalire l’avvio del cantiere, che negli anni a seguire ricevette due importanti legittimazioni dalle bolle papali di Giulio II e di Leone XIII, con cui si autorizzava la concentrazione, in questa chiesa, di beni patrimoniali provenienti da pievi rurali dei dintorni. Nel 1515 fu posta la prima pietra e i lavori procedettero seguendo il modello peruzziano sulla falsariga dello schema di San Pietro in Vaticano.

Il monumentale corpo della chiesa è longitudinale, a tre navate suddivise da poderosi pilastri, cappelle laterali, transetto e sagrestie ottagonali. Sul capocroce, nel 1768 venne innalzata un’ardita cupola dall’architetto Carlo Lugli che solo pochi anni più tardi dovette riabbassarla per cedimenti strutturali. La sua calotta fu decorata sul finire dell’Ottocento, in stile neorinascimentale, da Lelio Rossi e Fermo Forti che raffigurarono nei medaglioni gli antenati della Vergine e nella piccola lanterna la scena dell’Assunzione. Paliotti, dipinti e rilievi che impreziosiscono gli ambienti delle cappelle laterali, sono dovuti alla committenza delle famiglie nobili di Carpi, cui ne era stato ceduto il patronato, e documentano l’evoluzione dell’arte e dell’artigianato locale tra il 1500 e il 1600.

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"Quando dalle conversioni nascevano le chiese" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per Santa Maria Bressanoro, a Castelleone,Una conversione è all’origine della chiesa di Santa Maria Bressanoro, a Castelleone, in provincia di Cremona. Intorno alla metà del XV secolo l’ebreo sefardita Amadeo Mendes de Silva, rinunciando ad una promettente carriera politica, si convertì al cattolicesimo presso il convento agostiniano di Santa Maria di Guadalupe in Estremadura. Dopo una visione della Vergine che gli mostrava San Francesco, entrò nell’ordine francescano nell’ambito del quale fondò la congregazione degli amadeiti. Il suo cammino verso la beatitudine e la sua opera di riforma, promossa attraverso una più stretta osservanza della regola, ebbero inizio presso Castelleone, dove si stabilì su richiesta della duchessa Bianca Maria Sforza.

Nel 1460 si avviarono i lavori per la costruzione di un nuovo complesso nello stesso punto in cui i documenti ricordano una chiesa plebana, intitolata a San Lorenzo, già dall’842. Il convento e la piccola chiesa, dedicata alla Madonna di Guadalupe per onorare il luogo della conversione del religioso portoghese, furono affidati a un architetto di cui si ignora il nome ma che senz’altro va ricercato tra le maestranze al servizio della committenza sforzesca. A causa delle soppressioni napoleoniche, però, il convento venne poi in gran parte demolito: scomparvero, così, i chiostri, l’oratorio e  le celle eremitiche.

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"Paruzzaro, dove il Giudizio si fa arte" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per paruzzaro san marcelloParuzzaro è un piccolo comune del basso Novarese che san Marcello Papa protegge, condividendo questo importante compito con San Siro, cui fu intitolata la nuova parrocchiale sul finire del XVI secolo. A Marcello è, invece, dedicata la chiesetta che sorge a circa un chilometro dal paese, presso la zona cimiteriale. E’ un edificio antico, risalente all’anno Mille se non ai primissimi decenni dell’XI secolo; il primo documento in cui se ne fa menzione, infatti, è un atto di donazione datato 1034. Molte sono le notizie storiche relative alla chiesa, contenute nelle relazioni delle numerose visite pastorali. Da esse si desume che molteplici furono gli interventi condotti sul piccolo tempietto, che ha mantenuto, però, nei secoli il suo aspetto romanico. 

Il campanile e l’abside sono le parti più originali: il fusto di conci di pietra della torre, slanciata e armonica, è alleggerito dalle aperture cieche e dalle bifore che si sovrappongono lungo i piani. Più rozza appare la muratura della superficie esterna dell’abside, suddivisa da lesene sormontate da una teoria di archetti pensili. La facciata a capanna risulta, invece, rimaneggiata.

All’interno il soffitto a cassettoni copre l’unica ampia navata, sulla quale si sviluppa uno straordinario ciclo di affreschi. I più recenti restauri hanno evidenziato tre fasi di esecuzione, ascrivibili, rispettivamente alla fine del Trecento, alla seconda metà del Quattrocento e agli inizi del Cinquecento. Gli affreschi più antichi, trecenteschi e lacunosi, si trovano nella zona inferiore della parete destra, accanto alla Crocefissione. Nei registri superiori si dipanano gli episodi della Passione di Cristo, da leggersi partendo da sinistra verso destra e cominciando dall’Ultima Cena per proseguire, poi, con la lavanda dei piedi, Gesù nell’orto del Getsemani, fino ad arrivare, nel registro successivo, alla Discesa agli Inferi, la Resurrezione e la Cena in Emmaus.

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"San Marco, simbolo dell'amicizia tra Venezia e Milano" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per san marco milanoLa dedicazione all’Evangelista della chiesa di san Marco a Milano è tradizionalmente giustificata dall’aiuto prestato da Venezia al Comune della città durante la sua aspra e storica lotta contro l’Imperatore Federico Barbarossa. I primi documenti che ne attestano l’esistenza, però, riportano il 1254 quale data di fondazione del tempio da parte di Ludovico Settala, divenuto in quell’anno priore generale degli Eremiti di Sant’Agostino. Probabilmente il frate costruì il nuovo edificio inglobando delle più antiche fondazioni preesistenti, conferendogli, con le tre navate, un aspetto decisamente gotico. Nel corso del Trecento il complesso si ampliò notevolmente, grazie ai lasciti di molte famiglie patrizie che scelsero San Marco come luogo per la propria sepoltura. La basilica di oggi è il frutto, però, di un decisivo intervento barocco che la trasformò in una delle chiese più grandi e monumentali di tutto il capoluogo lombardo.

Di trecentesco in facciata, restaurata in stile neogotico alla fine dell’Ottocento dall’architetto Carlo Maciachini, resta l’elegante portale marmoreo strombato e sormontato dalle tre statue, attribuite al pisano Giovanni di Balduccio, dei Santi Agostino, Marco e Ambrogio. Il suo profilo è a salienti e al centro della superficie, di cotto rosso, si sviluppa un ampio rosone. Anche il campanile è trecentesco: il fusto, a base quadrangolare, si conclude con una cuspide conica, mentre la cella campanaria, su ciascun lato, si apre in bifore.

Lo spazio interno, a croce latina, è a tre navate, scandite da pilastri e volte a crociera, ha un profondo presbiterio e il transetto aggettante. E’ qui, lungo il braccio meridionale che si conservano le tracce più antiche dell’intera costruzione. Si tratta di opere scultoree, sarcofagi per l’esattezza, risalenti alla metà del Trecento, che risentono, dal punto di vista storico artistico, dell’influenza della presenza a Milano di Giovanni di Balduccio. Sulla parete destra è riemersa una porzione di affresco raffigurante la Crocefissione, pure trecentesca.

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"San Giuseppe a Brescia, la chiesa degli artigiani" di Margherita Del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per san giuseppe bresciaNel cuore di Brescia, in quella che un tempo era chiamata la contrada dei Fabii, nel primo decennio del Cinquecento arrivò una comunità di osservanti minori francescani il cui primitivo convento in città era stato distrutto in seguito ad un intervento urbanistico predisposto, per motivi di sicurezza, dalla Repubblica Veneta. La zona era nota per lo storico postribolo pubblico e per la concentrazione di attività illecite: la presenza dei religiosi avrebbe contribuito a bonificare il quartiere e a normalizzare la vita sociale. Fu così che nel 1519 fu benedetta la prima pietra del convento che, oltre alla chiesa, comprendeva due chiostri minori, sul lato ovest, e uno più grande, a nord del presbiterio, oggi sede del Museo Diocesano.  Essendo l’area a vocazione prevalentemente artigianale, la chiesa fu intitolata all’artigiano per antonomasia, il falegname Giuseppe.

La sobria facciata, stretta nel vicolo medievale, è sormontata da tre pinnacoli a lanterna in cotto, di gusto gotico lombardo. Il timpano è sorretto da due imponenti colonne che incorniciano il portale centrale recante la scritta ” Haec est domus Dei et porta coeli”. L’interno è un ampio spazio ad impianto longitudinale, suddiviso in tre navate e senza transetto. Le dimensioni dell’aula, decisamente alta e centralmente rivestita da volta a botte decorata con un rinascimentale motivo geometrico ininterrotto, sono giustificate dalla funzione principale che i frati erano chiamati a svolgere: la predicazione ai ceti  medi che popolavano la zona. La copertura delle navate laterali è invece affidata a gotiche volte a crociera, con costoloni di diversi colori. Su di esse si affacciano dieci cappelle per lato, chiuse da cancellate, dedicate, ciascuna, ai santi protettori dei mestieri che si svolgevano nel tessuto viario circostante. Ecco perché quella di San Giuseppe è anche nota come la chiesa degli artigiani.

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"Como, dai paleocristiani a Sant'Abbondio" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per chiesa di sant'abbondioRestauri ottocenteschi hanno datato tra la fine del IV e la prima metà del V secolo le fondamenta di una basilica paleocristiana fuori le mura  di Como, lungo la strada  Regina, in un’area già destinata al culto vista la presenza di necropoli romane. Non si è certi, invece, se essa sia stata voluta da Felice, primo vescovo ed evangelizzatore della città, piuttosto che dal presule Amanzio, che l’avrebbe eretta per custodirvi alcune reliquie dei SS. Pietro e Paolo portate da Roma. La dedicazione agli Apostoli  fu già dal IX secolo sostituita con quella a Sant’Abbondio, divenuto poi patrono della città e di tutta la diocesi, che qui era stato sepolto. Dal 1010 la chiesa fu affidata ad una comunità di monaci benedettini che ne decise la completa ricostruzione, facendola consacrare da papa Urbano II nel 1095. A loro si deve, dunque, la veste romanica che la contraddistingue.

L’architettura è in pietra grigia di Moltrasio. La facciata a salienti è scandita da contrafforti che ne lasciano intuire la divisione interna in cinque navate. Rilievi a motivi vegetali e geometrici decorano finemente la ghiera e l’intradosso dell’arco del portale, mentre figure di animali, aquilotti, colombe e felini, sono incastonate nelle forme dei capitelli. Caratteristici di questa struttura, lungo il cui perimetro si rincorrono archetti ciechi, sono il profondo coro e i due campanili gemelli che si ergono alla fine delle navate intermedie, soluzione, questa, poco diffusa in Italia e più comune, invece, nella zona renana.

Lo spazio interno è definito dalla luce che penetra dalle grandi finestre dell’abside e scivola lungo le pareti dell’aula determinate da un considerevole slancio verticale. L’ingresso è sovrastato da una tribuna, addossata alla controfacciata, che nell’impianto romanico custodiva le reliquie dei Santi Rubiano ed Adalberto, le cui storie sono frammentariamente illustrate in lacerti di affreschi. Robusti pilastri e colonne monolitiche spartiscono le cinque navate. Quella centrale è ricoperta da un soffitto ligneo piano, quelle laterali sono rivestite  da capriate: solo il coro è voltato e affrescato con un cielo stellato.   E’ qui che si sviluppa uno dei cicli pittorici più integri del primo Trecento lombardo.

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"Santa Maria a Milano, dove la Passione si fa arte" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per santa maria della passione  a milanoIl tema della Passione di Cristo e quello della partecipazione della Vergine alla Sua opera di Redenzione sono sviluppati, su più registri, in una delle più grandi chiese di Milano: le sculture in facciata, la decorazione delle volte, le iscrizioni profetiche, le pale d’altare rappresentano, in questa sede, veri strumenti di catechesi che trasformano la visita in un’esperienza spirituale.

La costruzione del tempio dedicato a Santa Maria della Passione si deve a Daniele Birago, discendente di una nobile famiglia milanese, vescovo di Mitilene e consigliere del duca Gian Galeazzo Maria Sforza. Nel 1485 il prelato donò ai Canonici Regolari Lateranensi un fondo di sua proprietà dove già esisteva una cappella campestre, custode di una venerata icona della Madonna della Pietà. In cambio, i religiosi si impegnarono ad accogliere il monumento funebre dello stesso Birago all’interno dello spazio sacro.

Il progetto originario, sviluppato dal lodigiano Giovanni Battagio, prevedeva una pianta centrale, la cui forma stellare voleva essere un omaggio a Maria, Stella del Mare e Stella del Mattino. A questa fu intersecata una croce greca, protetta da un’ampia cupola. La planimetria, però, era destinata ad essere modificata quando fu aggiunto, ai tempi di Carlo Borromeo,  un corpo longitudinale, ritenuto più funzionale ai fini della predicazione. Tale compito fu affidato al celebre architetto Martino Bassi.

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"Il più bel monumento nato per dire grazie a Maria" di Margherita Del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per chiesa dell'ammiraglio palermoC’è un ringraziamento all’origine della costruzione della chiesa dell’Ammiraglio a Palermo, una profonda riconoscenza nei confronti della Vergine Maria per la protezione da Lei ricevuta nei lunghi anni di carriera militare. L’ufficiale di marina in questione è Giorgio d'Antiochia, siriaco di fede ortodossa al servizio del re normanno Ruggero II dal 1108 al 1151.  Diversi documenti attestano nel 1143 la fondazione, da lui promossa e sostenuta, di un tempio sacro, oggetto, nei secoli, di profondi interventi di ristrutturazione che l’attuale commistione di diversi stili - arabo, normanno, bizantino e barocco - lascia perfettamente intuire .

La chiesa in origine aveva pianta a croce greca iscritta in un quadrato. Per esigenze liturgiche nel 1588 si decise di trasformare l’impianto di base, sostituendo il cortile porticato antistante con un edificio su due livelli che venne a formare un vestibolo al piano inferiore e il matroneo a quello superiore. Alla fine del ‘600 anche l’abside venne sacrificata a favore dell’attuale cappella quadrangolare.  Risale al XII secolo il campanile, il cui fusto è impreziosito da bifore inquadrate da una cornice di bugnato nel secondo ordine, mentre i due livelli superiori, di grande eleganza, presentano aperture affiancate da nicchie e piccole colonne. E’ attraverso la torre campanaria che oggi si accede allo spazio sacro.

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"Una maestà in Franciacorta" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per L’abbazia di Rodengo Saiano (BS) è il cuore della presenza benedettina cluniacense in Franciacorta. Un documento del 1085 cita un monastero già esistente e un’ altra fonte, di poco successiva, fa riferimento alla dedicazione a San Nicola che rimarrà nei secoli inalterata. Dopo un lungo periodo di fecondità spirituale ed economica lo sviluppo del complesso, però,  si arresta e Papa Eugenio IV, nel 1446, affida l’abbazia ai Monaci Olivetani. Sono loro che ne  promuovono la ricostruzione rendendola, dal punto di vista storico artistico, una delle più maestose del Nord Italia.

Di quattrocentesco la chiesa di San Nicola conserva la facciata, con il profilo a capanna inquadrato da due grandi pilastri, la decorazione in maiolica che corre lungo la linea del tetto e il portale in pietra simona. La settecentesca decorazione interna a fresco, che corre sulla superficie delle pareti, è particolarmente fastosa e simula finte architetture e medaglioni. Lo spazio sacro si sviluppa in un’unica navata centrale e in una navatella laterale su cui si aprono sei cappelle. Artefice delle numerose tele e dei dipinti di quest’ultime è, per lo più, il milanese Giovanni Battista Sassi, aggraziato pittore tardo barocco, attivo tra la fine del Seicento e la prima metà del secolo successivo.

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"Francescani a Venezia: il più bel quadro del mondo" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per assunta tiziano frati francescaniNel 1518 il più bel quadro del mondo, a detta del Canova, venne posto sull’altare maggiore della chiesa veneziana dei frati francescani, collocato all’interno di  una monumentale edicola marmorea predisposta per accoglierlo. La grandiosa pala dell’Assunta, commissionata a Tiziano dal superiore del convento, Fra Germano da Casale, solo due anni prima, si inserì armoniosamente nell’architettura gotica e, con i suoi sette metri di altezza e il rosso delle vesti della Vergine e di alcuni Apostoli, ancora oggi si intravvede fin da lontano, inquadrata prospetticamente dalle arcate ogivali che suddividono la navata centrale dalle due laterali.

Nel 1469 era stato benedetto il presbiterio della chiesa, giunta alla sua terza versione. Un primo edificio, infatti, era stato eretto a partire dal 1231, una decina d’anni dopo l’arrivo in Laguna dei seguaci di San Francesco. Quella fabbrica fu, poi, ingrandita perché non adeguata al numero sempre crescente di fedeli che vi accorrevano e, nel 1492, infine, consacrata e dedicata alla Vergine Assunta col titolo di Santa Maria Gloriosa dei Frari.

All’esterno, il rosso del cotto dell’architettura gioca con il bianco della pietra d’Istria utilizzata per le decorazioni dell’alto campanile romanico, degli ingressi laterali e di quelli sulla facciata tardo gotica. Il portale centrale ad arco acuto, è formato da fasci di colonne bianche  e sormontato dalle figure del Cristo Risorto, di San Francesco e di Maria.

Lo spazio interno è a croce latina, con otto cappelle absidali e una nona, intitolata a San Pietro, addossata al fianco sinistro della chiesa, in corrispondenza della base del campanile. Al centro della navata centrale, in prossimità dell’ultima campata, si sviluppa il quattrocentesco coro ligneo dei Frari, dei vicentini Francesco e Marco Cozzi che realizzarono i tre ordini sovrapposti di stalli intagliati con diverse tipologie di fregi. Nel 1475 il coro fu racchiuso in un septo marmoreo, opera di diverse mani: i riquadri a destra e sinistra dell’arco centrale, sopra il quale si staglia un crocefisso quattrocentesco di probabile fattura tedesca, rappresentano in rilievo busti di profeti e dei quattro Padri della Chiesa, Gerolamo, Gregorio, Agostino e Ambrogio.

Se sulla controfacciata, tra diversi monumenti funebri, si raccontano storie di Santi francescani nelle otto tele che Flaminio Floriani dipinse all’inizio del XVII secolo,  ricorrenti in diversi punti della chiesa sono le immagini mariane, firmate per lo più da artisti celeberrimi. Per i Frari, tra il 1519 ed il 1526, Tiziano dipinse anche la Madonna di Ca Pesaro, ora lungo la navata sinistra.  Prima dell’ingresso in Sacrestia si apre la cappella Bernardo. La sua pala d'altare è il polittico che Bartolomeo Vivarini firmò nel 1487; nello scomparto centrale la Madonna, assisa in trono, tiene il Bambino sulle ginocchia, affiancata dai santi Pietro, Paolo, Andrea e Nicola e sormontata da una Pietà. L’anno seguente Giovanni Bellini concluse la pala d’altare per un monumento della famiglia Pesaro, in Sacrestia. La sua Madonna con Bambino è anch’essa seduta su uno scranno, inquadrata in una profonda abside e in un’architettura al di là della quale si intravvede uno scorcio di paesaggio.  

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"Santa Maria che sorse sul tempio di Minerva" di Margherita Del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per santa maria sopra minervaGià nell’antica Roma l’area oggi occupata dalla chiesa di Santa Maria sopra Minerva, nei pressi del Pantheon, era considerata sacra. Vi sorgevano ben tre templi: il Minervum, di epoca dominiziana, dove si rendeva onore a Minerva Calcidica, l’Iseum e il Serapeum, rispettivamente intitolati a Iside e a Serapide.

Dall’VIII secolo è documentato un oratorio dedicato alla Vergine, dapprima affidato alle cure delle monache basiliane fuggite da Costantinopoli per le persecuzioni iconoclaste e in seguito, nell’ultimo quarto del XIII secolo, divenuto cuore di un complesso conventuale domenicano altrimenti detto insulae sapientiae. A questi anni risale la costruzione della grande chiesa, raro romano esempio di architettura gotica, nonostante i molteplici interventi susseguitisi nei secoli. Nel 1280, infatti, su disegno dei domenicani fra Sisto Fiorentino e fra Ristoro da Campi, fu aperto il cantiere finanziato da un importante contributo di papa Bonifacio VIII e dai numerosi lasciti di semplici fedeli. Le essenziali linee gotiche allora impresse all’edificio furono cancellate dalle modifiche barocche apportate a tutto il complesso nel corso del XVII secolo, per poi essere ripristinate, in parte, quando i frati, negli anni Venti dell’Ottocento, rientrarono finalmente in possesso del loro convento dopo la soppressione napoleonica.

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"La chiesa che lasciò senza parole Montesquieu" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Immagine correlata“Una piccola chiesa meravigliosa: la facciata, con i suoi avancorpi e le sue rientranze, è tanto bella quanto singolare“. Questa stupefatta reazione suscitò nel barone di Montesquieu la visione della chiesa che sorge sul lato occidentale di una delle piazze più famose di Roma, piazza Navona, un’area, in epoca  romana,  occupata dallo stadio di Domiziano dove il 21 gennaio 305 morì, trafitta da un colpo di spada alla gola, la giovane Agnese cui il tempio è dedicato. Nell’VIII secolo questa zona divenne luogo di culto e vi fu eretta una piccola cappella demolita nel 1652. Al suo posto fu intrapresa la costruzione di un edificio sacro completamente nuovo per volere di Papa Innocenzo X che lo concepì come cappella privata della sua famiglia, i Pamphili, risiedenti nel palazzo adiacente.

Il progetto fu affidato all’architetto Girolamo Rainaldi che avviò una fabbrica barocca: qualche anno più tardi il testimone passò nelle mani del celeberrimo Francesco Borromini, ma il cantiere venne definitivamente concluso dal figlio del Rainaldi, Carlo. Era il 1672.

L’avvicendarsi nella direzione dei lavori di codeste autorevoli maestranze comportò strutturali e profonde modifiche in corso d’opera. L’idea iniziale - un edificio a pianta centrale a croce greca con cupola senza tamburo, preceduta da vestibolo e facciata rettilinea con due torri laterali collegata alla piazza da un ampia gradinata – fu in parte stravolta dal Borromini. L’architetto ticinese approfondì i bracci della crociera interna, soppresse il vestibolo ricavando la facciata concava che caratterizza ancora oggi la chiesa, e incorniciò la cupola, impostata su un alto tamburo, tra due slanciati campanili.

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"Ravenna, una chiesa per il rango di capitale" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per cattedrale di ravenna«O Sant'Apollinare, sacerdote e martire di Cristo, prega per la tua gente che ti sei acquistato dal paganesimo. Noi siamo tuo popolo e pecore del tuo gregge. Intercedi per noi presso il figlio di Dio». Al protovescovo e patrono di Ravenna, e di tutta la Romagna, è rivolta l’invocazione che corre sul cornicione dell’aula del Duomo della città romagnola. La sua storia ha origini davvero antiche e risale all’epoca in cui il vescovo Orso spostò qui da Classe la sede vescovile, essendo divenuta Ravenna capitale dell’impero romano d’Occidente.

Era il 402: nel 407 venne consacrata la nuova cattedrale che dal nome del suo fondatore fu da allora chiamata basilica Ursiana e intitolata alla Resurrezione di Cristo. Di quel primitivo edificio, interessato nel corso del XII secolo da un importante intervento di decorazione musiva di cui restano solo alcuni notevoli lacerti nel Museo arcivescovile, nel 1727 fu decisa la demolizione, causa le fatiscenti condizioni in cui il monumento versava. Al suo posto venne costruito l’attuale Duomo dall’architetto riminese Giovan Francesco Buonamici che optò, seguendo il gusto dell’epoca, per uno stile barocco. Il cantiere si chiuse nel 1745 con l’erezione del portico addossato alla facciata: delle arcate con cui si apre su ogni lato, quello centrale, a serliana, poggia su due colonne tuscaniche di granito rosa provenienti dalla primitiva basilica.  Risale al X secolo la torre campanaria, leggermente arretrata rispetto al lato sinistro del prospetto principale: il suo fusto cilindrico è movimentato dall’apertura di monofore, bifore e trifore, distribuite sui quattro livelli.

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"Siena, il Battistero che narra la storia di San Giovanni" di Margherita Del Castillo PDF Stampa E-mail

Immagine correlataQuando nel 1317 fu deciso di prolungare di due campate il coro del Duomo di Siena, trovandosi quest’ultimo già su un terreno scosceso, si pensò di costruirvi al di sotto un edificio che sorreggesse, con il suo soffitto, il nuovo pavimento. L’ambiente ipogeo avrebbe  svolto la funzione di Battistero, andando a sostituire quello primitivo, ormai vecchio. La facciata, iniziata nel 1355 da Domenico di Agostino ma rimasta incompiuta, coincide, dunque, con il prospetto posteriore dell’adiacente cattedrale. Tipica del gusto gotico senese è l’alternanza di fasce marmoree bianche e verdi della superficie  che un cornicione divide in due zone, rispettivamente aperte da tre bifore e da altrettanti portali strombati e sormontati da lunette a tutto sesto nel piano superiore e  in quello inferiore. A San Giovanni Battista fu intitolato il nuovo tempio e il Battesimo fu il tema scelto per i mosaici, purtroppo consunti, del pavimento antistante i principali accessi. 

La chiesa ha pianta basilicale divisa in tre navate, composte ciascuna da due campate voltate a crociera. Un articolato e prezioso ciclo di affreschi rinascimentali le riveste completamente. Le dodici figure degli Apostoli occupano le volte adiacenti la controfacciata: di queste, quelle laterali sono opera del pittore bolognese  Agostino di Marsiglio. Nella campata centrale lavorò, invece, Lorenzo di Pietro, detto il Vecchietta, che, ricevuto l’incarico nel 1450, eseguì anche il resto della decorazione pittorica sviluppando un tema piuttosto insolito: gli Articoli del Credo. Sulle volte delle campate addossate alla parete di fondo, il Vecchietta diede forme e colori alla formula del Simbolo Apostolico, la professione di fede richiesta per l’ammissione al Sacramento del Battesimo. Sono in tutto dodici scene, da Dio Padre fino alle allegorie della Chiesa, della Confessione, della Resurrezione dei Morti e del Paradiso,  e sono tutte corredate delle figure di un Apostolo e di un Profeta. Il Vecchietta firmò anche gli affreschi dell’abside cui si è introdotti  dalla Madonna in gloria tra Angeli da lui dipinta sull’arcone. 

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"Tivoli, dove San Silvestro è venerato" di Margherita del Castillo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per chiesa san silvestro tivoliSilvestro I è stato il trentatreesimo vescovo di Roma e, dal 314, Papa della Chiesa Cattolica che lo venera come santo e lo ricorda nella liturgia dell’ultimo giorno dell’anno. Sotto il suo lungo pontificato l’imperatore Costantino costruì le prime basiliche romane e convocò il Concilio di Nicea che acclamò Cristo Figlio di Dio. Al pontefice, che ebbe il merito di guidare con estrema ragionevolezza la Chiesa in un’epoca di profonde trasformazioni, è intitolato il tempio più antico di Tivoli, che la tradizione data al V secolo attribuendolo alla committenza di Papa Sulpicio, nativo della città tiburtina.

Più verosimilmente l’edificio attuale, di gusto romanico, risale al XII secolo.  La facciata conserva il suo primitivo aspetto, con le tre piccole finestre, il portale architravato e il frontone sostenuto da mensoline marmoree. Il campanile, sul lato sinistro, su cui è addossata un’edicola con raggiera in stucco, contenente l’effigie della Vergine, fu ridotto a vela nel XVII secolo in occasione della ristrutturazione dello spazio interno.  Delle tre navate originarie, per motivi urbanistici, si decise di mantenere solo quella centrale, mentre le due laterali furono definitivamente murate.

In prossimità del presbiterio, sopraelevato, resta una porzione del mosaico cosmatesco che rivestiva, un tempo, tutto il pavimento. Da qui, attraverso una “fenestella confessionis”, si intravvede la cripta ipogea, caratterizzata da una portante colonna centrale e da una piccola abside circolare. La decorazione più preziosa di tutta la chiesa fu rinvenuta nel corso dei restauri d’inizio Novecento quando, sulla calotta absidale, comparvero dei mosaici che la critica colloca in un periodo compreso tra il XII secolo e l’inizio del secolo successivo. Il ciclo si legge a partire dall’ arco trionfale, la cui superficie è occupata da un Cristo benedicente, affiancato dai quattro simboli degli Evangelisti, da sette candelabri e dai ventiquattro vegliardi dell’Apocalisse.  Tra i SS. Pietro e Paolo, in un’ambientazione fluviale resa dalla rappresentazione del fiume Giordano e da due palme, su una delle quali si trova una fenice, simbolo di resurrezione, Cristo si manifesta alzando la mano destra  verso Paolo e consegnando a Pietro il rotolo della legge.

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