L’EVENTO

23 maggio 2018, ore 17,30

c/o il Museo Storico dei Granatieri di Sardegna

Piazza Santa Croce in Gerusalemme 7 – Roma

Alla presentazione romana partecipano, con l’Autore, l’on. Gerardo Bianco, che ha prefato il volume, insieme con il Generale di Corpo di Armata Michele Corrado e fra’ Rinaldo Cordovani, padre Cappuccino e storico. Modera il Generale di Divisione Nicola Canarile. Sia Canarile sia Corrado, hanno conosciuto molto bene Gianfranco Chiti nella veste di ufficiali del Corpo dei Granatieri di Sardegna.

IL LIBRO

Ufficiale nel Regio esercito fu medagliato al valor militare, a soli 21 anni, nella Campagna di Russia; sotto la RSI salvò numerosi partigiani ed ebrei, fra cui i torinesi Giulio Segre e suo padre da una fine che pareva già scritta; con la Repubblica Italiana divenne Generale di Brigata dei Granatieri di Sardegna e rivestì incarichi di primo piano nelle Scuole Militari e in Alti Comandi fra cui lo Stato Maggiore dell’Esercito a Roma. Quindi, congedatosi nel 1978, dal 1982 abbracciò un altro Ordine, stavolta non militare: fu sacerdote e religioso dei Padri Cappuccini, in particolare del Convento di Orvieto, da lui restaurato. Passato al Cielo il 20 novembre 2004 è stato riconosciuto «Servo di Dio» e la Chiesa lo ha così incamminato verso la gloria degli Altari.

È la storia di Gianfranco Chiti, classe 1921, «il Generale arruolato da Dio», di cui ora è disponibile la biografia scritta da un suo antico studente, Vincenzo Manca, divenuto, «da grande», a sua volta Generale.

Gianfranco Chiti, convinto militare e «vero e grande uomo di Dio»; con questa definizione lo si potrebbe immaginare un severo fustigatore, un accigliato soldato, un austero Ufficiale, ripiegato in solitarie meditazioni, e invece si scopre, attraverso questo bel ritratto, esattamente il contrario: cioè l’ufficiale amato e gioviale, l’operoso e cordiale maestro, esperto matematico, animato da un’intima e intensa religiosità che trascinava.

(Dall’Invito alla lettura di Gerardo Bianco)

BIOGRAFIA

Nato il 6 maggio 1921, a Gignese (Verbania) da famiglia benestante – il padre Giovanni era un noto musicista – nel 1936 chiedi di entrare a Roma nel Collegio Militare, frequentando dal 1939 l’Accademia Militare di Modena. Fin dagli anni giovanili dà prova di una fede inossidabile in Dio e di una profonda devozione per la Madonna. Nel 1941 ha solo vent’anni, ma appena divenuto Sottotenente deve raggiungere il fronte jugoslavo. Impegnato dalla dura guerriglia imposta dalle forze slovene e croate, combatte con valore. Nonostante resti ferito agli occhi da una granata, l’anno successivo si offre volontario per la campagna di Russia partecipandovi col grado di Tenente. L’esercito è allo stremo, mancano i rifornimenti, le vettovaglie… tutto.

In questo contesto il giovane ufficiale scrive pagine di eroismo e di grande umanità. Un compagno d’armi scrive di lui: «Chiunque si recava al suo caposaldo si ritrovava inspiegabilmente in tasca qualche sigaretta, due biscotti, un pezzo di carne o un tocco di marmellata». Ricoverato per congelamento, i medici decidono di amputare un piede. Ma scappa dall’ospedale per non lasciare i suoi soldati e recupera miracolosamente l’uso dell’arto. Si registra nel frattempo anche un atto di insubordinazione per cui poteva esser passato per le armi. Ricevuti in consegna dai tedeschi una ventina di partigiani russi (fra cui vecchi, donne e bambini) perché li passasse per le armi, spinge alla fuga i prigionieri che, all’inizio, non vogliono farlo, per il timore di essere fucilati alle spalle.

Compie altri atti di grande umanità. Soprattutto nella tragica ritirata, durante la quale salva dalla morte molti suoi soldati che, stanchi e senza forze, vogliono fermarsi sul ciglio della strada ed attendere la fine. Chiti li sprona ad andare avanti e quando qualcuno non è capace lo carica sulle sue spalle.

Torna a casa il 12 maggio 1943, portando sul petto una Medaglia d’Argento al Valor militare, che fu declassata in seguito dal Ministero della Difesa per aver militato nella Repubblica sociale italiana. Ma anche questa sua militanza (a Roma prima, in Piemonte poi) è figlia di un soldato che rispetta le gerarchie e gli ordini dei superiori e che pensa che stando al suo posto di ufficiale potrà servire il suo Paese nel miglior modo a lui possibile. Questo periodo dolorosissimo della storia d’Italia, caratterizzato dalla guerra civile, è emblematico della propensione di Chiti a rispettare e, all’occorrenza, soccorrere il prossimo. Ne dà prova una lunga serie di dichiarazioni «ufficiali» di persone salvate, per suo intervento, dalla prigionia e dalla morte per fucilazione. Fra questi numerosissimi partigiani, ma anche ebrei, come Giulio Segre e suo padre Giuseppe, che hanno lasciato testimonianze scritte raccolte nel volume.

Nonostante questi atti a Chiti, nell’immediato dopoguerra, non è risparmiato il Carcere, ma dopo pochi mesi, nel dicembre 1945 viene liberato e, dopo tre anni di insegnamento della Matematica nell’Istituto Giuseppe Calasanzio a Campi Salentina (Lecce), dove ebbe per studente anche il giovane Vincenzo Manca, reintegrato nell’Esercito porterà a termine quarant’anni di carriera militare.

Congedatosi nel maggio 1978, decide di abbracciare il saio francescano e il 12 settembre 1982 è ordinato sacerdote nella cattedrale di Rieti. Dona tutti i suoi beni all’Ordine dei Cappuccini, facendosi povero tra i poveri. Inviato nel Convento San Crispino di Orvieto, si fa carico del suo restauro, a partire dal 1990. Ed è qui, che attraverso una vita altrettanto operosa, umile e generosa, sempre al servizio di Dio e degli altri, padre Gianfranco Maria – questo il nome sceltosi da frate –, si è conquistato quell’esercito di devoti e di figli spirituali che, costituitisi in Associazione, hanno chiesto a gran voce, con la benedizione dell’autorità della Chiesa di Orvieto e della Provincia dei Frati Cappuccini, l’apertura del procedimento di Beatificazione e Canonizzazione.

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