Le vicende autobiografiche di Pascoli sono a tutti note: a soli dodici anni perde il padre in una circostanza tragica (ucciso mentre ritornava a casa), l’anno seguente (1868) muore la madre Margherita, a detta del poeta per l’insopportabile dolore a seguito della scomparsa del marito. Segni indelebili di questi dolori e della nostalgia dei suoi cari compariranno in tutta la produzione pascoliana, in particolar modo in Myricae e nei Primi e nuovi poemetti. Insegnante di Liceo e professore universitario, Pascoli cercherà di ricostituire il nido familiare nella casa di Castelvecchio di Barga assieme alle sorelle Ida e Maria: illusione che, presto, si rileverà vana. Pascoli muore il 6 aprile 1912, poco più di cent’anni fa.

Cent’anni in cui sono avvenuti tanti cambiamenti, anche nel modo stesso di percepire la poesia e il ruolo del poeta. Pensiamo che pochi mesi prima di morire, il 21 novembre 1911, Pascoli tenne un discorso al Teatro comunale di Barga per parlare dell’impresa di Libia, discorso che venne poi pubblicato su «La Tribuna» del 27 novembre.

A lui, poeta, è affidato il compito di spronare l’esercito nell’impresa. Certo, non si vuole qui riflettere sull’efficacia del discorso, né tantomeno sulla sua opportunità. Preme, invece, sottolineare il fatto che a distanza di un secolo la considerazione sul poeta all’interno della società è completamente cambiata. Oggi le figure a cui è attribuito un ruolo chiave sono altre.

Di colui che è stato uno dei più grandi poeti italiani contemporanei si leggono e si studiano i componimenti legati alla morte del padre («X agosto», «La cavallina storna») o quelli che descrivono la campagna («Novembre», «Lavandare», «Arano», «L’assiuolo») o la natura («Temporale», «Tuono», «Lampo») o ancora quelli che vagheggiano la dimensione del ricordo dell’infanzia e della famiglia («L’aquilone», «Digitale purpurea», «Suor Virginia»).

La critica si è soffermata sul simbolismo e sull’impressionismo della sua scrittura (Romano Luperini) o sull’ibridismo del linguaggio pregramatticale (commisto di onomatopee come «fru fru fra le fratte») e di quello postgrammaticale (specialistico o gergale come nei versi «un ribatte la porca con sua marra paziente»). Ha rintracciato nella sua poesia i legami con il simbolismo francese della seconda metà dell’Ottocento e vi ha intravisto le anticipazioni di tanta produzione del ventesimo secolo. Non si contano i saggi di critica letteraria che hanno perlustrato la scrittura pascoliana da un punto di vista tecnico.

Di rado, però, gli studiosi di Pascoli si soffermano sulla domanda religiosa che anima le sue raccolte. A scuola la situazione non è certo diversa. Quale studente ha potuto leggere poesie come «La felicità», «La grande aspirazione», «La vertigine», testi in cui l’uomo è descritto come desiderio e capacità di infinito? Chi ha sentito nominare quei componimenti in cui Pascoli palesa la sua fede e la sua esperienza di incontro con Cristo, ad esempio «L’angelus», «L’Avemaria» o la sezione dei Poemi conviviali «La buona novella»?

Pascoli riecheggia Leopardi non solo nel titolo di alcune poesie (si pensi a «Il passero solitario») o nella poetica della rimembranza (nella prefazione ai Primi poemetti Pascoli scrive: «Il ricordo è poesia e la poesia non è se non ricordo»), ma anche nella considerazione e nella stima dell’uomo come «capacità di infinito».

A differenza della bestia, che si accontenta soltanto di soddisfare il bisogno fisico, l’uomo ha una «grande aspirazione», come recita il titolo di una bellissima poesia di Pascoli che scrive: «Un desiderio che non ha parole/v’urge, tra i ceppi della terra nera/e la raggiante libertà del sole.//Voi vi torcete come chi dispera,/alberi schiavi! Dispergendo al cielo/l’ombra de’ rami lenta e prigioniera,/e movendo con vane orme lo stelo/dentro la terra, sembra che v’accori/un desiderio senza fine anelo». L’uomo è come un albero, ben radicato alla terra, ma che vorrebbe avere le ali per volare e si protende, così, verso il cielo. Questa brama di conoscere e quest’aspirazione al cielo non possono rimanere senza risposta.

In maniera fantastica, ma, al contempo, icastica Pascoli rappresenta questa condizione esistenziale come una vertigine nell’omonima poesia appartenente ai Nuovi poemetti. Un bimbo che ha perso il senso di gravità guarda gli uomini e li vede «immersi nell’eterno vento». Per questo esclama: «Voi vedo, fermi i brevi piedi al loto,/ai sassi, all’erbe dell’aerea terra,/[…] pender giù nel vuoto». Il bimbo si sorprende della condizione dell’uomo che è «pendulo», proprio  lui che si sente eretto. Così, perso il senso di gravità, cerca di aggrapparsi  «a una rupe, a un albero, a uno stelo,/ a un filo d’erba, per l’orror del vano!// a un nulla, qui, per non cadere in cielo!».

La notte accentua il desiderio del bimbo di sprofondare nel cielo fino a giungere al termine ultimo, al fine e al senso di tutto, fino a incontrare Dio. Un desiderio intensissimo di trovare un ubi consistam, un fondamento, o forse un’origine e un fine. Così lo spiega Pascoli: «Veder d’attimo in attimo più chiare/le costellazioni, il firmamento/crescere sotto il mio precipitare!//precipitare languido, sgomento,/nullo, senza più peso e senza senso:/sprofondar d’un millennio ogni momento!/[…]/forse, giù giù, via via, sperar…che cosa?/La sosta! Il fine! Il termine ultimo! Io,/io te, di nebulosa in nebulosa,//di cielo in cielo, in vano e sempre, Dio!».

La storia del pensiero e della cultura è questa ricerca inesausta di senso, che può essere rappresentata da un libro sul leggio di un terrazzo, sfogliato dal vento. Le pagine ad un certo punto si fermano come se fosse stato svelato il Mistero, poi ad un certo punto il vento riprende a rigirare le pagine, in eterno, alla ricerca della verità ancora non pienamente raggiunta.

Pascoli descrive così la storia della ricerca umana nella poesia «Il libro». Breve, troppo breve è il viaggio dell’uomo, di quella che il filosofo Blaise Pascal chiama «canna pensante». Urge innanzi tutto una serietà nel nostro impegno nella realtà e con le nostre domande che non possono essere assopite.

Per Pascoli ogni uomo, oltre ad esigenza di infinito e di felicità, è anche urgenza di amore e di perdono, necessità di una presenza che accompagni la nostra vita. Nella poesia «I due orfani» appartenente a I primi poemetti Pascoli ci racconta di due bimbi che, una sera, spaventati per un temporale, nella loro camera non riescono a prendere sonno e cercano di farsi compagnia parlando e riempiendo il silenzio con le parole.

Ogni rumore, anche il più impercettibile, provoca in loro una sensazione di pericolo. L’andamento narrativo, tipico della terzina dantesca, è qui sostituito dalla forma drammatica, cioè teatrale, nell’incalzare repentino delle domande e delle risposte. Ne nasce un rapido e serrato dialogo dal tono colloquiale. I due bimbi sono ora più buoni solo perché non hanno più nemmeno il coraggio di giocare e di litigare, ora che non ci sono più i genitori. I bimbi fanno i capricci perché sanno che c’è qualcuno che li ama e che è disposto a perdonarli e ad abbracciarli nonostante i loro difetti e i loro continui errori. Ecco il dialogo finale dei due bimbi: «Ricordi? Allora non si stava in pace/tanto, tra noi…» «Noi siamo ora più buoni…»/ «ora che non c’è più chi si compiace //di noi…» «che non c’è più chi ci perdoni». Quando non c’è una presenza amorosa che lo abbracci e che gli voglia bene, l’uomo è incapace di affrontare la realtà, è preso dal dubbio e dalla paura, che può tramutarsi in angoscia. Perché l’uomo possa vivere con entusiasmo e con baldanza deve riconoscere una presenza buona che gli permetta di rialzarsi nonostante tutti gli errori che possa compiere.

Nella tradizione e nell’esperienza cristiana è la chiesa che tiene desto il senso religioso dell’uomo e che, nel contempo, è compagnia nelle gioie e nelle fatiche quotidiane, come si evince dalle poesia «Angelus», tratta dalla raccolta Primi e nuovi poemetti. È un Pascoli dalla fede certa, sconosciuto e poco letto. Pascoli nella sua opera non è testimone solo della domanda del cuore dell’uomo, ma anche della risposta che nella realtà e nella storia si è rivelata, quel mistero che è entrato nella storia e si è fatto carne attraverso il «sì» di Maria.

Così la preghiera si fa invocazione che il lavoro umano, la fatica e la sofferenza non siano inutilmente spesi, che nel quotidiano si riveli ancora quel Mistero che da piccolo seme è cresciuto in pianta, da grumo di cellule è divenuto uomo, da un sì di una donna si è tradotto in un’umanità cambiata: «Tu che nascesti Dio dal piccolo Ave,/dalla sorrisa paroletta alata/(disse la voce tremolando grave)://[…] fa’ che non in vano/ nei duri solchi quella gente in riga/ semini il pane suo quotidïano».

Nella poesia «Il viatico», poi, Pascoli descrive un piccolo quadretto di campagna, una scena di vita di paese, animata dal suono delle campane a martello che chiamano la gente a pregare per un vecchio che sta morendo. Una processione avanza verso la sua casa, i bimbi cantano, il prete gli sta portando l’eucarestia. L’unica richiesta di questo vecchio è Cristo, presente nell’ostia. In quel breve attimo che lo separa dall’eternità ignota egli vuole essere accompagnato da Gesù.

Non c’è nulla che si possa mettere da parte, che si possa portar via con sé nell’eternità. Negli ultimi istanti il vecchio «ancor cerca, ancor pensa/ al niente, al niente che gli occorre,/a un piccolo perché,/nel piccolo passo, ch’è un volo/ di mosca, ch’è un attimo solo…». Pascoli vede nella situazione di quell’uomo la condizione di ciascuno di noi. Il desiderio che Gesù sia vicino e compagno nell’ora del trapasso è anche il suo. La compagnia dei credenti si presenta, così, nel suo compito di testimoniarci Gesù, di annunciarcelo e di «portarcelo» anche e soprattutto in punto di morte. Cristo è la rocca incrollabile, che non delude. Così il poeta esprime la sua speranza: «Quel giorno anche per me, campane,/ sonate pur così,/quel canto, in quell’ora, s’inalzi,/ portatemi, o piccoli scalzi,/ portatelo anche a me quel pane,/ sul vostro mezzodì».

 

Passiamo ora a riflettere sulle lettere prefatorie con cui Pascoli introduce le sue raccolte. Sono molto importanti per capire la genesi della poesia nell’autore e il suo sentimento della vita, eppure sono poco studiate e mai riportate sulle antologie scolastiche. Ci raccontano molto del rapporto che Pascoli vive con i suoi cari (il papà, la mamma, le sorelle), ma ci descrivono anche che cosa sia poesia per Pascoli.

Nella prefazione alla prima raccolta Myricae (1891), dedicata al padre Ruggero Pascoli, assassinato il 10 agosto 1967, esordisce: «Rimangano rimangano questi canti su la tomba di mio padre!». Il poeta esorta il lettore «a benedire la vita, che è bella, tutta bella; cioè sarebbe; se noi non la guastassimo a noi e agli altri».

Il mysterium iniquitatis, il mistero del male, oscura la gioia della vita e trasforma il pianto umano che è «rugiada di sereno» in «scroscio di tempesta». Pascoli riprende il vangelo di san Giovanni: «Gli uomini amarono più le tenebre che la luce, e più il male altrui che il proprio bene»

La seconda raccolta Primi poemetti (1897) è dedicata alla sorella Maria. La frase incipitaria della prima raccolta «Arbusta iuvant humilesque myricae» («ci piacciono gli arbisti e le umili tamerici») è sostituita dall’espressione «Paulo maiora» («argomenti un po’ più alti»). La lunga lettera che in introduce la raccolta affronta tra gli altri temi la natura della poesia quando Pascoli scrive: «Il ricordo è del fatto come una pittura: pittura bella, se impressa bene in anima buona, anche se di cose non belle. Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo.

Quindi noi di poesia ne abbiamo a dovizia». Forte è la somiglianza con la poetica della rimembranza di Leopardi: la memoria edulcora e trasforma quanto è accaduto nel passato, rendendolo più bello. Poi, il poeta parla attraverso una parabola, attraverso la dimensione del racconto che diventa fondamentale in questa seconda raccolta. Riporta la parabola del rondone, che forse non ha da fare, non ha ancora compagno o compagna, ma per non stare in ozio offre aiuto a una rondinella.

Con questo esempio fanciullesco e anche un po’ sentimentale Pascoli vuole parlare della carità. Questo è l’invito: «Uomini, dirò come in una favola per bimbi: uomini, imitate quel rondone. Uomini, insomma contentatevi del poco […], e amatevi tra voi nell’ambito della famiglia, della nazione, dell’umanità». Pascoli spiega che «assai» significa nell’etimo latino «sì abbastanza e sì molto». Questa è la «filosofia della lingua», la potenza del linguaggio!

La raccolta Nuovi poemetti (1909) è dedicata ai suoi scolari, ai quali il poeta deve molto di più di quanto non abbia dato: «Vi devo l’abitudine di supporre sempre avanti me che scrivo, come ho avanti me che parlo, anime giovanili, che è dovere e religione non abbassare, raffreddare, violare». L’insegnamento è per Pascoli «l’esercizio umano che più con la poesia si accorda».

Nella prefazione a I canti di Castelvecchio, raccolta dedicata alla madre Caterina Allocatelli Vincenzi, scomparsa nel 1868, quando Giovanni aveva solo tredici anni, Pascoli scrive: «Io sento che a lei [a mia madre] devo la mia abitudine contemplativa, cioè, qual ch’essa sia, la mia attitudine poetica. Non posso dimenticare certe sue silenziose meditazioni in qualche serata, dopo un lungo giorno di faccende, avanti i prati della Torre. Ella stava seduta sul greppio: io appoggiava la testa sulle sue ginocchia. E così stavamo a sentir cantare i grilli e a veder soffiare i lampi di caldo all’orizzonte».

Nella lettera che introduce I poemi conviviali (1904-1905) dedicati all’amico Adolfo de Bosis, che l’aveva invitato a scrivere sulla rivista «Convito», improntata all’estetismo allora imperante nella letteratura europea, Pascoli insiste sul «pregio del poco», che lui ha avuto modo di apprezzare sia perché gli è stato rubato tutto sia perché è riuscito a recuperare «di quel poco un pocolino».

Il poeta nei Miei pensieri di varia umanità a cui fa riferimento in nota spiega che in maniera erronea la poesia viene divisa in «arcadica, romantica, classica, veristica, naturalistica». «In verità la poesia è tal meraviglia, che se voi fate una vera poesia, ella sarà della stessa qualità che una vera poesia di quattromila anni or sono. […] L’uomo […] comincia con far gli stessi vagiti e guaiti in tutti i tempi e luoghi. La sostanza psichica è uguale nei fanciulli di tutti i popoli. Un fanciullo è fanciullo allo stesso modo da per tutto. E, quindi, né c’è poesia arcadica, romantica, classica, né poesia italiana, greca, sanscrita; ma poesia soltanto, soltanto poesia, e … non poesia». Nella raccolta Pascoli riprenderà alcuni grandi del passato, trasfigurati nel mito, come Solone, Achille. Tra questi c’è anche Omero,  presentato nella poesia «Il cieco di Chio».

Il poeta è come un cieco, come già appare nella poesia «Il cieco» (tratta dai Primi poemetti), un uomo che sa di non sapere, che si chiede donde venga e dove vada, che si domanda chi possa ascoltare il suo pianto e comprendere il suo dolore. Allora la parola del cieco si fa preghiera che il Mistero possa entrare in rapporto con l’uomo: «Chi che tu sia, rivela/ chi sei: dimmi se il cuor ti si compiace/ o si compiange della mia querela! […] Chi che tu sia, che non vedo io, che vedi/ me, parla dunque: dove sono?».

L’uomo di fronte al Mistero, di fronte all’insostenibile vertigine dell’Infinito, domanda che si manifesti, che renda visibile la sua evidenza e il suo abbraccio misericordioso. All’uomo non basta un Dio, se questo è percepito come distante dal nostro «atomo opaco del male». All’uomo corrisponde solo quell’Infinito che si è reso compagnia umana, strada per il centuplo quaggiù e per l’eternità.

 

Invito alla lettura

Prefazioni alle raccolte;

Myricae: «Lavandare», «X agosto», «Arano», «Novembre»;

I poemetti: «I due orfani», «Il libro», «Il cieco», «L’aquilone», «La vertigine», «Digitale purpurea», «Suor Virginia», «La grande aspirazione», «La felicità»;

I canti di Castelvecchio: «Il gelsomino notturno»;

I poemi conviviali: «La buona novella».

 

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