Dove quasi sempre la cultura sbaglia – la cultura paludata, accademica, sterile e autoreferenziale – è nel considerare o ridurre le grandi categorie dello scibile o della morale, a scomode o fluenti “voci” da dizionario o enciclopedia dello spirito… A darne cioè un’immagine, e una nozione patinata, asettica, addirittura specialistica… Fighera parte da questa eterna, angustiante impasse, per costruire (cioè immaginare, percorrere, metabolizzare, in una parola rivivere) dei libri che siano anche e soprattutto delle riflessioni di verità e autenticità. Lo ha fatto nel 2008 con la Felicità (Che cos’è, dunque, la felicità, mio caro amico?), poi a seguire con La Bellezza salverà il mondo (2009). Con questa terza grande meditazione, suggellata dal glorioso, trasvolante verso dantesco, si salda l’ideale trilogia, in nome d’un sentimento – l’Amore – che ha assorbito e commosso pensatori, scrittori e poeti universali, nell’ottica di sempre. Da Omero a Platone, da Cicerone a Orazio, sino a San Paolo, Dante, Shakespeare, Dostoevskij, Ungaretti, Montale, Testori, e tantissimi altri – la scrittura assorbe e rivela, dubita, anche, ma ritrova, s’interroga e già in sé trova le risposte… “L’Amore è la forza di attrazione, il legame più forte che esista. Le fedi da sole non hanno peso, non hanno valore, ricevono significato dalla comunione dei due sposi. Il peso delle fedi d’oro ‘è il peso specifico dell’essere umano’”: e qui Fighera cita il famoso dramma teatrale del giovane Wojtyla La bottega dell’orefice. Nell’amore, insomma, tutti possiamo essere orefici, se smettiamo d’illuderci di poter vendere o comprare sia la fede che l’amore…

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