ABBASSO IL PIRANDELLISMO

Tra le ragioni per cui Pirandello ricevette il premio Nobel nel 1934 compariva la sua genialità. Ne era prova indiscutibile il fatto che fosse riuscito «a conquistare e a tenere affascinate orecchie renitenti e spesso assai lunghe» e lontane dalla filosofia come quelle degli Svedesi. Nel contempo, si riconosceva che dal punto di vista morale Pirandello non era «né paradossale né distruttivo»:

«Il bene domina le sue idee sul mondo dell’uomo. Il suo pessimismo amaro non ha irrigidito il suo idealismo, la sua penetrante ragione analitica non ha tagliato le radici della vita. La felicità non occupa grande spazio nel mondo della sua immaginazione, ma quello che dà dignità alla vita trova ancora in essa abbastanza spazio per respirare».

Proprio negli anni in cui Freud rivoluzionava la psicologia, Einstein introduceva la relatività, Picasso inseriva la dimensione spazio-temporale nel quadro dando avvio al cubismo analitico, il grande genio di Pirandello profetizzava la «perdita del centro» (Hans Sedlmayr) da parte dell’uomo, l’avvento del relativismo culturale e l’affermazione dell’homo technologicus.

Un autore così, piuttosto che essere compreso, venne spesso ridotto e classificato all’interno di rigide e semplicistiche gabbie, di formule ed etichette. Per questo lo scrittore si scagliò con rabbia contro quanti semplificavano la sua produzione a quei pochi concetti e a quelle parole chiave che compaiono ancor oggi spesso sulle antologie scolastiche e su molti saggi a lui dedicati.

Nell’articolo comparso sulla rivista «Il dramma» il 15 dicembre 1931 in occasione della pubblicazione de L’uomo, la bestia e la virtù Pirandello sottolineò:

«(La mia) opera trova già prevenuti tanto il giudizio della critica quanto l’attesa del pubblico, per colpa di tutte quelle concezioni astratte e stravaganti sulla realtà e la finzione, sul valore della personalità e sul relativismo […] che non sono altro se non le deformazioni cristallizzate di due o tre delle mie commedie, di quelle due o tre che sono arrivate per prime a Parigi, proprio al momento in cui il mio nome ha preso il volo: questo nome che, per colmo di sventura, non è nemmeno più il mio nome, ma è diventato la radice della parola “pirandellismo”».

Per ironia della sorte proprio colui che aveva lottato per la vita contro la finzione, per la sostanza al di là del nome, fu ridotto a nome. Il suo pensiero, che aveva evidenziato l’impossibilità di mettere ordine nel magma caotico dell’esistenza, diventò il sistema del «pirandellismo». Lui stesso divenne emblema del relativismo, quasi come ne fosse interprete, depositario e corifeo e non piuttosto abile demistificatore, nonché geniale profeta e anticipatore di certe tendenze culturali dilaganti.

Per questo Pirandello si ribellò gridando «Abbasso il pirandellismo!»: «Mi si permetta di dire che nessuna delle mie opere che sono tutte nate al di fuori della tesi e degli apriorismi filosofici, è malata di pirandellismo. Sono state modestamente concepite e composte da uno scrittore che si chiama Pirandello e che nel momento in cui scriveva non immaginava nemmeno lontanamente la disavventura che lo attendeva».

Pirandello, però, ci avvertiva: «Forse non esiste scrittore più sconosciuto di uno scrittore celebre!». E come nasce la celebrità? «Nasce il giorno in cui, non si sa come né perché, il nome di uno scrittore si stacca dalle sue opere, mette le ali e spicca il volo. Il nome!… Le opere sono molto più serie: non volano, ma camminano a piedi, per conto loro, con il loro peso e il loro valore, a passi lenti».

Così, mentre il nome di Pirandello era a Parigi e aveva girato tutto il mondo, le sue opere letterarie continuavano «a piedi la loro strada, a passi pesanti» ed erano «naturalmente rimaste indietro».

IN CERCA DI UN AUTORE

Tutta la produzione di Pirandello cercò di mettere in luce il dramma dell’uomo contemporaneo, frammentato, senza certezze, alla ricerca di un ideale che ricomponga la sua «unità perduta».

Che cosa può davvero riaccendere l’uomo, far sì che l’io viva pienamente e non semplicemente esista «come i molluschi, le farfalle, i ragni»?

Alcuni personaggi intraprendono la strada della ricerca di una libertà assoluta e totale, al di fuori di condizionamenti familiari, lavorativi, sociali.

Così, sbarazzatosi del suo nome, Mattia Pascal si tramuta in Adriano Meis, convinto di poter essere artefice del suo destino. Si rende ben presto conto che la sua libertà, che all’inizio gli era parsa senza limiti, può essere chiamata solitudine e noia e lo condanna ad «una terribile pena: quella della compagnia» di se stesso.

Vitangelo Moscarda, invece, dopo aver rinunciato a tutto, al lavoro, alla famiglia, agli averi, approda ad una sorta di annichilimento dell’io, ad una riduzione a puro spirito che si identifica di volta in volta con un aspetto della natura, rinunciando, però, a qualsiasi forma.

Serafino Gubbio, divenuto homo technologicus che comunica attraverso le riprese della telecamera, si riduce infine all’afasia e all’incomunicabilità totale.

Sono solo alcuni esempi di personaggi che falliscono nell’impresa di divenire davvero protagonisti della propria esistenza. Come può allora un uomo davvero compiersi, come può il «nomen» davvero concretare l’«omen» (che significa «profezia, augurio, destino»). Che cosa può liberarci da quella prima lettera «N» del «nomen» perché si possa trovare finalmente la strada?

Ecco alcune risposte che compaiono nella vastissima produzione pirandelliana.

L’uomo assopito dal trambusto quotidiano, addormentato dalle incombenze in cui vive, ha bisogno che accada qualcosa che risvegli il suo io, la sua sete di felicità. Lo capiamo dalle stupende novelle Il treno ha fischiato o Ciàula scopre la Luna. L’uomo è come un bambino, che scopre la realtà solo nel momento in cui la guarda con stupore e meraviglia.

E proprio come un bambino ciascuno di noi ha bisogno di un padre, di un autore che gli indichi una strada percorribile. È l’autore che cercano I sei personaggi, è quell’autore che Giovanni Testori, rileggendo il dramma pirandelliano, identifica nel maestro o addirittura in Dio (si veda l’opera I promessi sposi alla prova).

Ancora, poi, nella trilogia del mito (La nuova colonia, Lazzaro e I giganti della montagna), scritta tra il 1928 e il 1936 (anno della morte del drammaturgo), Pirandello tenta di rintracciare la verità nell’ambito socio-politico, in quello artistico e in quello religioso:

Nel Lazzaro leggiamo che è necessario «ridare le ali» a coloro a cui «sono mancati i piedi per camminare sulla terra» (speranza), dobbiamo «vivere in Dio le opere che compiamo» (offerta), cercare il «centuplo quaggiù prima che l’eternità» (felicità e salvezza).

L’ULTIMA INTERVISTA

Come venne giudicato Pirandello in seno alla Chiesa? In Vaticano ci fu un’accesa discussione sulla sua opera. Il Santo Uffizio prese in esame il suo teatro e le sue novelle. L’amico Massimo Bontempelli e il critico teatrale Silvio D‘Amico intervennero perché il Santo Uffizio non mettesse all’indice le opere. Monsignor Giovan Battista Montini (il futuro papa Paolo VI, oggi san Paolo VI) riuscì a far valere una linea comprensiva e tollerante.

Proprio a quest’eminente personalità della Curia D’Amico inviò una lettera in cui riconosceva che l’opera di Pirandello fosse «l’espressione di un tragico smarrimento spirituale». Nel contempo, affermava con certezza che lo scrittore non aveva mai «dipinto i vizi con colori allettanti», mostrando al contrario nostalgia e simpatia «per la virtù e per la bontà».

Aggiungeva, poi: «Siamo ancora ben lontani […] dal riconoscimento di una Legge morale rivelata, da una adesione alla trascendenza; ben lontani, insomma, dal credo cattolico. Ma un nuovo desiderio è visibile; e chi conosce da vicino l’illustre scrittore, sventuratissimo nella sua vita familiare, in cui tuttavia ha sempre personalmente serbato una condotta di cittadino, marito e padre esemplare, ha potuto notare più d’un indizio d’una sua nuova, ansiosa ricerca spirituale».

Più tardi, in una lettera in risposta ad un articolo di Silvio D’Amico su un’ipotetica redenzione di Pirandello, questi gli scrisse: «Io sono religiosissimo, caro Silvio: sento e penso Dio in tutto ciò che penso e sento». Nel 1935 all’amico don Giuseppe De Luca, grande intellettuale e sacerdote, sorprendentemente confidava di avere «una fede in Dio, non so se vera per Lei, prete, ma fermissima, alla quale ho dovuto ubbidire e offrire dolorose rinunzie».

Nell’ultima intervista rilasciata a Carlo Cavicchioli nel 1936 Pirandello affermerà: «Nel Lazzaro do la risposta più netta al dissidio fondamentale del mio teatro: Cristo è carità, amore.

Solo dall’amore che comprende, e sa tenere il giusto mezzo fra ordine e anarchia, fra forma e vita, è risolto il conflitto. Sono anche lieto che nessuna autorità religiosa abbia trovato da condannare. […] La «Civiltà Cattolica» ne ha parlato a fondo […] e conviene della sua perfetta ortodossia […] Perfetta ortodossia in quanto posizione di problemi. E tali problemi non comportano che una soluzione cristiana».

Probabilmente proprio al crocifisso che aveva appeso nella camera da letto Pirandello rivolgeva tutte le sue domande e mostrava le sue sofferenze, quelle maturate durante le dure prove della vita: la malattia mentale della moglie, il suo ricovero a vita nella casa di cura romana, il tentato suicidio della figlia e, poi, la sua partenza dall’Italia dopo il matrimonio, la prigionia del figlio Stefano durante la Grande Guerra, l’amore impossibile per Marta Abba e, infine, chissà quanti altri dolori provati in quei decenni di rinuncia e di solitudine senza una donna al fianco.

(pubblicato su Tempi.it)

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