Autore molto prolifico, Pirandello ci ha lasciato una sterminata produzione, dai sette romanzi alle novelle (duecentoquarantuno pubblicate in quindici tomi in vita e altre quindici edite postume), dalle poesie della giovinezza al teatro (ben 43 opere confluite nella raccolta Maschere nude). Vastissimo è anche il materiale in cui lo scrittore approfondisce il suo pensiero sulla poetica, sul teatro, sulla vita, costituito da saggi, da articoli di giornale o da trascrizioni dei suoi interventi pubblici. Dopo aver toccato le riflessioni di Pirandello in L’umorismo e Arte e scienza, ci dedicheremo nelle prossime settimane alla presentazione dei romanzi: L’esclusa, Il turno, Il fu Mattia Pascal, Suo marito, I vecchi e i giovani, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Uno, nessuno e centomila.

Partiremo dal romanzo più importante, Il fu Mattia Pascal, pubblicato in rivista nel 1904 in un momento molto particolare della vita dello scrittore, l’anno successivo al grave dissesto finanziario che subisce la società del padre di Pirandello cui consegue l’irreparabile trauma psichico della moglie Antonietta Portulano. Già umbratile e cupa di carattere, la donna inizierà a manifestare segni di squilibrio (paranoie, gravi attacchi di gelosia, …). Sono anni centrali per gli sviluppi successivi della cultura: L’interpretazione dei sogni di Freud è del 1900, la relatività ristretta di Einstein viene presentata nel 1905 (l’annus mirabilis). Negli stessi anni Pirandello prefigura l’avvento di un nuovo paradigma culturale nel Novecento, quello che il cardinale Ratzinger avrebbe chiamato un secolo più tardi nel 2005 nella Missa pro romano Pontefice eligendo «dittatura del relativismo culturale». In maniera espressionistica e paradigmatica Mattia Pascal rappresenta la condizione esistenziale tragicomica ovvero umoristica di ogni uomo. Per questo nel 1908 Pirandello dedicherà il saggio L’umorismo proprio alla buona anima del protagonista del romanzo.

Ecco in sintesi la strana vicenda. Stanco della monotona vita che conduce tra l’impolverata biblioteca e il carcere domestico, il protagonista si allontana da Miragno, immaginario paesino della Liguria. Si reca a Montecarlo a giocare al casinò e vince una cospicua somma di denaro. Mentre sta per ritornare a casa, già sul treno, rimane attonito a una notizia letta sul giornale. La moglie e la suocera lo hanno riconosciuto nel cadavere di un uomo annegato. La rabbia e la stizza lasciano subito il posto alla speranza di poter ricominciare una nuova vita. Libero, senza più legami, con una coscienza rifatta «vergine e trasparente», assunto il nome di Adriano Meis, ben presto si rende conto della tirannia di quella libertà girovaga, solitaria e muta, del «senso penoso di precarietà che tien sospesa l’anima di chi viaggia» e che non gli fa amare il letto su cui dorme. Si sente sempre e comunque «un forestiere della vita». Passati alcuni mesi, Adriano decide, infine, di fermarsi a Roma, ove prende in affitto una stanza. Le sue giornate sono segnate dalle conversazioni con il logorroico Anselmo Paleari, padrone dell’appartamento e appassionato di filosofia, e dall’amicizia con la sua figlia Adriana, una donnina tranquilla e religiosa.

Adriano Meis prende sempre più coscienza dell’inconsistenza della sua libertà, tanto che scrive nelle sue memorie: «La mia libertà, che a principio m’era parsa senza limiti, […] avrebbe potuto chiamarsi solitudine e noja, e […] mi condannava a una terribile pena: quella della compagnia di me stesso; mi ero allora accostato agli altri; ma il proponimento di guardarmi bene dal riallacciare, foss’anche debolissimamente, le fila recise, a che era valso? Ecco: s’erano riallacciate da sé, quelle fila». Adriano Meis ha potuto conservare l’illusione di vivere finché è rimasto chiuso in se stesso e ha visto vivere gli altri. Quando, però, prova ad accostarsi alla vita, percepisce che è un morto che non può neppure dichiarare il proprio amore. Ora che ama Adriana, si rende conto che, neanche se morto all’anagrafe, può liberarsi della moglie. Per la legge non esiste. Non solo non può amare, ma non può neppure denunciare un furto subito. Per questo si sente «peggio che morto» perché «i morti non debbono più morire» mentre lui è «ancora vivo per la morte e morto per la vita».

Un’ombra che ha un cuore, ma non può amare, ha soldi, ma chiunque può rubarglieli. La sua vita è tutta intrisa di menzogna tanto che si sente soffocare «dalla nausea, dall’ira, dall’odio» per se stesso. Così, medita di fuggire da quella casa e di restare solo, «più lontano che mai dagli uomini» per «paura di ricader nei lacci della vita». Adriano ha un primo impeto suicida, ma poi, come per una ribellione interna, come per una reviviscenza dell’odio nei confronti della moglie Romilda e della suocera, reagisce e decide di vendicarsi ritornando a Miragno e rivelando che non è morto. Ora, mentre progetta il ritorno, diventa cosciente dell’inganno e dell’illusione di poter fuggire dal proprio passato e si chiede: «Come mi ero illuso che potesse vivere un tronco reciso dalle sue radici? […] Mi ero stimato felice […] con la cappa di piombo della menzogna addosso[…]. Ora avrei avuto di nuovo la moglie addosso […] e quella suocera […], ma non le avevo forse avute addosso anche da morto?».

Ritornato al paese, in principio nessuno lo riconosce con l’eccezione del parroco don Eligio. L’amara scoperta del secondo matrimonio della moglie con l’amico di infanzia Pomino e della nascita di un figlio lo persuade a non rivendicare il posto perduto all’interno della società civile. D’ora innanzi, su consiglio di Don Eligio, scriverà la sua storia in una sorta di memoriale privato e si recherà di tanto in tanto sulla sua tomba a portare i fiori, rivelando a quanti lo incontrano di essere il «fu Mattia Pascal».

In questa storia bizzarra Mattia Pascal è diventato «un altro uomo, sì, ma a patto di non far nulla. E che uomo dunque? Un’ombra di uomo». Il tema dell’ombra è ripreso dalla Meravigliosa storia di Peter Schlemihl di Adalbert von Chamisso (1814) in cui lo scrittore tedesco racconta di un personaggio che ha venduto la sua ombra al diavolo in cambio della ricchezza. In maniera analoga Pirandello scrive la storia di un uomo che ha pensato di poter abbandonare la sua «ombra» impiegatizia e di piccolo borghese. L’esito delle due vicende è per certi versi analogo: solitudine e angoscia. Nel romanzo compaiono diverse figure che rappresentano un possibile alter ego di Mattia Pascal: l’uomo di mezza età che si suicida davvero a Montecarlo dopo aver perso al gioco; Adriano Meis, libero da vincoli e coercizioni sociali, ma inesistente all’anagrafe; Anselmo Paleari, un Amleto in panni borghesi, un vero e proprio filosofo a cui è affidata l’esposizione delle questioni culturali ed estetiche più interessanti dell’intera opera; l’amata Adriana che ha quella fede di cui Adriano è sprovvisto. Questi personaggi rappresentano in un certo senso il flusso delle forme e del pensiero, le aspirazioni ideali di Mattia Pascal. Questi vorrebbe essere un filosofo, distaccato dalla vita, ma la vita finisce sempre per coinvolgerlo. Vorrebbe avere la fede di Adriana, ma tratta l’acquasantiera come un portacenere. Medita un vero suicidio a Roma, ma solo l’odio per la suocera lo induce a ritornare a Miragno.

Qual è il «sugo della storia», quale frutto se ne può ricavare? Don Eligio risponde al riguardo: «Intanto, questo, […] che fuori della legge e fuori di quelle particolarità, liete o triste che sieno, per cui noi siamo noi […] non è possibile vivere». Mattia Pascal, però, replica che ora lui non è rientrato «né nella legge né nelle particolarità», non ha più moglie e ora non sa proprio più chi sia. Il filosofo Benedetto Croce vede nelle parole pronunciate dal parroco il pensiero proprio di Pirandello. Forse, invece, è proprio nelle parole di Mattia che si deve riconoscere la posizione più vera di Pirandello di fronte all’uomo: una domanda in attesa di risposta, quella stessa domanda che ha spinto Mattia Pascal a viaggiare, a cercare di rifarsi un’altra vita, meno lacerata e divisa. Nell’«Avvertenza agli scrupoli della fantasia», quando parla dell’uomo, l’autore fa riferimento al «gioco delle parti», a «quello che vorremmo o dovremmo essere», a «quello che agli altri pare che siamo», mentre in realtà «quello che siamo, non lo sappiamo, fino a un certo punto, neanche noi stessi».

La prossima volta vedremo alcuni momenti del romanzo che sono davvero presaghi della cultura che si sarebbe imposta nel Novecento. Si metterà a tema anche l’esistenza dell’anima. Insomma, scopriremo Il fu Mattia Pascal inedito, quello meno conosciuto, lontano dai clichés e dagli stereotipi con cui sono state sovente etichettate le opere di Pirandello. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 23-11-2014)

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