L’Enrico IV è il dramma pirandelliano più importante insieme ai Sei personaggi in cerca d’autore, scritto nello stesso anno, il 1921. Viene rappresentato per la prima volta il 24 febbraio del 1922 al Teatro Manzoni di Milano, ricevendo fin da subito il plauso della critica, tanto che Renato Simoni scrive dopo la prima: «La cronaca […] è lietissima: un pubblico a volte sorpreso, a volte incuriosito, a volte commosso ed esaltato, e, dopo due o tre scene, interamente conquistato. Era in tutti gli spettatori la coscienza che assistevano a un’opera che si poteva amare o non amare, ma che, comunque, aveva un valore insolito, una chiusa potenza, talora oscura, talora solo balenante, spesso chiarentesi con un’originalità audace e pur terribilmente ragionevole».

Un dramma, quindi, non semplice, ma geniale, che fin da subito colpisce per originalità della situazione, per sorprese, colpi di scena e suspence, in cui l’apparenza e la realtà si mescolano in una commistione che non lascia intendere al pubblico fino alla fine quale sia davvero la verità. Tradotto in diverse lingue, ottiene ben presto successi in Europa e nel mondo tanto da riscuotere l’interesse della nuova arte nascente, il cinema, con la versione del 1926.

In una lettera del 1921 Pirandello spiega l’antefatto che sta all’origine della presunta pazzia del protagonista: «Circa vent’anni addietro, alcuni giovani signori e signore dell’aristocrazia pensarono di fare per loro diletto, in tempo di carnevale, una “cavalcata in costume” in una villa patrizia: ciascuno di quei signori s’era scelto un personaggio storico, re o principe, da figurare con la sua dama accanto, regina o principessa, sul cavallo bardato secondo i costumi dell’epoca. Uno di questi signori s’era scelto il personaggio di Enrico IV; e per rappresentarlo il meglio possibile, s’era dato la pena e il tormento d’un studio intensissimo, minuzioso e preciso, che lo aveva per circa un mese ossessionato». Alla festa di carnevale Enrico IV si presentò in compagnia della fidanzata, che a sua volta impersonava Matilde di Canossa. Caduto da un cavallo imbizzarrito per colpa di Belcredi, suo rivale in amore, dopo aver battuto la testa, svenne e si risvegliò convinto di essere davvero il celebre Imperatore. Allora, i parenti favorirono la finzione, vennero addirittura assunti servitori e paggi che popolassero quella villa trasformata in corte. Intanto la vita proseguì per tutti. La fidanzata Matilde, divenuta amante di Belcredi, ebbe una figlia, di nome Frida.

Così capiamo le ragioni per cui vent’anni dopo gli antefatti appena raccontati il protagonista dell’opera appaia ancora in scena paludato con i costumi di Enrico IV, l’imperatore di Germania che si umiliò dinanzi a papa Gregorio VII, a Canossa nel 1077. Un giorno, si presentano alla corte il nipote Carlo di Nolli, Belcredi, Matilde, Frida e un medico con il piano di suscitare in Enrico IV uno choc che possa ricondurlo alla normalità. Il presunto pazzo è, in realtà, già rinsavito da otto anni, ma ha deciso di interpretare una parte, di fingere. Di questo il pubblico viene a conoscenza solo nel secondo atto, quando Enrico IV è a colloquio con i paggi e lo rivela loro. Dopo anni di pazzia, egli ha, quindi, recuperato la coscienza, accorgendosi che per tutti la vita è continuata, tranne per lui che si è cristallizzato nella forma, statica, non viva. Questo è il piano per provocare lo choc in Enrico IV. Vogliono fargli credere che dal quadro si materializzi il fantasma di Matilde di Canossa, incarnata da Frida, in tutto e per tutto simile a com’era l’amata di Enrico IV vent’anni prima. Enrico IV dapprima confessa la sua guarigione, poi stigmatizza come pazzi gli ospiti recatisi da lui con quel piano, infine trafigge il rivale in amore Belcredi. A questo punto, per fuggire dalla prigione, opta per interpretare una parte per tutta la vita, quella del pazzo.

L’opera è complessa e si presta a molteplici interpretazioni. Se tralasciamo la lettura ermeneutica metateatrale, ci interessa in particolar modo soffermarci sulla somiglianza tra vita e teatro tipicamente pirandelliana. Il protagonista rappresenta l’emblema dell’uomo che non vive davvero, ma interpreta una parte. Il tentativo di eliminazione del rivale Belcredi da parte di Enrico IV documenta il desiderio di annientamento di colui che ha scelto per la vita, quasi a voler indicare che è impossibile vivere davvero. Il teatro coincide con la vita, non c’è davvero differenza tra vita e teatro, proprio perché per l’uomo è impossibile partecipare in maniera vera al flusso pieno della vita. Tutti assistiamo ad uno spectaculum, vi prendiamo parte, magari anche da protagonisti, senza, però, davvero essere autonomi nelle decisioni, che per lo più subiamo come il protagonista del dramma che si ritrova in una forma, senza aver potuto amare la donna che avrebbe voluto sposare. Enrico IV «non uccide certo un rivale in una contesa di gelosia, ma il proprio doppio degradato, figura di quell’altra possibilità che è la vita goduta al prezzo di un insopportabile decadimento» (E. Gioanola).

La vita fugge, il tempo scorre e l’uomo, quando ne prende coscienza, scopre l’invecchiamento e la morte.  «Forte come la morte è l’amore», recita il Cantico dei cantici, ma ad Enrico IV l’amore è negato e per questo lui ha paura della vita. Solo l’esperienza del perdono e della misericordia, solo lo sguardo amorevole di una persona che ci abbracci possono ridestare in noi l’entusiasmo per la vita e la sorpresa per il dono della realtà. Ma nessuno, in vent’anni, ha il coraggio di raccontare a Enrico IV la verità, tutti sono acquiescenti e favoriscono in lui la cristallizzazione della forma, tutti hanno per tanti anni quasi paura che lui possa scoprire la verità, fino all’atto finale che porterà alla tragedia conclusiva. Per questo, Enrico IV è il personaggio più tragico di Pirandello, colui che ha sempre cercato un luogo e una forma nobile e ideale, che ambisce ad appartenere ad una storia grande e imperiale, si convince per tanti anni di averla trovata fino a prendere coscienza che tutto è in realtà un’illusione, una finzione.

Ci si può trovare alla fine scoprendo di non aver mai vissuto. Enrico IV esclama rivolto a Belcredi, pochi istanti prima di ferirlo: «Li (i capelli) ho fatti grigi qua, io, da Enrico IV, capisci? E non me n’ero mica accorto! Me n’accorsi in un giorno da solo, tutt’a un tratto, riaprendo gli occhi, e fu uno spavento, perché capii subito che non solo i capelli, ma doveva essere diventato grigio tutto così, e tutto crollato, tutto finito: e che sarei arrivato con una fame da lupo a un banchetto già bell’e sparecchiato».

Commenta questo Articolo