Il 1925 fu l’anno in cui Pirandello assunse la direzione del Teatro d’Arte di Roma, fondato da alcuni giovani intellettuali tra cui il figlio Stefano, e, nel contempo, incontrò l’attrice Marta Abba. Nell’ottobre dello stesso anno scriveva alla figlia Lietta: «Sto attraversando una tremenda crisi di spirito. Non so che ne nascerà». Il drammaturgo s’innamorò di quella giovane donna affascinante facendo sorgere la gelosia nella figlia, fino a quel momento la sua creatura preferita.

Nel settembre 1926 Pirandello redasse testamento:

Nel caso (che mi auguro non lontano) d’una mia morte improvvisa, lascio le seguenti disposizioni. Primo, che la metà di tutto quanto posseggo sia diviso in tre parti uguali tra i miei figli Stefano, Lia e Fausto. Secondo, che l’altra metà disponibile sia divisa anch’essa in tre parti uguali, ma la terza, per punizione, non vada a mia figlia Lia, bensì ad un’altra mia figlia d’elezione, che volle col suo nobile e purissimo affetto confortare questi ultimi miei giorni della mia vita raminga, avendone in compenso la più vile e schifosa malignità: dico la signorina Marta Abba. I miei due figli, Stefano e Fausto, […] la tengano cara come una vera sorella.

 

Lietta sarebbe venuta a conoscenza del castigo solo tre anni dopo la morte del padre, dalle pagine di un  libro di Marta Abba che riportavano il testamento del maestro.

Per quali ragioni Pirandello volle punire Lietta? Quando la figlia rientrò in Italia, il marito Manuel Aguirre divenne amministratore della Compagnia d’Arte di Roma di cui direttore era il suocero. Viste le perdite dell’impresa teatrale, Lietta si era recata dall’avvocato di famiglia Giulio Vitale per valutare la possibilità di far interdire il padre. Naturalmente l’avvocato aveva riferito tutto a Pirandello che aveva immediatamente revocato la procura al genero. Poco tempo dopo i due giovani sposi erano ritornati in Cile.

Marta Abba divenne ben presto la prima attrice della compagnia. Tra il drammaturgo e l’attrice iniziò un sentimento d’amore a senso unico, documentato dalle cinquecentocinquantadue lettere scritte dal 1925 al 1936.

Molte delle opere teatrali di Pirandello videro d’ora innanzi come protagonista Marta Abba finché non si sciolse la compagnia d’Arte per le forti perdite economiche.

Nel marzo 1930 il drammaturgo confessò all’attrice in una lettera:

 

La mia arte, per vivere, ha bisogno di Te. Questo è stato detto, ed è la verità. Tu sei Tu, e di noi due chi ha bisogno dell’altro, sono io e non sei Tu; e quello che io faccio per Te è il meno ch’io possa fare. Ti devo tutto, Marta mia; e se T’ho fatto soffrire, credi che il mio pentimento è senza fine, e che tutta la colpa è di questa mia cattiva gioventù che non vuole passare.

 

Dopo il soggiorno a Berlino nel 1930 per la messa in scena di Questa sera si recita a soggetto, accompagnata da fischi, pur se sentitosi offeso, Pirandello trovò il coraggio di confessare all’attrice:

 

I fischi degli idioti e dei nemici non mi farebbero nulla, se il mio animo potesse essere ancora quello di prima. Ma ho perduto anche l’orgoglio della mia solitudine, ho perduto anche l’amore della mia sconsolata tristezza […]. Una grande assoluta immobilità. Spero che Tu riesca a scuotermene, Marta mia; se no, è veramente la morte. Ma forse tutto questo mi passerà, appena Ti rivedrò. Una sola cosa è viva, ed è questo bene senza fine che Ti vuole sempre, sempre il Tuo Maestro.

 

Pirandello trascorse un paio d’anni a Berlino e a Parigi finché nel 1932 non ritornò in Italia, richiamato da una lettera del figlio Stefano.

Nel 1932 Pirandello scrisse il dramma Quando si è qualcuno che nascondeva in maniera neanche troppo velata le sue vicende autobiografiche: si racconta di un artista che, nonostante sia vecchio nel fisico e all’anagrafe, si sente ancora giovane nello spirito e si è innamorato di una giovane attrice. Il protagonista, che porta il nome Qualcuno, ad un certo punto recita un monologo:

 

Tu non l’hai compreso questo ritegno in me del pudore d’esser vecchio, per te giovine. E questa cosa atroce che ai vecchi avviene, tu non la sai: uno specchio – scoprirsi d’improvviso – e la desolazione di vedersi che uccide ogni volta lo stupore di non ricordarsene più – e la vergogna dentro, la vergogna allora, come d’una oscenità, di sentirsi, con quell’aspetto di vecchio, il cuore ancora giovine e caldo. Eh, tu sei viva e giovine, creatura mia; ecco, ancora così viva, che già sei mutata […]. Non hai pensato che non era più possibile per me, che anch’io fossi ancora vivo così.

 

Le lettere che l’attrice indirizzò al maestro in risposta confermano che l’amore di Pirandello era impossibile e non ricambiato. Da Salice Terme ove si trovava per le cure termali la Abba scrisse:

 

La prego ancora una volta d’essere conciso e breve. […] Io non so poi come farei a rispondere a tutte le Sue lettere che sono volumi, e la maggior parte volumi di parole inutili che mi contristano, mi irritano, mi fanno star male.

 

Nel 1934 il nazismo proibì la rappresentazione dell’opera teatrale La favola del figlio cambiato, il fascismo avrebbe fatto altrettanto. Il 10 ottobre Pirandello ottenne il Premio Nobel per la letteratura e venne premiato nel dicembre dello stesso anno.

Per due volte (l’ultima nel 1935) si recò negli Stati Uniti, per seguire le sceneggiature delle sue opere per il mercato cinematografico. Anche Marta Abba aveva scelto di girare per i palcoscenici internazionali, prima Londra, poi gli Stati Uniti. Mentre l’attrice era impegnata per la recita della Santa Giovanna di George Bernard Shaw (1856-1950) Pirandello le rivolse alcune raccomandazioni, come di un padre ad una figlia:

 

Vorrei che Ti riguardassi bene al quarto atto; è proprio allora che prendi il malanno, con quel costumino di paggetto, esposta in mezzo alla corrente, dopo aver recitato in corazza e imbottita: lo squilibrio è troppo; bisogna che tutte le porte siano ben chiuse sul palcoscenico.

 

Dopo che lei aveva deciso di lasciare l’Italia, abbandonando definitivamente il Maestro, lui la salutò:

 

Te beata, e veramente da invidiare, Marta mia, che hai voltato le spalle a tutta questa putredine marcia. Ho ringraziato Dio, che te ne sei liberata. Andrai incontro a tante difficoltà; camminerai in principio sui sassi e tra le spine; ma alla fine, respirerai, al pieno e grande riconoscimento, alla vera ricchezza e alla vera gloria, fuori e lontana da questa lurida miseria, da questi sporchi imbrogli.

 

E poi, ora che lei si allontanava per sempre, Pirandello ebbe il coraggio di scriverle: «Ti bacio con tutta l’anima mia». La Abba aveva preso il posto prediletto, la più amata, più amata persino di Lietta, la sua figlia preferita. Pirandello stava per compiere sessantanove anni, lei ne aveva trentasei. Quando l’attrice era a Londra per perfezionare l’inglese per la tournée americana, Pirandello le scrisse:

Devi essere per questo come una mia figliuola, la più amata. […] Tu sei nata per vincere, e tutti hanno il dovere di adorarTi, perché sei una creatura eletta, la più nobile che io abbia conosciuto sulla terra. Se non dici a me tutto quello che hai sul cuore, a chi lo dirai Tu, Marta mia? Chi Ti è più vicino di me, con tutto il cuore, con tutta l’anima. Io sono Tu, Marta mia, tu stessa: come le tue gioje sono le mie, così sono miei i tuoi dispiaceri. La Tua vita è la mia. E io sono qua sempre, tutto, per Te.

È il 25 giugno 1936.

Il 10 dicembre Pirandello morì nella sua casa di Roma, dopo alcuni giorni di polmonite. L’avevano vegliato i figli e i nipoti. Mancavano, invece, la madre dei suoi figli e l’amata attrice, che per età avrebbe potuto essere per lui una figlia.

Lo scrittore aveva come prefigurato la situazione nel dramma Sei personaggi in cerca d’autore composto nel 1921, prima che conoscesse l’attrice: la Madre e la figliastra, la donna ormai anziana e la giovane con la quale il padre aveva rischiato la relazione incestuosa, rimasta, però, solo oggetto del desiderio.

La vita era durata così poco, era apparsa della durata di una giornata, come nell’omologa novella pirandelliana.

Negli ultimi mesi Pirandello stava lavorando a I giganti della montagna, ultima opera della trilogia del mito. Il figlio Stefano l’avrebbe terminata seguendo le indicazioni lasciate dal padre.

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