L’epistolario del Petrarca è diviso in diverse sillogi, dalle Familiares divise in ventiquattro libri (per un totale di 350 lettere) alle Seniles (125 lettere distribuite in diciassette libri), dalle  Sine nomine (19 lettere) di argomento politico-religioso alle Variae fino alle Epistole metrice in versi. Petrarca scrive agli amici, ai conoscenti, ai personaggi importanti della propria epoca e delle epoche precedenti. Il poeta non ama il proprio tempo, ma predilige i tempi passati. 

In un’epistola delle Familiares (VI, 4) annota: «Io scrivo per me e, mentre scrivo bramosamente, m’intrattengo con i nostri antichi in quel modo solo che posso, dimenticando con gran piacere questi coi quali la mia cattiva stella mi ha costretto a vivere; e frattanto faccio ogni sforzo per seguir quelli e fuggir questi». Ma è proprio vero che sarebbe stato meglio che Petrarca fosse vissuto in un’altra epoca? La sua presenza sarebbe stata più utile nei tempi antichi? Oppure l’attività del Petrarca fu così fondamentale proprio perché visse nel Trecento e anche la sua fama sarebbe stata differente in un altro secolo?  

Per rispondere a questa interessante questione ritorniamo al discorso che stavamo conducendo l’ultima puntata in relazione alla lettera Posteritati. Accennavamo al fatto che molte lettere del Petrarca sono in risposta alle lettere che gli giungevano, che venivano riprese punto per punto. Proprio ispirandosi a questa prassi del letterato, a distanza di settecento anni, continuando l’ideale res publica litterarum (“repubblica delle lettere”) costituita da Petrarca, Wilkins risponde alla sua lettera Posteritati. Sentiamo cosa scrive: «A Francesco Petrarca, poeta laureato. Ci è giunta graditissima quella tua celebre lettera che presenta molte notizie sulla tua vita e sui successi dei tuoi studi. Del tuo nome illustre non solo abbiamo sentito parlare, ma lo abbiamo addirittura scritto in lettere d’oro nel libro della nostra memoria. Siamo molto lieti di conoscere che tipo di uomo tu abbia pensato di essere. Abbiamo appreso molto su di te da altre fonti: dal mezzo migliaio di lettere superstiti che hai scritto ai tuoi contemporanei, dal centinaio circa di quelle che loro mandarono a te, dai numerosi brani dei tuoi altri scritti, dal tuo testamento e da altre testimonianze di varia natura […]».

«La tua lettera, per quanto graditissima, aggiunge solo pochi dettagli- come il fatto che negli ultimi anni hai dovuto ricorrere agli occhiali- a quanto già sapevamo per altre vie. Il suo valore principale per noi consiste nell’autoritratto intellettuale e morale che hai tracciato nei paragrafi iniziali. […] Non ti rendi piena giustizia quando scrivi […] “ho avuto un ingegno equilibrato più che acuto”. […] Il grado di familiarità che hai raggiunto in ogni minimo dettaglio con una gran quantità degli autori latini è davvero stupefacente. […] Il debito che gli studiosi del tuo tempo e delle epoche seguenti hanno nei tuoi confronti è molto grande. Si deve principalmente a te il fatto che i due secoli successivi alla tua morte sono considerati come i secoli del Rinascimento».  

«[…]. “L’amore per la libertà” è stato l’energia dominante di tutta la tua vita. Si è trattato […] di un desiderio di libertà individuale per studiare e per scrivere, un desiderio, cioè, non solo di apprendere ma anche di comunicare quanto avevi appreso […]. Hai mostrato grande interesse per il bene collettivo; e buona parte dei tuoi scritti, dei tuoi viaggi e dei tuoi discorsi sono il risultato del tentativo di prevenire o far terminare scontri tra stati italiani rivali […]. Nell’ammettere alcune tue colpe sei lodevolmente sincero e lodevolmente sintetico; ma abbiamo qualche dubbio circa l’affermazione che la tua ira non fece mai male ad altri che a te stesso. […]».

«In un preciso ambito delle relazioni umane hai superato tutti gli altri: nell’amicizia; tu eri un vero amico. […]. La tua fama dura ancora. Per due secoli dopo la tua morte ha mantenuto una certa supremazia nel mondo delle lettere; dopo di allora è diventata meno persistente, ma non meno salda. […]. Detestavi l’epoca nella quale sei vissuto. […] Non ci stupisce la tua avversione per la tua epoca […]. Tutto considerato, ci sembra che tu sia stato ben collocato nella tua epoca. Hai fatto per essa, ne siamo convinti, più di quanto avresti potuto fare per qualsiasi altra epoca […]. E dunque sia pace al tuo spirito inquieto […]».

La rinascita dell’Umanesimo e del Rinascimento sarebbe stata inconcepibile senza l’attività letteraria del Petrarca che invita a imitare gli antichi: «Scrivere come le api fanno il  miele, non mantenendo i fiori ma convertendoli in favi, così che da molti e diversi elementi nasca una cosa nuova, diversa e migliore» (Familiares XXIII, 19). Il maggior poeta dell’antichità, colui che più di ogni altro è degno di ammirazione è Virgilio, lo stesso maestro che Dante ha scelto per sé nella scrittura della Commedia e nel viaggio dell’aldilà. Scrive Petrarca: «Ammira soprattutto Virgilio, e giustamente, perché se molti dei nostri poeti sono degni di lode, questo solo è degno di ammirazione» (ibidem). 

In una delle lettere più belle del Petrarca, conosciuta come L’ascesa al monte ventoso, i richiami all’Eneide sono fitti. Ma nella lettura di quella lettera vedremo la prossima volta come diventerà fondamentale la presenza di un altro maestro, sant’Agostino, scoperto attraverso le Confessioni regalategli dal monaco agostiniano Dionigi da Borgo San Sepolcro. Petrarca scoprirà così la dimensione della profondità dell’anima. (La Nuova Bussola quotidiana del 14-2-2016)

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