altAvrai forse inteso dire alcuna cosa di me; avvegnachè è a dubitare che un nome, quale è il mio, piccolo ed oscuro sia mai per giungere a lontani luoghi ed a tempi avvenire». Così si apre la lettera Posteritati (“Alla posterità”) di Petrarca, progettata e avviata già dieci anni dopo il conseguimento dell’alloro poetico, ma rielaborata fino a poco tempo prima di morire. Non tradisca la modestia con cui il poeta apre l’epistola, che appartiene in realtà a un topos con cui gli scrittori spesso introducono le proprie composizioni. Intendendo lasciare un autoritratto ideale di sé Petrarca si inserisce nel numero dei grandi personaggi, degli uomini illustri di cui i posteri avrebbero dovuto far memoria.

Il greco Plutarco scrisse Le vite degli uomini illustri così come pure il latino Svetonio, focalizzando l’attenzione sull’aspetto morale dei grandi personaggi. Era impensabile per Dante, pochi decenni prima, lasciare il proprio autoritratto. Dante riporta il proprio nome solo una volta nella Commedia, nel canto XXX del Purgatorio quando rivede Beatrice nell’Eden e ancora all’incontro con l’amata, foriero di grazia e di conversione, è dedicata la sua unica opera, in un certo modo, di carattere autobiografico: la Vita Nova. L’attenzione di Dante non è focalizzata su di sé, ma sull’incontro che gli ha cambiato la vita, sulla donna cristofora, sulla fede. Petrarca dà avvio a un’attenzione diversa per il prestigio del singolo uomo, per la sua attività, per l’eccellenza (nel senso etimologico del termine, cioè primeggiare sugli altri) che caratterizzerà la nuova età umanistico–rinascimentale in cui non più agiografie o romanzi cavallereschi e d’avventura hanno il primato nella produzione letteraria, bensì quei testi che esaltano la vita dei grandi personaggi nei differenti settori della vita artistica, sociale, letteraria, militare. 

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