Avrai forse inteso dire alcuna cosa di me; avvegnachè è a dubitare che un nome, quale è il mio, piccolo ed oscuro sia mai per giungere a lontani luoghi ed a tempi avvenire». Così si apre la lettera Posteritati (“Alla posterità”) di Petrarca, progettata e avviata già dieci anni dopo il conseguimento dell’alloro poetico, ma rielaborata fino a poco tempo prima di morire. Non tradisca la modestia con cui il poeta apre l’epistola, che appartiene in realtà a un topos con cui gli scrittori spesso introducono le proprie composizioni. Intendendo lasciare un autoritratto ideale di sé Petrarca si inserisce nel numero dei grandi personaggi, degli uomini illustri di cui i posteri avrebbero dovuto far memoria.

Il greco Plutarco scrisse Le vite degli uomini illustri così come pure il latino Svetonio, focalizzando l’attenzione sull’aspetto morale dei grandi personaggi. Era impensabile per Dante, pochi decenni prima, lasciare il proprio autoritratto. Dante riporta il proprio nome solo una volta nella Commedia, nel canto XXX del Purgatorio quando rivede Beatrice nell’Eden e ancora all’incontro con l’amata, foriero di grazia e di conversione, è dedicata la sua unica opera, in un certo modo, di carattere autobiografico: la Vita Nova. L’attenzione di Dante non è focalizzata su di sé, ma sull’incontro che gli ha cambiato la vita, sulla donna cristofora, sulla fede. Petrarca dà avvio a un’attenzione diversa per il prestigio del singolo uomo, per la sua attività, per l’eccellenza (nel senso etimologico del termine, cioè primeggiare sugli altri) che caratterizzerà la nuova età umanistico–rinascimentale in cui non più agiografie o romanzi cavallereschi e d’avventura hanno il primato nella produzione letteraria, bensì quei testi che esaltano la vita dei grandi personaggi nei differenti settori della vita artistica, sociale, letteraria, militare. 

Biografie e autobiografie saranno il genere più diffuso e letto nella nuova epoca. Nell’umanesimo l’uomo ideale del Medioevo, il cavaliere, il monaco, il santo, sarà sostituito dalla figura dell’homo divus, colui che si afferma in un campo, da quello artistico a quello pericoloso del mestiere delle armi. Il condottiero di ventura, di cui esempi illustri sono il Gattamelata (1370-1443), Francesco Sforza che diventa signore di Milano o il mediceo Giovanni dalle Bande Nere, combatte per la propria fama e per i lauti guadagni e sostituisce nell’immaginario collettivo ideale la figura medioevale del cavaliere. L’uomo si sente ancora creatura di Dio, ma si percepisce in un certo senso affrancato, libero, artefice di sé e del suo destino, per lo meno nella prima parte di questa rinascita. 

Nella lettera Posteritati Petrarca intende proporsi come modello di uomo, non soltanto per i contemporanei, ma anche per i posteri, esponente della nuova cultura umanista, uomo di lettere, che lascerà non gesta importanti, ma opere letterarie. Con grande sintesi lo scrittore descrive la propria vita: «Natura mi diede indole non malvagia o invereconda, se le contagiose abitudini non l’avessero guasta. L’adolescenza ingannommi, la gioventù seco mi trascinò, mi fece più savio la vecchiaia, quando, maestra la esperienza, conobbi la verità di quel detto, che già altre volte letto avea: “non altro che vanità essere gli anni fioriti e il piacere”». La sua corporatura era robusta, «il sembiante» non era particolarmente bello, anche se sarebbe apparso «piacente» in giovinezza. «Fresco il colorito tra il bianco e il bruno; vivaci gli occhi e la vista lungo tempo acutissima: se non che questa sul sessantesimo anno mi venne mancando; onde bisognommi, non senza repugnanza, ricorrere alle lenti. In ben disposte membra, che furono sempre sanissime, mi trovò la vecchiaia, dalla quale coll’usata schiera di malattie fui tolto in mezzo». 

Petrarca ci ricorda anche il momento esatto della sua nascita: l’alba del lunedì primo agosto 1304. Poi il poeta tratteggia il suo ritratto morale. Fu spregiatore delle ricchezze, non tanto per esse, ma per i fastidi che spesso le accompagnano. Fu contrario «al lusso» per «l’interrompimento della quiete che apporta». Petrarca accenna a un unico amore onesto nella giovinezza, interrotto per la morte dolorosa della donna, che è utile per il fatto che estingue il fuoco della passione che negli ultimi anni si sta affievolendo. Petrarca non è immune dal piacere dei sensi (come sappiamo gli nacquero almeno due figli da donne di cui non conosciamo bene l’identità, quantunque avesse intrapreso la strada degli ordini minori), anche se a quarant’anni (quindi verso il 1344) si libera completamente di tale «sconcio appetito». Il poeta annovera tale liberazione tra le sue «più singolari venture» e ne ringrazia Dio. 

Non conosce la superbia in se stesso, non è violento o iracondo, non incline a nuocere gli altri. È desideroso di oneste amicizie, dimentico delle ingiurie patite, memore dei benefici ricevuti. Grande amante della libertà, conosce i sovrani più importanti della sua epoca che si compiacciono di averlo nelle proprie corti e di conversare con lui. Petrarca passa poi al ritratto del proprio ingegno ed intelligenza: «Sortii ingegno piuttosto giudizioso che acuto, acconcio ad ogni onesta e salutar disciplina, ma inchinevole più che mai alla filosofia morale ed alla poesia; alla quale appresso volsi le spalle, tutto preso delle Lettere Sacre, in cui gustai una segreta dolcezza che un tempo avea posto in non cale: d’allora in poi non ho coltivate le poetiche discipline che a puro ristoro». 

La passione principale è, però, lo studio «delle cose antiche», dal momento che disprezza sempre l’età a lui contemporanea. Desidererebbe «esser nato in qualsiasi altro tempo da questo in fuori». Per questo ama particolarmente la storia. Interessante è il colloquio con gli uomini del passato che il poeta instaura, quella comunione universale degli uomini di lettere e di ingegno che forma una sorta di res publica litterarum. A suo dire la sua eloquenza è «fiacca ed oscura», anche se altri l’hanno trovata «chiara e potente». In ogni caso, Petrarca si guarda sempre dal farne mostra presso gli amici. «Quando però l’argomento, il luogo e gli uditori dimandarono altro» non tralascia «di porre alquanto di studio nell’esser facondo».

Petrarca riserva, poi, la seconda parte della lettera alla sua biografia, dalla nascita ad Arezzo agli studi tra Carpentras, Montpellier e Bologna, dall’ascesa della fama dopo il ritorno ad Avignone e il conseguimento dell’incoronazione poetica fino agli ultimi anni della vecchiaia trascorsi ad Arquà. Scrive Ernest Hatch Wilkins: «Nulla di simile era stato mai scritto prima». Nessuno scrisse mai prima di allora una lettera al futuro. «Eppure non fa meraviglia che Petrarca l’abbia scritta, dal momento che la sua mente spaziava tra le diverse epoche. Egli aveva già indirizzato lettere a Cicerone, Seneca, Varrone, Quintiliano, Livio, Orazio e Virgilio. E allora perché non inviare una lettera al futuro?». 

Petrarca ha la tendenza a rispondere a tutte le lettere interessanti che gli giungano, riprendendo le missive punto per punto. Nel 1360 risponde addirittura ad una lettera il cui mittente fittizio è Omero, probabilmente scritta da Pietro da Moglio.  A distanza di settecento anni, continuando l’ideale res publica litterarum costituita da Petrarca, Wilkins risponde alla sua lettera Posteritati. Di questo parleremo, però, la prossima volta. (La Nuova Bussola quotidiana del 7-2-2016)

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