Non ancora quarantenne, Petrarca è incoronato poeta in Campidoglio nel 1341 e viene riconosciuto come il maggior poeta vivente, ambito dalle corti e dai regnanti di mezza Europa. Nel 1347 Petrarca scende in Italia per supportare l’amico Cola di Rienzo, che insorge a Roma, appoggiato dal popolo, nel tentativo di restaurare una Repubblica popolare. Fallita l’insurrezione, il poeta ritorna ad Avignone. 

Intanto, nel 1348 lo scenario europeo è attraversato dalla peste nera che semina panico e morte. Muoiono molti amici di Petrarca. Il 6 aprile dello stesso anno anche Laura muore, ancor giovane. Petrarca apprenderà la notizia che segnerà tante sue opere e anche la produzione in volgare: parte del Canzoniere è concepita dopo il triste evento così come pure la seconda opera in volgare, I trionfi, è scritta nella prospettiva dell’eternità che sconfigge la morte e il passaggio del tempo. Nel 1350 Petrarca conosce Giovanni Boccaccio a Firenze. Nasce tra i due grandi scrittori un rapporto di amicizia che prosegue soprattutto tramite il canale epistolare e in secondo ordine attraverso sporadici incontri. Affascinato dalla cultura classica di Petrarca, Boccaccio si dedica sempre più allo studio delle lettere classiche e alla scrittura in latino.

Nel 1353 Petrarca si trasferisce a Milano presso i Visconti fino al 1361 suscitando la riprovazione di molti amici fiorentini che non vedono favorevolmente la sua permanenza presso una corte ostile a Firenze e ritenuta poco incline alla libertà. Il poeta si difende sostenendo la grande autonomia di cui gode, mentre si trova a Milano, che gli permette di approfondire al meglio i suoi interessi letterari. Tra il 1361 e il 1369 Petrarca vive a Padova e a Venezia. Riceve la visita di Boccaccio più volte, prima nel 1363, poi nel 1368. Con la terza grande Corona fiorentina si confronta sulla poesia, su Dante, sulla modalità di diffusione della lingua greca in Italia. L’ultima dimora di Petrarca sarà Arquà, ribattezzata in seguito Arquà Petrarca, che gli offrirà un dolce soggiorno in mezzo ai Colli Euganei, allietato da un clima mite e dalla compagnia dell’amata figlia Francesca e del genero Francesco. Ivi il poeta trascorrerà gli ultimi quattro anni di vita dal 1370 al 1374. Morirà tra il 18 e il 19 luglio 1374

Ancor oggi è possibile visitare la casa di Petrarca. Lasciata in eredità al genero Francesco di Brossano, viene in un primo momento venduta alla famiglia Giustinian. Non ripercorriamo qui i diversi passaggi di proprietà dell’abitazione. Ricordiamo solo che nel 1875 il cardinale Silvestri la dona al Comune di Padova. Restaurata, la casa è ritornata alle condizioni e alla forma dell’epoca del Petrarca con l’eccezione di alcuni affreschi e di una loggetta cinquecenteschi. Le immagini rappresentate nel salone centrale sono dedicate alla canzone XXIII («Nel dolce tempo de la prima etade») e alla CCCXXIII («Standomi un giorno solo a la fenestra»). Nella stanza dell’Africa sono, invece, rappresentati temi tratti dall’omonimo poema epico in latino in cui si raccontano le gesta di Scipione l’Africano. Nel retro della casa si trovano il giardino e l’orto del poeta.

Queste note biografiche offerte ai lettori sono, in realtà, ben poca cosa rispetto alla vasta mole di informazioni che abbiamo sulla vita del Petrarca, proveniente dalle tantissime lettere che il poeta indirizza ad amici, conoscenti, personaggi importanti dell’epoca e dalle epistole che gli vengono indirizzate in risposta. Sono più di cinquecento le lettere scritte dal Petrarca, raggruppate nelle Familiares (ventiquattro libri), nelle Seniles (diciassette libri), nelle Sine nomine (diciannove lettere), nelle Variae (non è ancor ben precisato il numero di queste lettere extravaganti, ma sono senz’altro più di sessanta), nelle Epistole metrice (sessantasei lettere).

Una delle biografie più aggiornate e complete sul Petrarca è la Vita del Petrarca (tradotta dal Life of Petrarch) dello studioso americano Ernest Hatch Wilkins che nel 1961 pubblica a ottant’anni un libro che offre ai lettori «il ritratto più completo e veritiero» del poeta (Luca Carlo Rossi). Nato nel 1880 a Newton Center nel Massachussets, conseguita una brillante carriera accademica, Wilkins si dedica in particolar modo allo studio delle lingue romanze approfondendo sempre più la triade Dante-Petrarca-Boccaccio. I decenni di studi e le numerose pubblicazioni si traducono nel 1961 nella biografia sul Petrarca più importante del Novecento, senz’altro la biografia più importante per conoscere il poeta. 

«La biografia di Wilkins, di fatto la prima autenticamente scientifica, conquistò subito il pubblico, specializzato e non, sia per l’affabile immediatezza comunicativa sia per la ricchezza dell’informazione, trasformandosi in un classico del suo genere, un punto di riferimento nel mare vasto e frastagliato della bibliografia petrarchesca.

S’intende che l’edificio mostra […] qualche piccola crepa nella facciata, ed era inevitabile, in quanto la biografia di Petrarca è e resterà in continua evoluzione per il riaffiorare progressivo delle tracce che egli si preoccupò di lasciare: con una frequenza e un’abbondanza che non smettono mai di stupire, riemergono cospicui inediti latini, si scoprono nuove postille, e di conseguenza si precisano date, situazioni, si aggiungono o si puntualizzano episodi» XI (Luca Carlo Rossi).

Se Dante ha parlato assai raramente di sé, preoccupato di guardare la realtà e la Terra dalla prospettiva dell’eternità, al contrario Petrarca si è sempre preoccupato di lasciare segni di sé nelle sue opere come se il suo ritratto dovesse sopravvivere nel tempo fino a noi, riemergendo sempre più in forma precisa. A tal punto Petrarca si è preoccupato di lasciarci la sua immagine che ha voluto lasciare di sé un autoritratto ideale nella lettera Posteritati. Seicento anni più tardi Wilkins ha voluto rispondergli in una lettera («Risposta alla “Lettera ai posteri”»).

La prossima volta ci confronteremo con l’autoritratto ideale di Petrarca e con la risposta del suo più grande studioso del Novecento. (La Nuova Bussola quotidiana del 31-1-2016)

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