altIl Rerum vulgarium fragmenta propone un percorso ascensionale dalla miseria del peccato alla conversione finale espressa nella canzone alla Madonna Vergine bella, che di sol vestita. Il sonetto di apertura del Canzoniere ha, come era logico aspettarsi, valore proemiale, introduttivo all’intera raccolta. Petrarca intende rivolgersi ad un pubblico selezionato come destinatario, costituito da coloro che ascoltano il suono dei suoi sospiri d’amore («Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono») espressi nelle poesie e che abbiano esperienza diretta dell’amore («ove sia chi per prova intenda amore»).

Il carattere principale della poesia petrarchesca è rappresentato da quella musicalità che attraversa le pieghe di ogni verso vitalizzandone la fibra e creando parole in musica da ascoltare ad alta voce più che nel silenzio della propria mente. Se tutta la poesia è nata per essere recitata e per penetrare nel cuore passando prima attraverso il canale delle orecchie, solo in un secondo tempo attraverso il filtro della mente, quella petrarchesca ancor di più si presenta come “suono”, come musica, ricerca di armonia e di equilibrio, di un ritmo che cattura per le sue cadenze e per le sue alternanze di svolazzi rapidi e di incedere lento e affaticato. Ad esempio, vedremo che nel sonetto XVI del Canzoniere al primo verso veloce «Movesi il vecchierel canuto et biancho» subentra più tardi uno stico appesantito dal gerundio e dal ritmo cadenzato come un passo «indi trahendo poi l’antiquo fianco» che comunica la lentezza di un vecchio, «rotto dagli anni, et dal camino stanco».

Petrarca parla della raccolta con modestia, come fossero «rime sparse», scevre del tutto di organicità e di una progettazione strutturale, anche se in realtà, come abbiamo visto, il poeta ha meditato per decenni sulla disposizione delle poesie all’interno della raccolta, attraverso diverse edizioni del Canzoniere. Il sonetto di apertura vuole sottolineare il peccato in cui è caduto il poeta in gioventù («in sul mio primo giovenile errore»), da cui ora si è parzialmente redento («quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’sono»). Petrarca scrive che perseguiva negli anni giovanili vane speranze e vano dolore, coltivava desideri peccaminosi e irrealizzabili provocando a se stesso un dolore sterile e improduttivo. Il mito di Apollo e Dafne ben simboleggia l’inutile tentativo di raggiungere quanto desiderato: invaghitosi della ninfe Dafne, Apollo la insegue per possederla, ma lei, implorando il padre Peneo, viene trasformata in alloro; il dio non può che coronarsi di una ghirlanda d’alloro in memoria della ninfa trasformata in pianta. Ovidio così racconta la storia nelle Metamorfosi.

La Laura del Petrarca simboleggia questo inseguimento inane dell’amore e, nel contempo, della gloria, che ha allontanato il poeta dalla vera felicità e dal sentiero verso la salvezza. Ora, a distanza di anni, rivolgendosi a chi ha sperimentato l’amore e, quindi, ne conosce le sofferenze, spera di «trovar pietà, nonché perdono». I segni palesi all’esterno del suo amore per Laura hanno causato al poeta vergogna, perché molti sono venuti a conoscenza del suo stato d’animo e della sua inquietudine. Sentiamo come Petrarca sottolinea la propria solitudine, l’inclinazione all’autoauscultazione e al solipsismo attraverso il suono, nel gioco allitterante della –M- e con l’efficacissimo poliptoto («di me», «meco», «mi»). Il verso recita così: «di me medesmo meco mi vergogno»). Ma proprio mentre il poeta ribadisce esplicitamente la propria solitudine, presentando sé stesso separato dal popolo, al contempo si dichiara appartenente ad una comunità più ampia, più universale, quella degli amici letterati di ogni epoca.

Petrarca si sente in comunione con gli uomini di lettere o, più precisamente, con i grandi classici che hanno lasciato il segno nella storia dell’umanità e che lui sente più attuali degli stessi uomini contemporanei. Come riesce Petrarca a trasmettere questa appartenenza? Quando scrive la prima terzina «Ma ben veggio or sì come al popol tutto/ favola fui gran tempo, onde sovente/ di me medesmo meco mi vergogno» il poeta sta alludendo ai versi di Orazio, appartenenti agli Epodi: «nam pudet tanti/ mali, fabula quanta fui, conviviorum et/ paenitet» («Ero, ahimè, la favola dell’Urbe, un mare di vergogna, e di quei conviti mi pento»). Se il Petrarca è solo tra i contemporanei, c’è qualcuno nell’antichità che ha condiviso i suoi stessi sentimenti e ha sperimentato la stessa vergogna. Nelle opere del Petrarca abbondante e fitta è sempre la presenza di allusioni ai poeti latini, già riscontrata nelle lettere e nel Secretum.

L’ultima terzina attesta il riconoscimento del Petrarca che tutto è vanitas vanitatum, vanità delle vanità. Tutto è transeunte ed effimero, nulla lascia di sé segno, l’impronta del tempo passato è impresso per poco tempo sulla Terra, il vento dissolve rapidamente le vestigia lasciate. Così, i versi finali sembrano esprimere il cambiamento del Petrarca, pentitosi del tempo trascorso vaneggiando. Leggiamo allora il sonetto proemiale nella sua interezza: «Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono/ di quei sospiri ond’io nudriva ’l core/ in sul mio primo giovenile errore/ quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,// del vario stile in ch’io piango et ragiono/ fra le vane speranze e ’l van dolore,/ ove sia chi per prova intenda amore,/ spero trovar pietà, nonché perdono.// Ma ben veggio or sì come al popol tutto/ favola fui gran tempo, onde sovente/ di me medesmo meco mi vergogno;/ et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,/ e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente/ che quanto piace al mondo è breve sogno». (La Nuova Bussola quotidiana del 13-3-2016)

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