Il titolo che Petrarca sceglie per la sua raccolta di poesie è Rerum vulgarium fragmenta ovvero “Frammenti di cose volgari”. Il poeta, che ha scritto tutte le sue opere in latino, con l’eccezione di questa e de I trionfi, vuole presentare questa raccolta come se fosse di poca considerazione, delle nugae per dirla con Catullo, cui ha dedicato non molto tempo. In realtà, lo studio dei due codici Vaticano Latino 3195 e Vaticano Latino 3196 dimostra che il poeta laureato trascorse quasi quarant’anni a rivedere la raccolta, realizzando addirittura nove edizioni. Possediamo quella definitiva autografa, composta di trecentosessantasei componimenti (317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate, 4 madrigali). 

Il Rerum vulgarium fragmenta è conosciuto anche con il titolo di Canzoniere, perché è la prima selezione organica e unitaria di poesie, oppure come Rime sparse dall’espressione con cui Petrarca designa la struttura della silloge nel primo componimento Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono. Il poeta si avvale qui del topos di modestia che spesso compare nelle prolusioni delle opere. Non è affatto vero che la raccolta sia priva di organicità e di sapiente strutturazione, come ora vedremo.

Il Canzoniere si presenta come una sorta di breviario laico, come fossero preghiere dedicate alla sua Madonna Laura, una per ciascun giorno dell’anno. Eppure, anche il percorso del Canzoniere appare salvifico, in un certo modo simile a quello della Commedia. Come Dante ha concluso il poema, così anche Petrarca terminerà il suo capolavoro con un inno alla Vergine Maria. La lode alla Vergine che conclude l’opera, che non è tanto segno di omaggio al Sommo poeta, quanto volontà di competere e di duellare con il poeta conterraneo e ancor più segno di indefettibile amore per Maria. Dalla situazione di difficoltà di Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono, dal perenne struggimento interiore per l’incapacità di rivolgersi definitivamente al bene l’autore passa, così, all’affidamento del proprio male e della propria malinconia a Colei che volentieri viene in nostro soccorso.  

È una traiettoria di ascesi, delineata in maniera inaspettata, perché noi tutti, che abbiamo letto le poesie in cui l’autoascultazione e il compiacimento per  la propria situazione sembrano trionfare sull’adesione al bene e al vero, mai ci saremmo aspettati una conclusione così consapevole e perentoria, una posizione così categorica che sembra sconfiggere e annichilire ogni accidia e pigrizia. Certo, la bellezza sta nel fatto che questo Petrarca rinnovato e “convertito” rimane ancora tutto se stesso, con i suoi “limiti”, con la sua percezione dell’esistenza, abbracciati, però, da un amore più grande. La sensibilità del poeta, infatti, emerge in maniera antifrastica rispetto a quella di Dante. 

I due poeti che saranno considerati nella storia della letteratura italiana successiva come paradigmi di due modalità diverse, quasi opposte, di far poesia si trovano accomunati da un medesimo afflatus religioso, che non ha dubbi sulla bellezza del Cielo e della sua Regina. Nel caso di Petrarca tutta l’incertezza riguarda l’umano, ovvero la capacità nostra di aderire al progetto di bene che Dio ha pensato per noi, non certo la presenza e la bontà del Creatore nella nostra vita. Sul confronto tra l’inno alla Vergine di Dante (Vergine Madre, figlia del tuo figlio) e quello di Petrarca (Vergine bella che di sol vestita) ci soffermeremo, però, alla fine del nostro percorso sul Canzoniere.

Non sarà un caso se anche il terzo capolavoro del Trecento, il Decameron, presenta un percorso di redenzione che, in qualche modo, richiama quelli della Divina commedia e del Canzoniere. L’opera di Giovanni Boccaccio da un lato è chiara espressione dell’Umanesimo incipiente, con la sua esaltazione dell’uomo e della sua capacità di affermarsi tramite il valore e l’intelligenza, dall’altro conserva aspetti ancora tipicamente medioevali e danteschi. Si apre, infatti, con il più grande peccatore del mondo, quel Ser Ciappelletto che perfino in punto di morte ha il coraggio di sfidare Dio e di rilasciare una confessione che è un capolavoro di retorica assoggettata al male. Si concluderà con la figura di Griselda, donna che sopporta ogni genere di prova da parte del severo marito Gualtieri. 

Certamente, Boccaccio non può concludere una “commedia” umana e mondana come il Decameron con la Madonna, Madre di Dio. L’autore pone, quindi, a degno congedo del corpus novellistico una Madonna tutta terrena, che presenta, senza dubbio, somiglianze con Maria. Basti pensare che Gualtieri, prima di sposarla, chiede a Griselda «s’ella sarebbe obbediente, e simili altre cose assai». Lei risponde «sì» come la Madonna all’angelo. L’avventura matrimoniale inizia solo dopo quel “sì”.

Oltre cha concepita come percorso ascensionale dal peccato alla conversione, il Canzoniere appare diviso in due parti: In vita di Madonna Laura e In morte di madonna Laura. Appartengono alla prima divisione i componimenti I-CCLXIII (ovvero dall’1 al 263), alla seconda le poesie CCLXIV-CCCLXVI (cioè dal 264 al 366). Come ha scritto lo studioso Marco Santagata, se ipotizziamo che il primo componimento del Canzoniere corrisponda alla data del 6 aprile (giorno dell’incontro di Petrarca con Laura), mettendo in relazione temporale le seguenti poesie ai giorni dell’anno, scopriamo che il testo che apre la seconda parte In morte di Madonna Laura (per l’appunto il CCLXIV) coincide con il 25 dicembre. La morte di Laura coincide, quindi, con la nascita di Gesù. La corrispondenza è profondamente simbolica: la scomparsa di Laura permetterà a Petrarca il suo definitivo allontanamento da lei e l’inizio del percorso di conversione. (La Nuova Bussola quotidiana del 6-3-2016)

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