altI trionfi è l’unica opera del Petrarca scritta in volgare insieme al Canzoniere. Il poeta vi lavora fino al 1374, anno della morte, anche se non riesce a portare a termine l’opera. Colui che viene a ragione considerato come l’intellettuale che dà avvio alla nuova stagione dell’umanesimo, incline all’uso del latino e portatore di una nuova sensibilità e cultura, conclude la sua produzione con un libro fortemente ancorato al Medioevo e a Dante. Infatti, il poemetto è scritto in terzine dantesche ed è strutturato in una catena di trionfi.

Nel primo il poeta racconta di aver assistito in sogno a una visione di cui,purtroppo, nella sua triste epoca contemporanea non può godere, ovvero la celebrazione di un trionfo, simile a quelli che nell’antica Roma erano celebrati in Campidoglio: «sovr’un carro di foco un garzon crudo/ con arco in man e con saette a’ fianchi;/ nulla temea, però non maglia o scudo,/ ma sugli omeri avea sol due grand’ali/ di color mille, tutto l’altro ignudo;/ d’intorno innumerabili mortali,/ parte presi in battaglia e parte occisi,/ parte feriti di pungenti strali». 

Si celebra la vittoria di Amore su importanti eroi dell’antichità. Petrarca si avvicina al carro per riconoscere qualche personaggio, ma senza successo. Probabilmente la dura prigionia ha reso irriconoscibili i tratti del volto dei prigionieri. Allora, avvicinatasi a Petrarca, un’ombra lo ammonisce che la prigionia è il guadagno che si acquista quando si ama. Gli indica anche i personaggi più importanti incarcerati: «Quel che ’n sì signorile e sì superba/ vista vien primo è Cesar, che ’n Egitto/ Cleopatra legò tra’ fiori e l’erba;/ or di lui si triunfa, et è ben dritto,/ se vinse il mondo et altri ha vinto lui,/ che del suo vincitor sia gloria il vitto./ L’altro è suo figlio; e pure amò costui/ più giustamente: egli è Cesare Augusto,/ che Livia sua, pregando, tolse altrui./ Neron è il terzo, dispietato e ’ngiusto;/ vedilo andar pien d’ira e di disdegno;/ femina ’l vinse, e par tanto robusto». 

I primi prigionieri sono Cesare, Augusto, Nerone. L’elenco dei grandi che seguono il carro è lungo. Il lettore riconosce nella descrizione i caratteri della scrittura dantesca. A chi non sovviene, ad esempio, la lunga teoria di anime morte violentemente nel canto V dell’Inferno quando Dante scrive: «La prima di color di cui novelle/ tu vuo’ saper […]/ fu imperadrice di molte favelle./ A vizio di lussuria fu sì rotta,/ che libito fé licito in sua legge,/ per tòrre il biasmo in che era condotta./ Ell’è Semiramìs, di cui si legge/ che succedette a Nino e fu sua sposa:/ tenne la terra che ’l Soldan corregge./ L’altra è colei che s’ancise amorosa,/ e ruppe fede al cener di Sicheo;/ poi è Cleopatràs lussurïosa./ Elena vedi, per cui tanto reo/ tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,/ che con amore al fine combatteo./ Vedi Parìs, Tristano”; e più di mille/ ombre mostrommi e nominommi a dito,/ ch’amor di nostra vita dipartille». 

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