Oltre che madre, la Madonna è stata colei che ha contribuito alla redenzione dell’umanità attraverso l’incarnazione di Cristo. Il fiat che Maria rivolge all’Angelo è il mezzo grazie al quale Dio si è fatto carne. La Madonna ha collaborato alla redenzione del mondo, in un certo modo è corredentrice. Dio ha voluto tutta la disponibilità dell’uomo, Dio ha bisogno degli uomini. Proprio in grazia dei suoi futuri meriti, Dio ha preservato Maria dal peccato, Lei è la sine labe concepta (la «partorita senza peccato»), l’Immacolata concezione, ricettacolo di misericordia, di pietà e di ogni tipo di carità. 

La Madonna è per noi continua fonte di speranza cui guardare sempre, anche nei momenti di grande difficoltà: se qualcuno volesse una grazia e non ricorresse a Lei, sarebbe come se un essere vivente fosse sprovvisto di ali e volesse volare. Elevandosi sino alla visio Dei, Dante non deve, però, perdere le facoltà intellettive o sensitive. Dante deve, infatti, poter raccontare quello che ha visto, ovvero Dio, definito da san Bernardo come «l’ultima salute», cioè l’estrema nostra possibilità di salvezza, e «sommo piacer», cioè felicità piena per l’essere umano, unica possibilità per soddisfare il desiderio di Infinito che contraddistingue il nostro cuore.

Nell’inno alla Vergine del Petrarca tutta l’incertezza riguarda l’umano, ovvero la capacità nostra di aderire al progetto di bene che Dio ha pensato per noi, non certo la presenza e la bontà del Creatore nella nostra vita. Petrarca non ci presenta come primo tratto la maternità della Madonna (come fa Dante), bensì la sua bellezza con un tocco di sensualità e, nel contempo, memore dell’Apocalisse. Così, la apostrofa: «Vergine bella, che di sol vestita,/coronata di stelle, al sommo Sole/ piacesti sì che ’n te sua luce ascose,/amor mi spinge a dir di te parole;/ ma non so ’ncominciar senza tu’aita/ e di colui ch’amando in te si pose./Invoco lei che ben sempre rispose,/chi la chiamò con fede./ Vergine, s’a mercede/ miseria estrema de l’umane cose/ già mai ti volse, al mio prego t’inchina;/ soccorri a la mia guerra,/ ben ch’i’ sia terra e tu del ciel regina». 

La tradizionale invocazione alle muse tipica della poesia epica è qui sostituita dalla richiesta di aiuto alla Vergine perché possa incominciare il canto. Petrarca sente tutta la sproporzione tra la sua pochezza e caducità e la grandezza di Maria, regina del cielo. La Madonna raffigurata da Dante è, invece, subito da noi percepita come intima, vicina, prossima alle nostre miserie. Nel contempo, Petrarca cerca di colmare questo senso di sproporzione tra la sua piccolezza e la Regina del Cielo con un’invocazione lunga e che, in un certo senso, riasserisce con insistenza gli stessi concetti. La moltiplicazione dello stesso significato e della preghiera, oltre ad essere conforme alla poetica di Petrarca, ha come fine quello di presentare più volte di fronte alla Madonna le sue richieste.

La canzone petrarchesca si dispiega, così, in ben 10 stanze. La Vergine è dapprima apostrofata come una delle «vergini prudenti», dai «begli occhi/ che vider tristi la spietata stampa» dei chiodi della croce. La bellezza non viene in alcun modo sminuita dalla sofferenza, anzi viene accentuata dalla sovrabbondanza di amore con cui la Madre ha accompagnato la passione del Figlio. Il dantesco «Vergine Madre, figlia del tuo figlio» si traduce in Petrarca in «del tuo parto gentil figliola e madre», mentre le bellissime espressioni dantesche «qui […] meridiana face/ di caritate, e giuso, intra’ mortali […] di speranza fontana vivace» sono diventate due azioni di Maria («Allumi questa vita e l’altra adorni»). Novella Eva, la Madonna è stata strumento del Cielo, grazie al suo «sì» sono state possibili l’incarnazione di Cristo e la redenzione dell’umanità.

«Madre, figliuola e sposa», la «Vergine gloriosa» è «vera Beatrice», colei che ha «fatto ‘l mondo libero e felice», grazia sovrabbondante che soccorre la miseria umana. Petrarca rimpiange di aver perseguito per tanti anni «mortal bellezza, atti e parole», che gli hanno «tutta ingombrata l’alma» fra «miserie  e peccati». Ora che, giunto «forse a l’ultimo anno», ripone tutta la sua speranza nella Madonna, il Poeta Le chiede di non guardare i suoi meriti e il suo valore, ma «l’alta […] sembianza» di Dio impressa come un sigillo anche nel suo cuore misero.

Così, alla Vergine «umana e nemica d’orgoglio», la creatura umile per eccellenza, Petrarca rivolge alla fine l’ultima invocazione: «Miserere d’un cor contrito, umile, […]/ raccomandami al tuo Figliuol, verace/ omo e verace Dio,/ ch’accolga ’l mio spirito in pace». La Madre non può che condurci al Figlio, al vero Redentore dell’Umanità, Gesù Cristo. In questa umiltà, in questo materno amore che vuole salvare tutti i suoi figli, traluce ancor più lo splendore della bellezza di Maria. (La Nuova Bussola quotidiana dell’8-5-2016)

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