Il sonetto è stato inviato realmente al cardinale Giovanni Colonna con l’intenzione di scusarsi del ritardo a causa del quale il poeta ha posticipato il ritorno in Provenza. Petrarca è dispiaciuto non solo del fatto di non poter tornare dal suo committente, ma anche per la lontananza dall’amata: sono ormai quindici anni, afferma il poeta, che è avvinto al legame con il cardinale e ben diciotto che il suo cuore è stato conquistato da Laura. La datazione del sonetto risale, quindi, al 1345, dal momento che Petrarca ha iniziato a lavorare per i Colonna nel 1330. Grazie a questo sonetto è allora possibile datare l’incontro con Laura al 1327: questa è la prima volta in cui il poeta fa riferimento alla data precisa in cui l’ha conosciuta. 

Il componimento successivo, il CCLXVII, apre la sezione In morte di Laura: «Oimè il bel viso, oimè il soave sguardo,/ oimè il leggiadro portamento altero;/ oimè il parlar ch’ogni aspro ingegno et fero/ facevi humile, ed ogni huom vil gagliardo!// et oimè il dolce riso, onde uscío ’l dardo/ di che morte, altro bene omai non spero:/ alma real, dignissima d’impero,/ se non fossi fra noi scesa sí tardo!// Per voi conven ch’io arda, e ’n voi respire,/ ch’i’ pur fui vostro; et se di voi son privo,/ via men d’ogni sventura altra mi dole.// Di speranza m’empieste et di desire,/ quand’io partí’ dal sommo piacer vivo;/ma ’l vento ne portava le parole». Il poeta piange la scomparsa dello sguardo, del viso, del portamento, delle parole che lo hanno conquistato. Non esiste sventura maggiore della morte dell’amata, colei che ha riempito di speranza e di desiderio l’anima del poeta.

Nel sonetto CCLIX Petrarca ricorda le scomparse di entrambe le persone care, il cardinale e Laura, denominati rispettivamente «l’alta colonna e ’l verde lauro», il «doppio thesauro» del poeta, grazie al quale Petrarca poteva vivere lieto ed essere orgoglioso. Gli ultimi versi sono particolarmente amareggiati e dolenti: «O nostra vita ch’è sí bella in vista,/ com perde agevolmente in un matino/ quel che ’n molti anni a gran pena s’acquista!». Così, anche nel componimento CCLXXII Petrarca avverte la precarietà della vita, la fugacità del tempo, l’angoscia provocata dagli affanni presenti e passati. Tale è l’amarezza che il poeta ha la tentazione del suicidio, ma lo trattiene la compassione di sé.

Nessuna speranza conforta il suo animo, ora che «i lumi bei» di Laura, che erano soliti guidare la sua nave, sono spenti. L’accidia sembra aver preso totalmente il sopravvento sul poeta, l’inerzia lo assale tanto che nulla sembra aver più senso a suoi occhi. I beni terreni hanno rivelato la loro totale insufficienza a felicitare l’uomo. Unica possibilità di salvezza, anche se il poeta qui non ne fa cenno, è la conversione radicale dello sguardo, rivolto ad una luce diversa (quella della fede), capace di illuminare di luce nuova tutta la realtà.(La nuova bussola quotidiana dell’1-5-2016)

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