Il poeta spera che la sua «fera bella e mansueta», che non ha ricambiato il suo amore in vita, possa commuoversi alla sua morte vedendo la sua sepoltura in mezzo a quel magnifico spettacolo dove si incontrarono un tempo e preghi per la sua salvezza ottenendo, infine, la grazia per lui: «Tempo verrà ancor forse/ ch’a ‘usato soggiorno/ torni la fera bella e mansueta,/ e là ‘v’ella mi scorse/ nel benedetto giorno,/ volga la vista disiosa e lieta,/cercandomi; ed o pietà!/ già terra infra le pietre/ vedendo, Amor l’inspiri/ in guisa che sospiri/ sì dolcemente che mercé m’impetre,/ e faccia forza al cielo/ asciugandosi gli occhi col bel velo».

            A questo punto, nella quarta e nella quinta stanza segue il racconto memoriale, trasfigurato dagli occhi del ricordo. Un giorno, la donna gli apparve, «umile in tanta gloria,/coverta già de l’amoroso nembo» di fiori che cadde sulle trecce bionde o sul vestito di lei. Petrarca tesse così la descrizione del trionfo di Laura. L’immagine della nuvola di fiori è di ascendenza letteraria, già presenta ad esempio nel canto XXX del Purgatorio, quando Dante rivede dopo dieci anni Beatrice: un velo bianco, un mantello verde e una veste rossa ricoprono la donna, che Dante non vede in volto, ma riconosce come la donna amata. Bianco, verde e rosso sono simboli delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità. Le frasi che introducono la comparsa Beatrice rivelano la sua natura cristofora: lei è portatrice di Cristo, è accompagnatrice dell’uomo verso Dio. Dante ha portato a compimento l’intuizione della donna angelo propria del Dolce Stilnovo. Se in Guinizzelli e nella prima produzione dantesca ancora esisteva il rischio dell’idolatria dell’amore, ora appare chiaro come la visione dell’amore sia stata del tutto purificata e la donna appaia come compagnia verso Cristo, segno dell’amore di Dio per noi. La stessa bellezza si manifesta ora pienamente nella sua natura rivelatrice della verità e della carità. La bellezza di Beatrice è via per accedere a Dio. Nella descrizione di Petrarca, pur rimanendo alcuni aspetti formali nella descrizione nell’apparizione dell’amata, scompare del tutto la dimensione sacrale e religiosa. Domina, invece, la musicalità dei versi. Il ritmo sottolinea il movimento elicoidale dei fiori che cadono dall’alto verso terra, in maniera lenta quasi assecondando il ritmo del testo. Si può cogliere pienamente la maestria della scrittura petrarchesca attraverso la lettura ad alta voce dei versi: «Da’ be’ rami scendea,/ (dolce ne la memoria)/ una pioggia di fior sovra ‘l suo grembo;/ ed ella si sedea/ umile in tanta gloria,/ coverta già de l’amoroso nembo;/ qual fior cadea sul lembo,/ qual su le treccie bionde,/ ch’oro forbito e perle/ eran quel dì a vederle;/ qual si posava in terra e qual su l’onde,/ qual con un vago errore/ girando perea dir: “Qui regna Amore”». Le arti non sono separate tra loro, musica e poesia sono intimamente connesse. Sul finire del Duecento Casella non musicava i testi poetici di Dante come ci è dato capire dal canto II del Purgatorio? Quando Dante lo incontra, gli chiede: «Se nuova legge non ti toglie/ memoria o uso a l’amoroso canto/ che mi solea quetar tutte mie doglie,/ di ciò ti piaccia consolare alquanto/ l’anima mia, che, con la sua persona/venendo qui, è affannata tanto!». Allora Casella inizia a cantare una poesia di Dante: Amor che ne la mente mi ragiona. Per caso le poesie provenzali non venivano accompagnate con la musica, così come tanti componimenti successivi? La poesia ha una sua musicalità. Il verso ha un ritmo, degli accenti che rallentano o velocizzano, trasmettono impressioni o creano immagini. Ricordiamo i versi del Petrarca in cui il poeta descrive il vecchierello che parte con grande desiderio per andare a incontrare la Veronica a Roma («Movesi il vecchierel canuto et biancho») e la lentezza con cui incede dopo poco tempo per la stanchezza («Indi trahendo poi l’antiquo fiancho/ per l’extreme giornate di sua vita»)?

La bellezza della visione è tale che Petrarca perde la percezione della realtà e non si ricorda neppure come sia giunto in quel luogo. Laura sembra una creatura proveniente dal Paradiso. Sentiamo tutto lo stupore del poeta per quella apparizione paradisiaca: «Quante volte diss’io/ allor pien di spavento:/ “Costei per fermo nacque in paradiso!”./ Così carco d’oblio/ il divin portamento/ e ‘l volto e le parole e ‘l dolce riso/ m’aveano, e sì diviso/ da l’imagine vera,/ ch’i’ dicea sospirando:/ “Qui come venn’io o quando?”/ credendo esser in ciel, non là dov’era./ Da indi in qua mi piace/ quest’erba sì ch’altrove non ò pace».

            Nel congedo finale il poeta saluta la canzone invitandola ad andare in mezzo alla gente «arditamente»: «Se tu avessi ornamenti quant’ai voglia,/ poresti arditamente/ uscir del bosco e gir infra la gente»».

            La canzone Chiare fresche e dolci acque appartiene ancora alla sezione In vita di Madonna Laura, eppure Petrarca sembra anticipare i toni dei componimenti inseriti nella seconda parte In morte di madonna Laura. La distanza tra il poeta e la donna amata è divenuta, infatti, immensa, ormai incolmabile.(La Nuova Bussola quotidiana del 24-4-2016)

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