Il Canzoniere si presenta come un racconto costituito da molti componimenti poetici. La storia d’amore del Petrarca costituisce un organismo vivo, che ha un senso complessivo, anche se ogni poesia vive di vita propria e può essere letta e interpretata autonomamente. Per questo è importante comprendere ogni componimento all’interno della raccolta più ampia, perché venga interpretato come pezzo di un puzzle, come elemento di un’immagine più ampia.

Subito dopo il sonetto proemiale Petrarca ne inserisce un altro in cui racconta le ragioni per cui Amore ha operato così nei suoi confronti: si è voluto vendicare dei tanti assalti che aveva compiuto nei suoi confronti in cui era stato respinto. Ora con un assedio mosso all’improvviso Amore riesce ad espugnare la roccaforte della ragione: «Per fare una leggiadra sua vendetta/ et punire in un dì ben mille offese,/ celatamente Amor l’arco riprese,/ come uom ch’a nocer luogo et tempo aspetta.// Era la mia virtute al cor ristretta/ per far ivi et ne gli occhi sue difese,/ quando ‘l colpo mortal la giù discese/ ove solea spuntarsi ogni saetta./ Pero, turbata nel primiero assalto,/  non ebbe tanto né vigor né spazio/ che potesse al bisogno prender l’arme,/ overo al poggio faticoso et alto/ ritrarmi accortamente da lo strazio/ del quale oggi vorrebbe, e non pò, aitarme» (Canzoniere II). 

Quando si verifica l’innamoramento del poeta? Quale giorno ha scelto Amore per partire all’assalto del Petrarca? Proprio il Venerdì Santo, giorno della passione di Cristo, quando «al sol si scoloraro/ per la pietà del suo Fattore i rai». Petrarca se ne andava senza riparo e protezione, convinto che non fosse quello un giorno in cui si dovesse proteggersi da Amore. Così, il potente dio trapassò il suo cuore, trovando una via accessibile attraverso gli occhi. Senz’altro Amore non può vantarsi in alcun modo per aver espugnato una città che già stava per arrendersi. Non fu, però, motivo di onore neanche il fatto che la stessa donna amata non avesse mostrato l’arco con cui ferì il cuore del poeta. Petrarca crea così una perfetta corrispondenza tra il giorno in cui è avvenuto il primo incontro con Laura e quello della passione di Cristo, quasi a voler sottolineare da subito l’aspetto peccaminoso di questo amore, la profonda contraddizione tra il desiderio della donna amata e l’aspirazione ad una vita religiosa fedele a Gesù. Non c’è traccia in questo sonetto del 6 aprile 1327, la data di quel Venerdì Santo. 

Così Petrarca esprime il ricordo di quel primo incontro: «Era il giorno ch’al sol si scoloraro/ per la pietà del suo Fattore i rai,/ quando i’ fui preso, e non me ne guardai,/ ché i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro.// Tempo non mi parea da far riparo/ contra’ colpi d’Amor: però m’andai/ secur, senza sospetto; onde i miei guai/ nel commune dolor s’incominciaro.// Trovommi Amor del tutto disarmato/ et aperta la via per gli occhi al core,/ che di lagrime son fatti uscio et varco.// Però, al mio parer, non li fu onore/ ferir me di saetta in quello stato,/e a voi armata non mostrar pur l’arco» (Canzoniere III).

Nel componimento successivo il poeta presenta la protagonista della storia, Laura, gentildonna della casata dei Noves, sposata ad un membro della famiglia dei Sade, oppure lei stessa appartenente a quella famiglia fin dalla nascita. Una volta ancora, Petrarca vuole creare un’analogia tra i testi scritturali e la sua vicenda sentimentale. Come Gesù non è nato a Roma, ma in un piccolo paesino della Giudea, cioè Betlemme, anche Laura non è nata ad Avignone, sede all’epoca della Curia papale, bensì in un piccolo borgo: nel caso in cui si trattasse di Laura dei Sade il paese natale sarebbe Le Thor. 

Ecco il confronto: «Que’ ch’infinita providenzia ed arte/ mostrò nel suo mirabil magistero,/ che criò questo e quell’altro emispero,/ et mansueto più Giove che Marte,// vegnendo in terra a ‘lluminar le carte/  ch’avean molt’anni già celato il vero,/ tolse Giovanni da la rete e Piero,/ e nel regno del ciel fece lor parte.// Di sé, nascendo, a Roma non fe’ gratia,/ a Giudea si, tanto sovr’ogni stato/ umiltate esaltar sempre gli piacque;// ed or di picciol borgo un sol n’ha dato,/ tal che natura e ‘l luogo si ringrazia/ onde sì bella donna al mondo nacque» (Canzoniere IV). È evidente che Petrarca ribalta qui il paragone tra la donna amata e Cristo rispetto al sonetto precedente: ora Laura non richiama più il peccato, ma è cristologica, inviata dal Cielo.

Qual è il nome della donna amata? Leggiamo, infine, il quinto componimento della raccolta: «Quand’io movo i sospiri a chiamar voi,/ e ‘l nome che nel cor mi scrisse Amore,/ LAUdando s’incomincia udir di fore/ il suon de’ primi dolci accenti suoi.// Vostro stato REal, che ‘ncontro poi,/ raddoppia a l’alta impresa il mio valore;/ ma: TAci, grida il fin, che farle honore/ e d’altri hìomeri soma che da’ tuoi.// Cosi LAUdare, e REverire insegna/ la voce stessa, pur ch’altri vi chiami,/ o d’ogni reverenza et d’onor degna:// se non che forse Apollo si disdegna/ ch’a parlar de’ suoi sempre verdi rami/ lingua mortal presumptuosa vegna». L’acrostico sottolinea il nome di LAURETA nelle quartine, italianizzazione del francese Laurette, mentre nelle terzine si legge LAUREA, forma latina che allude anche all’alloro (il lauro) e alla ghirlanda con cui vengono incoronati i poeti che conseguono la fama. 

Tutti i primi cinque sonetti della raccolta hanno, quindi, un valore proemiale a sottolineare destinatari, protagonisti delle vicende, luoghi e tempo dei fatti. Siamo di fronte ad un vero e proprio romanzo scritto esclusivamente in versi. (pubblicato su La Nuova Bussola quotidiana del 20-3-2016)

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