Letteratura, bellezza, arte riguardano l’ambito di tutto l’umano. Riguardano l’avventura affascinante di inoltrarsi nella realtà, di conoscerla meglio, di conoscere meglio l’uomo e il suo cuore, immutabile nel corso della storia. Oggi si sono perduti il fascino e la magia dell’incontro e del racconto.

Leggere è incontrare qualcuno con le sue domande. La letteratura ha in sé stessa le potenzialità per catturare l’attenzione, la passione, l’entusiasmo dei ragazzi e degli adulti. Il racconto che affascina l’uomo fin da quando è bambino è capace sempre di conquistare e avvincere.

La letteratura è, infatti, viva e parla, ma ad una condizione, che siamo noi vivi, che le si pongano delle domande, le giuste domande, quelle che fanno del patrimonio letterario un universo sempre contemporaneo e in dialogo nei secoli sul destino contingente e ultimo dell’uomo.

Perché un ragazzo, uno studente possa riscoprire il piacere della lettura e della letteratura, occorre che riscopra prima il piacere di coltivare la propria arrière boutique (il proprio retrobottega, cioè lo spazio della propria interiorità, mi piace chiamarlo con il nome di «anima»).

Personalmente, chiedo ai miei studenti che tengano un diario, ma sarebbe più corretto chiamarlo Zibaldone, uno spazio proprio in cui raccontarsi, in cui fermarsi a riflettere e chiedersi che cosa capiti nella loro vita (incontri, discussioni, sogni e aspirazioni, letture e film, ecc.). La scrittura diventa, così, esercizio abituale e lo studio della letteratura avviene da persone che iniziano ad avere maggiore dimestichezza con lo strumento della lingua. Poi è necessario che si possa incontrare la letteratura dall’interno. Mi spiego meglio.

Bisogna provare a incontrare la letteratura stando all’interno di quel mondo, confrontandosi con la scrittura letteraria, non perché siamo tutti poeti, ma perché poesia e letteratura nascono da esperienze, accadimenti, e il lettore può verificare come avrebbe espresso lui quell’emozione e quel fatto e constata la specificità del fatto letterario, della parola poetica utilizzata da uno scrittore, iniziando a comprendere che esiste una poetica personale.

Vorrei inoltre sottolineare il fatto che le opere letterarie sono sempre nate in rapporto alle opere che le hanno precedute. L’arte non nasce mai ex nihilo. Per questo è importante recuperare la dimensione della memoria letteraria, che si assapora nel fascino della conoscenza a memoria di alcuni testi importanti della tradizione.

Occorre pertanto ritornare al fascino della lettura delle opere nella loro interezza, non solo in modo antologico, come accade a scuola. Chi di noi si limiterebbe a vedere i trailers di un film senza assistere alla visione integrale?

Bene, è come se a scuola gli studenti vedessero solo qualche immagine di un film, quelle selezionate dall’antologia o dal docente. L’insegnante non deve solo assegnare letture, ma deve accompagnare il ragazzo nel fascino della lettura, studiandone le modalità più adeguate.

Ad esempio, si può presentare all’inizio solo un aspetto del romanzo assegnato, lasciando poi ai ragazzi la lettura a casa, e concludere con un caffè letterario (dopo uno o due mesi): una discussione sul libro guidata dal docente, magari associata a un momento conviviale (una bella torta da condividere alla fine dell’incontro.

I classici sono nostri amici e contemporanei, come scrive Machiavelli nella bellissima lettera al Vettori del 10 dicembre 1513, perché sanno esprimere quello che anche noi viviamo e proviamo, le nostre stesse ansie e le nostre aspirazioni, l’ardore e la paura del vivere, l’horror vacui e il desiderio dell’assoluto:

“I classici sono quei testi che vengono dal passato, e che nel leggerli, oltre al godimento, ci rivelano vita vivente, e nel rileggerli sempre qualcosa di nuovo […]. I classici possono aiutare a dare concrete risposte alle domande, fondamentali dell’uomo: chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Come vivo?

Come debbo vivere? Aiutano a essere se stessi, a conoscere gli altri, a comprendere il finito nella luce dell’infinito e a guardare verso l’infinito conoscendo il finito. Hanno parlato agli uomini del proprio luogo e del proprio tempo; parlano agli uomini di ogni luogo e che si succedono nei tempi” (Raffaele Vacca).

Le grandi opere hanno, però, in sé anche un valore profetico. I grandi geni sanno interpretare e capire la propria epoca, perché comprendono meglio degli altri le chiavi di accesso alla cultura contemporanea. Per questo, quasi sempre, non sono compresi dai lettori coevi, ma vengono apprezzati dai posteri.

Le grandi opere parlano dell’uomo, della vita, e lo fanno con la potenza e la capacità di comunicazione proprie dei grandi scrittori. Prendiamo solo tre esempi tra i giganti della nostra letteratura: Dante, Leopardi e Manzoni.

Partiamo dalla Divina commedia. Se tutti sono colpiti dalle parole cortesi di Francesca, dalla forza d’animo di Farinata e dal suo desiderio di «ben far» o dall’ardore di conoscenza di Ulisse, è perché il poeta racconta storie che testimoniano il cuore dell’uomo di ogni tempo. La Commedia ci spalanca una finestra sulla vita e sull’uomo di oggi, come del passato. Avvertiamo una comunione universale tra noi moderni e gli antichi, tra la nostra e la loro aspirazione alla salvezza, alla felicità e all’eternità.

Ci accorgiamo che l’antico Dante sa esprimere noi stessi meglio di quanto sappiamo fare noi, così come il maestro Virgilio, durante il viaggio, sa intendere il discepolo meglio di quanto questi sappia fare. Non c’è verso della Commedia in cui non si respiri l’esperienza e la fatica di uomini che vogliono fare da soli e rifiutano la luce di Dio o di uomini che, invece, si lasciano abbracciare dall’amore e dalla grazia.

I versi dei grandi poeti illuminano realtà e momenti di vita, come quelli di Dante: «Quando li piedi suoi lasciar la fretta,/ che l’onestade ad ogn’atto dismaga», che ci ricordano, di far bene anche la più piccola cosa, perché la fretta rende meno belle le azioni che compiamo.

Oppure, venendo a Leopardi, mi capita di guardare la Luna e di chiedermi con il poeta: «Che fai tu, luna, in ciel?/ Dimmi, che fai,/ Silenziosa luna?». E in una lettera indirizzata all’amico Jacopssen il Recanatese scrive:

“Nell’amore, tutte le gioie che provano le animi volgari, non valgono il piacere che dà un solo istante di rapimento e d’emozione profonda. Ma come far sì che questo sentimento sia duraturo, o che si rinnovi spesso nella vita? dove trovare un cuore che gli corrisponda? […] Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico? e se la felicità non esiste, che cos’è dunque la vita?”.

Avvertiamo qui tutta l’attesa dell’animo umano che desidera amare ed essere amato, che prova nel petto un abisso di vita, ma non sa come colmarlo. E allora capiamo che i canti di Leopardi raccontano il nostro stesso desiderio, che è, poi, il desiderio di ogni uomo.

Infine, soffermiamoci solo per poco su I promessi sposi. In un’udienza generale del mercoledì, Papa Francesco ha sorpreso tutti proponendo il romanzo come un’opera formativa sul fidanzamento:

“In Italia avete un capolavoro sul fidanzamento, non lasciatelo da parte, i giovani debbono leggerlo […]. È un capolavoro dove si racconta la storia dei fidanzati che hanno subito tanto dolore, hanno fatto una strada di tante difficoltà, fino ad arrivare alla fine al matrimonio. Non lasciate da parte quest’opera, andate avanti a leggerla e vedrete la sofferenza e anche la fedeltà di questi fidanzati”.

Di tutto si era scritto sul romanzo, come avremo modo di vedere: l’opera era stata letta come l’epopea della provvidenza, il romanzo sugli umili, un testo in cui il Seicento diventa il protagonista assoluto, l’emblema dei potenti che schiacciano gli umili.

L’elenco delle interpretazioni potrebbe non finire mai. In realtà, il romanzo parla a chi gli pone le giuste domande, al ragazzo che è in attesa che l’amata accondiscenda al suo amore, al padre che vede crescere i propri figli e si domanda cosa sia importante offrire loro, a due sposi che vedono trascorrere il tempo e si chiedono quale sia il senso della loro storia, a un uomo maturo che si sente sulla strada sbagliata e vorrebbe capire come seguire il suo vero sogno. I promessi sposi raccontano della nostra vita, della morte, del desiderio di eterno in mezzo al limite della storia.

Per questo educare e insegnare la letteratura hanno a che fare con il «desiderio del mare aperto», non con la noia del particolare slegato dal desiderio di navigare (l’immagine è tratta dalla Cittadella di A. de Saint Exupéry).

Se si toglie la brama del navigare, per quale motivo si dovrà faticare a tagliare la legna per costruire la barca? A che cosa ci si può educare, se non al bello e al vero? Che cosa possiamo dare a noi stessi e che cosa ai nostri figli, alle persone cui vogliamo bene, se non il bello e il vero che incontriamo?

La prima educazione è un’educazione alla bellezza. L’uomo è l’unica creatura che sappia cogliere la bellezza del creato. Così si esprime Dante: «Qui veggion l’alte creature l’orma/ de l’etterno valore». Dobbiamo scommettere sul potere della bellezza, che conquista e avvince. Dostoevskij afferma:

Io dichiaro che Shakespeare e Raffaello stanno più in alto della liberazione dei contadini, della chimica, sono il vero frutto dell’umanità intera (I demoni).

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