In questi mesi si tengono corsi di orientamento e incontri per l’orientamento rivolto alla scelta della scuola superiore di II grado. L’altro giorno al riguardo una madre mi ha chiesto se ci sia poi così tanta differenza tra affrontare un Liceo con o senza il Latino (questa opzione è oggi sempre più diffusa). Gli studenti delle medie sono sempre più spaventati da questa disciplina e preferiscono evitarla, forse per la paura di fare eccessiva fatica.

Mi sembra opportuno allora chiedersi: a che serve il Latino? È proprio così opzionale il suo studio? Premetto che sono fermamente convinto che chiunque abbia affrontato seriamente lo studio del Latino non abbia dubbi sulla sua utilità. Sono altrettanto convinto che studiarlo male non serve a nulla, mentre se lo si affronta con serietà serve a tutto, perché illumina di una luce nuova ogni ambito. In un certo senso per l’uomo tutto ciò che non è amico e non è conosciuto è come se fosse nemico, non valorizzato, non utile per la vita e per la crescita. La conoscenza del Latino permette di apprezzare maggiormente molti aspetti della realtà. Ma quali? Solo lo studio e l’esperienza possono testimoniarlo a ciascuno. Anticipo, però, che bisogna avere il coraggio di far fatica, di impiegare tempo (come per la volpe del Piccolo principe), anche quando non se ne comprendono appieno le ragioni. Bisogna avere il coraggio di spendere del tempo per imparare bene la disciplina.

Vorrei chiarire ora i motivi per cui valga davvero la pena appassionarsi del Latino. Ricordo che da sempre i suoi più agguerriti difensori hanno addotto la motivazione che lo studio di una lingua antica e morta insegna a ragionare e sviluppa la logica. Chiaro che la motivazione non regge e i ragazzi comprendono l’inadeguatezza della risposta. Perché non imparare a ragionare con altri metodi meno faticosi e più allettanti? Anche la settimana enigmistica può insegnare a ragionare, anche la Filosofia, anche una dimostrazione di matematica, anche un testo di narrativa o una poesia, un quadro, una musica. Perché dunque faticare così tanto ancora oggi sul Latino?

In primo luogo, l’esperienza mi insegna che il Latino spalanca la comprensione del presente come epoca che è figlia di un passato. La nostra tradizione occidentale ha le sue radici nella cultura greca, in quella romana e in quella cristiana. Il ragionamento, la filosofia, il gusto della bellezza, etc. sono in gran parte eredità lasciataci dai Greci, il diritto, il senso dell’unità dello Stato, etc. provengono dai Romani, l’avvenimento cristiano ha, poi, introdotto una nuova concezione della persona, della civiltà, della società, etc. Quindi, studiare la civiltà, la letteratura e la lingua latine significa conoscere le proprie radici, è un po’ come conoscere meglio un proprio genitore. Permette di cogliere ciò che accomuna l’uomo di oggi all’uomo antico e, nel contempo, introduce alla comprensione del cambiamento avvenuto nei secoli.

In secondo luogo, la conoscenza del Latino illumina il linguaggio e le parole. La lingua e la parola raccontano la storia di una civiltà, dell’evoluzione umana, della cultura di un popolo. Vorrei qui addurre un solo esempio. Pensiamo al vocabolo «cultura». Il fascino di una parola risiede nel fatto che essa descrive una storia, racconta una parte dell’avventura umana. Il verbo latino colo, che è alla base della parola «cultura», sottolinea e descrive il passaggio dell’uomo dalla condizione nomade a quella sedentaria. Il verbo significa «coltivare», «abitare», «venerare». Un popolo che diventa sedentario ha imparato a coltivare la terra, la abita e venera le divinità del luogo. Nel termine «cultura» risiede questo radicamento nelle proprie origini e nella propria terra, senza il quale non è possibile crescere e dare frutti. Da questo radicamento scaturisce la possibilità di trarre linfa vitale, ovvero la possibilità di germogliare, di crescere nel fusto e di dare frutti buoni. Capiamo allora che la cultura non ha a che fare con la conoscenza di tante componenti della realtà, ma deriva da un passato (il terreno in cui siamo cresciuti, la tradizione) e si apre ad una domanda sul presente e sul futuro. La parola «cultura» coinvolge non solo la sfera della materialità (l’aspetto fisico, concreto, pragmatico dell’uomo), ma anche la componente religiosa, include la questione dell’uomo e del suo rapporto con il destino, ovvero le grandi domande dell’uomo. Potremmo anche affermare che il fenomeno culturale si traduce in una capacità di giudizio sul presente e sulla realtà e in un’ipotesi e in una speranza sul futuro radicata nel presente. Un’incursione nella cultura e nell’arte mondiali farebbe emergere fin da subito il loro carattere religioso e metafisico. I Latini pensavano che il termine nomen derivasse etimologicamente da omen, cioè che la parola indicasse in sé il destino dell’oggetto o della persona, le sue caratteristiche specifiche. Nomina consequentia rerum, ovvero i nome sono conseguenza della realtà delle cose.

In terzo luogo, dai Latini, così come dai Greci, noi deriviamo la retorica, che insegna a scrivere bene, a parlare bene, a persuadere. Nelle scuole dovrebbe essere inserita questa «nuova disciplina», in realtà antichissima. «Saper parlare bene» e «saper scrivere bene» sono due competenze trasversali fondamentali, per usare il lessico frequente nelle scuole, così come il «saper ragionare» e il «saper giudicare». Dal momento che la retorica non viene insegnata come disciplina a sé stante, gli studenti dovrebbero apprenderla nelle materie di Italiano, Latino e Greco. Ma questo accade?

In quarto luogo, fatto non meno significativo, la lettura delle grandi opere della letteratura latina, di Virgilio, di Orazio, di Seneca, di Cicerone (per citare solo qualche nome illustre) permette di incontrare i «grandi del passato», di confrontarci con loro (come scrive Machiavelli nella lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513), di scoprire il loro pensiero, i loro vertici artistici, … Potrei proseguire con l’elenco delle tante finestre che questa disciplina può aprire durante le giornate, ma sarebbe sterile e riduttivo, perché ognuno di noi deve verificare personalmente quanto sto dicendo.

Ritengo, invece, importante sottolineare che l’apprendimento di una disciplina non è strumentale all’apprendimento di una competenza che deve essere acquisita. La nostra scuola è diventata una scuola delle competenze (del saper fare) spesso svincolate dalla cultura. Le antologie, talvolta, propongono la lettura di una poesia per conseguire una competenza, per imparare un aspetto di stile, o una figura retorica o quant’altro. Questa è una operazione violenta che rischia di far disinnamorare i ragazzi alla lettura, alla poesia, alla narrativa. Quando sei innamorato di una disciplina, quando la ami, capisci che è un’operazione assurda limitarne lo studio per far conseguire agli studenti alcuni obiettivi specifici.

Comprendi che la cosa più bella è che un’altra persona possa essere affascinato, come lo sei stato tu, da quella bellezza. È questo fascino, questa passione, questo entusiasmo per qualcosa che ci ha preceduto, che è più grande di noi, e che, in qualche modo, ci ha generato la vera scaturigine che può portare un ragazzo a studiare il Latino.

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