Perché la cantica dell’Inferno avvince e appassiona, mentre l’interesse per il viaggio di Dante e per i versi del Sommo poeta scema progressivamente man mano che il lettore si trasferisce nel secondo Regno e poi nei Cieli del Paradiso dantesco?

Nell’Ottocento il critico della letteratura italiana Francesco De Sanctis (1817-1883) espresse una netta propensione per l’Inferno (che pullula di eroi ed eroine come Francesca, Farinata degli Uberti, Pier della Vigna, Ulisse, etc.) dichiarando la sua antipatia per il Paradiso, pesante e stancante, a suo dire, per la monotonia. L’opinione del de Sanctis risentiva indubbiamente del suo sguardo romantico propenso ad apprezzare le grandi passioni, i personaggi tragici e gli eroi romantici ante litteram, che avevano dato la vita per i loro ideali, anche nel caso in cui questi li portassero alla dannazione.

Ma perché l’epoca contemporanea predilige l’Inferno e le passioni tragiche, forse perché condivide gli stessi ideali romantici ed è attraversata da personaggi che vivono lo Streben (la tensione per l’assoluto) e soffrono per il fatto che non lo raggiungano (Sehnsucht)? Scrive Zygmunt Bauman:

 

Non è la pressione soverchia di un ideale irraggiungibile che tormenta gli uomini e le donne del nostro tempo, quanto l’assenza di ideali: la penuria […] di punti di riferimento fissi e stabili, di una destinazione prevedibile per l’itinerario della vita.

 

L’epoca contemporanea è l’esito di una concezione della libertà personale svincolata dalla verità, come sorgente del bene e del male, con la conseguenza di una totale svalutazione della libertà stessa, di una separazione tra ordine etico e salvezza. L’eccesso di libertà distrugge la libertà stessa e si rovescia nel suo contrario.

La nostra è anche l’epoca dell’imperversare del relativismo, che è alla base della diffusione delle ideologie, perché ha spazzato via ogni barlume di certezza del passato e si è tradotto nel tempo, a sua volta, in una vera e propria ideologia. Ma il relativismo non è se non la forma più diffusa del nichilismo, perché considera tutte le idee di uguale valore, per il fatto che nessuna esprime verità, ma ciascuna di esse corrisponde a qualcosa che non vale nulla, ossia a qualcosa che vale «zero». A questo si giunge, se si nega la verità e la sua funzione determinante nella vita e nelle ricerche dell’uomo.

Con atteggiamento prometeico l’uomo contemporaneo si è contrapposto al Cielo, di cui ha pensato ormai di poter fare a meno. Dopo aver abbandonato la fede nell’al di là, l’uomo ha perso anche la fiducia nel progresso nell’al di qua e si trova, quindi, in una situazione drammatica, in quanto non sa più in che cosa credere.

Le vite degli uomini si sono spesso ridotte a «consorzi di egoismi», l’uomo come individuo in senso estremo diventa un «solitario», che sa vivere solo per sé e non per gli altri.

Per queste ragioni l’uomo contemporaneo si identifica maggiormente nell’Inferno dantesco con le sue intense passioni, i suoi personaggi immortali e dannati, le sue grandi tragedie. La nostra epoca, amante dell’idolatria e scevra di maestri, ama gli idoli dell’Inferno, si sente distante dallo spirito di appartenenza e di comunità del Purgatorio e del Paradiso danteschi.

Indubbiamente, la distanza tra la concezione della vita sottesa al poema dantesco e quella della cultura contemporanea è il primo grande ostacolo alla comprensione e al godimento del Paradiso dantesco.

L’Inferno è, infatti, il luogo dell’individualismo, mentre il Purgatorio è il regno in cui l’uomo si scopre «persona» (l’etimo della parola dice che l’io risuona nel rapporto con l’altro) e l’anima vive la dimensione della liberazione dal peccato nell’appartenenza ad un popolo che cammina insieme. Il Paradiso sarà, infine, il luogo della comunione universale, della letizia dei santi, della carità (amore incondizionato che previene e anticipa la domanda portando soccorso e aiuto), del «sorriso di Dio» (Charles Moeller), della carità.

Il lettore contemporaneo si sente più vicino all’Inferno dantesco anche per la difficoltà della lingua di cui si avvale il Sommo poeta. L’altezza e la bellezza del linguaggio, grande pregio della terza cantica, è oggi anche uno degli ostacoli maggiori e quasi insormontabili per un pubblico di lettori che ama sempre meno far fatica.

Il viaggio nel Paradiso richiede un impegno e una fatica che solo la coscienza del pregio e del valore dell’opera permette di affrontare.

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