Nel rapporto con un altro che è per me autorevole la mia libertà è provocata e messa in movimento. Per Nembrini il primo riferimento è stato il padre: «Io da bambino ho questo ricordo vivo di mio padre: quando andavamo a letto a dormire la sera […] veniva a farci dire le preghiere. Ebbene, il ricordo più vivo che ho di lui era che quando entrava s’inginocchiava in mezzo alla stanza e cominciava: Padre nostro che sei nei cieli […]. Mio padre era uno che non faceva prediche, parlava pochissimo. […] Mio padre ci ha tirato grandi semplicemente invitandoci a guardare quello che guardava lui […]. L’unico problema che avete è andare nella giusta direzione. Io ci sto provando: così si vive bene!».

Un libro altamente consigliato per genitori, insegnanti, educatori, ma, in realtà, è un libro che tutti dovrebbero leggere, perché parla della vita, dell’uomo e della speranza. Per questo Nembrini non offre ricette, ma indica un metodo per vivere più intensamente il reale. La prima educazione è per noi stessi, non si educa l’altro, ma si educa se stessi. La posizione più umana è quella di essere veri e autentici di fronte alle nostre domande, ai nostri desideri e a quanto ci accade. Scriveva Ignazio di Antiochia che si educa con quel che si dice, si educa meglio con quel che si fa, ma si educa ancor meglio con quello che si è. (pubblicato su La bussola quotidiana del 6-1-2012)

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