altChe potenza ha la parola! Quale capacità possiede di rievocare immagini, fatti, emozioni! Pensiamo che il termine «parola» deriva da «parabola», che a sua volta proviene da un verbo greco che significa «mettere a confronto, paragonare». La parabola è, infatti, un genere letterario che consiste nel racconto di un fatto o di una storia per comunicare un concetto più complesso. La parola è, quindi, in sé e per sé già un racconto, una storia, la rievocazione di un’avventura, di una vicenda umana, che nasconde in sé l’affermazione di un significato e di un senso.

L’atto poetico ha a che fare con l’uso della parola. L’ingegno poetico usa una parola al posto di un’altra e muove il lettore o l’ascoltatore alla scoperta della verità e della storia che è nascosta sotto quel termine. La poesia diventa così scoperta, impone un processo conoscitivo alla ricerca della verità nascosta e, ad un tempo, rivelata. Ecco perché Ungaretti scrive ne «Il porto sepolto»: «Vi arriva il poeta/ E poi torna alla luce con i suoi canti/ E li disperde// Di questa poesia/Mi resta/Quel nulla/Di inesauribile segreto».

 

Per questo Emanuele Tesauro, autore del Cannocchiale aristotelico, il trattato di retorica più famoso del Seicento, scrive: «Se tu di’: «Prata amoena sunt», altro non mi rappresenti che il verdeggiar de’ prati; ma se tu dirai: «Prata rident», tu mi farai (come dissi) veder la terra essere un uomo animato, il prato esser la faccia, l’amenità il riso lieto. Tal ché in una paroletta transpaiono tutte queste nozioni di generi differenti: terra, prato, amenità, uomo, anima, riso, letizia. E reciprocamente con veloce tragitto osservo nella faccia umana le nozioni de’ prati e tutte le che passano fra queste e quelle, da me altra volta non osservate».

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