Tanti autori, da Dante a Manzoni, da Chretien de Troyes a Calvino, hanno raccontato l’avventura dell’incontro con Cristo che riaccade sempre, da duemila anni. Tanti scrittori e artisti sono rimasti colpiti dal Mistero della croce e da Colui che, unico nella storia dell’umanità, ha portato lui stesso la croce per mostrarci il metodo della vita, ossia portare anche noi tutti i giorni la nostra croce alla luce della sua Presenza che ci ha mostrato il destino buono per tutti noi, rivelato definitivamente nella gloria della sua resurrezione. Il male e la morte (il limite dell’umana esistenza) sono stati sconfitti, come recita una famosa sequenza medioevale:

Alla vittima pasquale s’innalzi il sacrificio di lode,

l’agnello ha redento le pecore, Cristo innocente ha riconciliato i peccatori col Padre.

La morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita era morto, ora, vivo, regna.

Dicci, o Maria, cosa vedesti sulla via?

Ho visto il sepolcro del Cristo vivente e la gloria di colui che è risorto;

gli angeli testimoni, il sudario e le vesti;

Cristo mia speranza è risorto e precede i suoi in Galilea.

Siamo sicuri che Cristo è veramente risorto da morte. Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi.

Amen. Alleluia.

Cristo ha promesso a chi crede in Lui «il centuplo quaggiù e l’eternità», ma non ci ha promesso che ci sarebbero  state risparmiate le sofferenze. Anzi, la testimonianza della «buona novella», il Vangelo, ha da sempre comportato anche il martirio (martire significa etimologicamente «testimone»).

Nel Medioevo la consapevolezza della compresenza di gloria e sofferenza nel mistero del Cristo ha comportato la nascita di due generi differenti di crocefissi lignei, il Christus patiens e quello thriumphans.

 

Nell’Italia centrale del XII secolo si diffonde l’iconografia del Cristo glorioso sulla croce, col capo visto frontalmente e retto, gli occhi aperti e vivi, a testimoniare l’imminente vittoria sulla morte e il trionfo della resurrezione. Fa spesso compagnia a quest’immagine la rappresentazione di altre scene della passione o la raffigurazione della Madonna o di S. Giovanni.

Nel XIII secolo, di ispirazione bizantina, inizia a diffondersi un’altra iconografia, quella del Cristo sofferente, col capo reclinato e il corpo ricurvo, immerso nel dolore e spasimante. Grandissimi artisti hanno lasciato testimonianza di quest’apparente trionfo della sofferenza nella vita di Gesù, da Nicola Pisano a Cimabue a Giotto stesso.

Nel campo letterario, del resto, la lauda ci offre momenti in cui la drammaticità e il pathos raggiungono vertici tali da essere con fatica tollerati dall’umano sguardo. Il merito di questi testi è, senza dubbio, quello di averci presentato Cristo anche come vero uomo, che ha sofferto pienamente l’ignominia dell’ingratitudine umana e il dolore della croce.

Il mondo accetta più volentieri l’idea di un Dio lontano, o di un Dio che sia diventato presenza in mezzo a noi senza, però, aver sofferto pienamente. Un Dio disincarnato ci rende molto meno responsabili per la croce che noi gli abbiamo fatto soffrire e per gli atteggiamenti che oggi assumiamo, meno responsabili di fronte alla croce che noi dovremmo portare e offrire sull’esempio di Gesù.

Ecco perché oggi può infastidire la rappresentazione della passione di Cristo in «Donna de Paradiso» di Iacopone da Todi. L’umanità di Gesù rifulge, qui, ancor più nella sofferenza della madre che assiste con indicibile dolore al suo calvario e che con strazio esclama:

 

Figlio, l’alma t’è ’scita,

figlio de la smarrita,

figlio de la sparita,

figlio attossecato!

Figlio bianco e vermiglio,

figlio senza simiglio,

figlio, e a cui m’apiglio?

Figlio, pur m’ài lassato! […]

Figlio dolc’e e placente,

figlio de la dolente,

figlio, àte la gente

mala mente trattato.

Ioanni, figlio novello,

morto s’è ‘l tuo fratello.

Ora sento ‘l coltello

che fo profitizzato.

Che moga figlio e mate

D’una morte afferrate,

trovarse abraccecate

mat’e e figlio impiccato.

 

Ecco perché in questi anni ha destato scalpore, nonché scandalo, la rappresentazione cinematografica, viva e realistica, della passione di Cristo nel film «The passion» di Mel Gibson, condotta fedelmente sui testi neotestamentari, come ben è stato dimostrato. Una sceneggiatura realistica e non eterea della morte di Gesù è un grido chiaro che tutto ciò è accaduto e riaccade ogni giorno. Noi crocefiggiamo Gesù Cristo ogni giorno.

Le profezie stesse nell’Antico testamento hanno anticipato le sofferenze che il Messia avrebbe sofferto. Isaia scrive, infatti:

Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

Il filosofo Giovanni Reale (1931) commenta in questo modo la profezia di Isaia:

Per salvare gli uomini e per insegnare loro il vero amore, Dio si è «abbassato» fino a loro, e proprio in questo «abbassamento» ha offerto l’agape, l’amore assoluto, che anziché «acquisitivo» al più alto grado è «donativo» al più alto grado, in quanto instaura un rapporto inversamente proporzionale fra chi ama e la cosa amata rispetto al pensiero platonico. Allora, se l’amore assoluto coincide con l’abbassamento assoluto: Dio si è abbassato in Cristo al punto che anche il più misero degli uomini può essere certo di essere amato da lui. E questa è la Bellezza nel fulgore massimo che sola può salvare in senso totale. (pubblicato su Cultura cattolica il 30 settembre 2011)

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