IL SECONDO OTTOCENTO DA CAPIRE 8 - Senza Cristo resta solo un pianto antico PDF Stampa E-mail
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IL SECONDO OTTOCENTO DA CAPIRE 8 - Senza Cristo resta solo un pianto antico
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Risultati immagini per carducci e il figlio DanteDelle raccolte carducciane (Juvenilia, Levia gravia, Giambi ed epodi, Rime nuove, Odi barbare, Rime e ritmi) quella che rivela maggiormente l’aspetto intimo e privato del poeta è indubbiamente Rime nuove. Vi campeggiano gli affetti, i dolori per la scomparsa delle persone care e i toni nostalgici nei confronti del luogo natio.

Il 9 novembre 1870 muore a soli tre anni il figlioletto Dante, colto da febbri forti. Il giorno successivo, Giosuè si rivolge al fratello Valfredo per raccontargli la tragedia: «Il mio povero bambino mi è morto; morto di un versamento al cervello. Gli presero alcune febbri violente, con assopimento». Per otto giorni il sonno e l’assopimento si alternano a orrende grida, lamenti, convulsioni e paralisi. Nel giugno del 1871 Carducci dedica al figlio la strofa anacreontica «Pianto antico».

L’occasione spinta dei versi è l’osservazione di un albero che il poeta vede nel suo giardino, un melograno che in primavera ha ripreso a fiorire. La primavera, celebrata nell’inno a Venere del De rerum natura di Lucrezio, ben noto al poeta, può ridar vita a tutta la natura. La madre natura, nel suo ciclo perenne che dal sonno invernale riporta alla rinascita primaverile, se può far rinascere e splendere per alcuni mesi la vita in terra, non è, però, capace di risuscitare i morti.

Il poeta non trova consolazione e può solo abbandonarsi ad un threnos (in greco «pianto») che accomuna la sua sofferenza a quella di tutti gli uomini che da sempre vedono morire i propri cari. Per questo il pianto di Carducci è «antico», ovvero universale. Innanzi alla morte, e ancor di più di fronte alla scomparsa di un figlio, lacerante e inconsolabile, solo la speranza di rivedere il volto dell’amato nell’aldilà potrebbe dar conforto.

Occorrerebbe la speranza cristiana, che non è un augurio, un’illusione o una chimera, ma è una certezza sul futuro fondata sull’assaporamento già nel presente di un centuplo e sulla credibilità dei testimoni incontrati, come scrive Dante nel Paradiso «Spene [...] è uno attender certo/ de la gloria futura, il qual produce/ grazia divina e precedente merto» cioè «la speranza è confidente aspettativa della gloria futura, prodotta dalla grazia divina e dai meriti accumulati».



 

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