Dedicata alla madre Caterina Alloccatelli Vincenzi, la raccolta Canti di Castelvecchio (1903-1907-1912) presenta come frase incipitaria «Arbusta iuvant humilesque myricae» (ovvero «piacciono gli arbusti e le umili tamerici»). Il poeta ritorna in un certo senso alla prima raccolta Myricae scegliendo argomenti, almeno apparentemente, più semplici, richiamando sovente immagini della campagna, temi naturalistici e autobiografici, allontanandosi dalla terzina dantesca scelta per i Primi e Nuovi poemetti. Del resto, anche il titolo richiama la realtà della campagna, quella della casa scelta come sua abitazione nei pressi di Castelvecchio di Barga, in un luogo caratterizzato dalla pace e dalla tranquillità. Lì, Pascoli medita per alcuni anni di ricostituire il nido familiare, che alla fine comprenderà lui solo e la sorella Maria.

La lettera prefatoria è in linea con la dedica. Il poeta sente un forte senso di gratitudine nei confronti della madre alla quale deve l’inclinazione alla poesia: «Io sento che a lei devo la mia abitudine contemplativa, cioè, qual ch’essa sia, la mia attitudine poetica. Non posso dimenticare certe sue silenziose meditazioni in qualche serata, dopo un giorno di faccende, avanti i prati della Torre. Ella stava seduta sul greppo: io appoggiava la testa sulle sue ginocchia. E così stavamo a sentir cantare i grilli e a veder soffiare i lampi di caldo all’orizzonte. Io non so più a che cosa pensassi allora: ella piangeva. Pianse poco più di un anno, e poi morì». Il poeta è convinto che la morte della madre sia conseguenza di quella del padre: la sofferenza ha portato la cara figura materna al trapasso. Sono trascorsi tanti anni, nel cuore del poeta e nelle sue poesie rimane ancora forte il segno di quel 10 agosto 1867, quando degli assassini privarono un’intera famiglia di un padre, «non solo innocente, ma virtuoso, sublime di lealtà e bontà». E quegli assassini, medita Pascoli, dopo tanti anni sono ancora impuniti, mentre la sua famiglia è morta quel giorno. Per questo il poeta non vuole chiedere perdono se ancora il suo pensiero ritorna nei versi a quel fatto tragico. Spera, anzi, che attraverso i suoi versi qualcuno possa provare «ribrezzo del male». La morte e il male avrebbero così un effetto di redenzione.

La più celebre poesia della raccolta è, indubbiamente, «Il gelsomino notturno», scritta in occasione del matrimonio dell’amico Gabriele Briganti, comparsa per la prima volta sull’opuscolo nuziale e inclusa nella raccolta Canti di Castelvecchio del 1903. Quando a questi nascerà il figlio chiamato Dante Gabriele Giovanni, Pascoli scriverà un pensiero in ricordo di questo bambino che ha il nome di un dio (il sommo poeta Dante), di un angelo (Gabriele) e di un povero uomo (Giovanni).

Costituito da quartine di novenari a rime alternate, improntato ad una costruzione paratattica, il componimento alterna immagini di vita e di morte. Vita e morte sono intimamente connesse, entrambe scaturiscono dalla stessa sorgente, dal Mistero da cui dipende tutta la realtà. Ecco il raffinato esito di Pascoli: «E s’aprono i fiori notturni,/ nell’ora che penso ai miei cari./ Sono apparse in mezzo ai viburni/  le farfalle crepuscolari.// Da un pezzo si tacquero i gridi:/ là sola una casa bisbiglia./  Sotto l’ali dormono i nidi,/ come gli occhi sotto le ciglia.// Dai calici aperti si esala/ l’odore di fragole rosse./ Splende un lume là nella sala./ Nasce l’erba sopra le fosse.// Un’ape tardiva sussurra/ trovando già prese le celle/. La Chioccetta per l’aia azzurra/ va col suo pigolio di stelle.// Per tutta la notte s’esala/ l’odore che passa col vento./ Passa il lume su per la scala;/ brilla al primo piano: s’è spento…// È l’alba: si chiudono i petali/ un poco gualciti; si cova,/ dentro l’urna molle e segreta,/ non so che felicità nuova».

Si addicono profondamente a questi versi le parole che il poeta Mario Luzi scrive al riguardo: «La parte soggettiva del poeta è ridotta […] al semplice ascolto, […] sono le cose che prendono il sopravvento, riempiono tutto lo spazio poetico, estendendo fino al limite la loro forza di significazione». Il gelsomino si apre nelle prime ore della notte, che simboleggia il momento più intimo e misterioso della coppia, e si richiude alle prime ore del mattino. Il fiore diventa l’emblema dell’eros, dell’amore che unisce i due giovani sposi e che porterà alla nascita di una nuova creatura. Il ritmo della vita del gelsomino descrive le ore più misteriose dell’esistenza umana, riservate nella vita coniugale all’intimità.

Il quadro si compone di fotogrammi prelevati dal mondo della natura, associati spesso in maniera analogica. Bruschi passaggi da un’immagine all’altra compongono una raccolta frammentaria di fotogrammi, che presentano, ad un esame più attento, un’intima unitarietà: dai gelsomini alle farfalle, dalla casa degli sposi all’ape che torna all’alveare, dall’erba alle fosse, dalle stelle Pleiadi (la Chioccetta nel linguaggio contadino) all’odore che si esala dal fiore, dalla luce che si spegne nella sala a quei tre punti di sospensione che rappresentano una reticenza sull’intimità domestica tra i due sposi che non deve essere raccontata, ma che deve essere solo fatta presagire, intuire.

Bellissime sono la reticenza e la discrezione sull’amore che lega la coppia, che appartiene alla sfera dell’esclusività, una sfera che riguarda soltanto le due persone che si vogliono bene. Altrettanto bella è la dimensione misteriosa ed evocativa che nasce dal testo attraverso l’uso delle metafore floreali («i calici aperti», «i petali/ un poco gualciti», «l’urna molle e segreta») e della sinestesia («l’odore di fragole rosse»).

Nei Canti di Castelvecchio si stagliano altri componimenti in cui è evidente quella voce del fanciullino che sa ascoltare la realtà sorprendendosi sempre in modo nuovo. È il caso, tra gli altri, di «Nebbia», «La voce», «Valentino», «La mia sera». Ne parleremo la prossima puntata. (pubblicato su La Nuova bussola quotidiana del 24-9-2017)

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