Un bambino cammina per strada, indossando un abito nuovo, realizzato dalla mamma che ha speso tutti i soldi messi da parte grazie alla vendita delle uova. Lo sguardo dell’osservatore si rivolge, quindi, ai piedi di quel bimbo che non porta scarpe, perché la mamma non aveva più denaro per acquistarle. Quando le galline hanno iniziato a chiocciare e non hanno più fatto le uova, la donna non ha potuto più accantonare i soldi e il bambino è rimasto a piedi nudi. La scena è di una tenerezza immensa, ancor più oggi quando è raro assistere a situazioni simili in Occidente.

Pascoli attribuisce al bambino un nome: lo chiama Valentino, titolo del componimento stesso, un nome che di per sé conferisce grande significato ai versi. «Valentino» significa «che vale», «forte», «gagliardo». Quel bimbo non possiede nulla, tutto il suo valore è già nella sua persona e nell’amore di quella madre che, pur  disponendo di pochi soldi, offre tutto perché la sua creatura possa splendere ancor di più, «vestito di nuovo».

In quartine di endecasillabi nasce così la poesia «Valentino», una delle più tenere dei Canti di Castelvecchio: «Oh! Valentino vestito di nuovo,/  come le brocche dei biancospini!/Solo, ai piedini provati dal rovo/ porti la pelle de’ tuoi piedini;// porti le scarpe che mamma ti fece,/ che non mutasti mai da quel dì,/che non costarono un picciolo: in vece/ costa il vestito che ti cucì.// Costa; chè mamma già tutto ci spese/ quel tintinnante salvadanaio:/ ora esso è vuoto; e cantò più d’un mese,/  per riempirlo, tutto il pollaio.// Pensa, a Gennaio, che il fuoco del ciocco/non ti bastava, tremavi, ahimè!,/e le galline cantavano. Un cocco!/ ecco ecco un cocco un cocco per te!// Poi, le galline chiocciarono, e venne/ Marzo, e tu, magro contadinello,/restasti a mezzo, così, con le penne,/ ma nudi i piedi, come un uccello:// come l’uccello venuto dal mare,/ che tra il ciliegio salta, e non sa/ ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare,/ ci sia qualch’altra felicità». Onomatopee («Un cocco!/ ecco ecco un cocco un cocco per te!») e similitudini («come l’uccello venuto dal mare») ci riportano indietro di tanti anni, in quella realtà di campagna dove il suono della galline accompagnava la quotidianità.

Quando si invecchia, si ritorna sempre più spesso all’infanzia. Si riscopre la bellezza dell’essere bambino. La raccolta de I canti di Castelvecchio pullula di bimbi e di ragazzi. «Fanciullino» non è più solo lo sguardo del poeta, ma spesso anche il protagonisti dei versi.  Così accade nella poesia il «Fanciullo mendicante» che recita: «Ho nel cuore la mesta parola/ d’un bimbo ch’all’uscio mi viene./ Una lagrima sparsi, una sola,/ per tante sue povere pene;// e pur quella pensai che vanisse/  negl’ispidi riccioli ignota:/egli alzò le pupille sue fisse,/  sentendosi molle la gota.// E io, quasi chiedendo perdono,/  gli tersi la stilla smarrita,/ con un bacio, e ponevo il mio dono/tra quelle sue povere dita.// Ed allora ne intesi nel cuore/ la voce che ancora vi sta:/ Non li voglio: non voglio, signore,/ che scemi la vostra pietà.// E quand’egli già fuor del cancello/ riprese il solingo sentiero,/ io sentii che, il suo grave fardello,/ godeva a portarselo intiero;/ e chiamava sua madre, che sorta/ pareva da nebbie lontane,/ a vederlo; poi ch’erano, morta/ lei, morta! ma lui senza pane». Quel bimbo tanto commuove Pascoli da provocare in lui il pianto: una sola stilla di lacrime cade dagli occhi del poeta sul bambino a dimostrare il valore della pietà umana, la condivisione di una sofferenza, la simpatia e la pietà per l’altrui dolore. L’orfano vive un’assenza che è nostalgia per la madre che non c’è più. Per questo la cerca, per questo la chiama. Anche Pascoli è orfano e mendicante di amore. Ognuno di noi è come quel bimbo, che necessita di una presenza costante e assidua, nella mendicanza, che è condizione esistenziale propria di ogni uomo.

Nella «Cavallina storna», sempre appartenente ai Canti di Castelvecchio, Pascoli ritorna con il pensiero alla madre e a quel giorno che fu fatale per tutta la famiglia: il 10 agosto. Immagina la cavalla di ritorno dopo l’assassinio di Ruggero Pascoli. La madre Caterina conversa con l’animale, vuole sapere quale sia l’identità dell’assassino. Le chiede: «O cavallina, cavallina storna,/ che portavi colui che non ritorna;// lo so, lo so, che tu l’amavi forte!/ Con lui c’eri tu sola e la sua morte.// O nata in selve tra l’ondate e il vento,/ tu tenesti nel cuore il tuo spavento;// sentendo lasso nella bocca il morso,/ nel cuor veloce tu premesti il corso:// adagio seguitasti la tua via,/ perché facesse in pace l’agonia…// La scarna lunga testa era daccanto/ al dolce viso di mia madre in pianto». E poi ancora la donna insiste: «O cavallina, cavallina storna,/ portavi a casa sua chi non ritorna!// a me, chi non ritornerà più mai!/ Tu fosti buona… Ma parlar non sai!// Tu non sai, poverina; altri non osa./ Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!// Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:/ esso t’è qui nelle pupille fise.// Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome./ E tu fa cenno. Dio t’insegni, come». La madre allora lancia un atto di accusa alzando il dito e pronuncia un nome. Il nitrito del cavallo è segno di assenso. Il colpevole è scoperto. I familiari di casa Pascoli conoscono l’assassino che, però, rimane impunito. A morire sarà il fratello del poeta, che tanto si è adoperato per trovare il colpevole e muore probabilmente avvelenato.

La morte del padre ritorna anche nella poesia «A casa mia» dove il poeta ricorda la madre che piange di un pianto inconsolabile: «in tanto/ ella piangea più forte,/ e gocciolava il pianto/ per le sue guancie smorte».

La madre ritorna nell’omonima poesia dei Canti di Castelvecchio in un giorno di festa, quando tutti si accingono ad andare a messa. È un’infanzia piena di ricordi di fede. La madre di Pascoli, pur nella sua tristezza per la scomparsa prematura del marito, è memoria di una fede che, forse, Pascoli non vive più come vivida e costante certezza, ma solo come esperienza del passato o talvolta ritorno di un’esperienza che fu.

Così anche nella poesia «La messa» Pascoli ricorda la panca in cui lui da piccolo andava a pregare con la madre quando il padre era già morto: «Pregava (tuo padre non c’era)/ pregava; ma quella preghiera/ s’è forse smarrita laggiù./ T’udrai (sa il tuo nome!) chiamare/da quella… Ha le lagrime amare/ del cuore che invano pregò./ Non entri? Anche tu piangerai./ Ma il piangere è buono, lo sai;/ ma il piangere è buono, lo so./ Sonai per tua mamma… ma grave,/ ma dolce, ma pia, come un Ave./ Sonai per la madre che fu!/ Sonai con rintocchi sì piani!/ pensando che aveva lontani/ voi, bimbi, che non vide più… –». L’immagine della donna che prega è nitida, ma ormai appartenente al passato. La nostalgia prende il sopravvento. Quanto vorrebbe Pascoli che quella madre fosse ancora lì, a pregare con lui, a ricordargli che solo Lui, il Signore, ha promesso che nulla di quanto abbiamo di caro andrà perduto! (pubblicato su La nuova bussola quotidiana dell’1-10-2017)

Il dipinto riportato è “La cavalla storna” di Gianni Fochi

Si veda http://fochi.altervista.org/QuadriNuovo.html

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